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2017
17
Mag

Difesa Comune Europea: una vecchia idea che può servire

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«You would not create a European army to use it immediately,
but a common army among the Europeans would convey to Russia
that we are serious about defending the values of the European Union»
(Jean-Claude Juncker, presidente della Commissione europea)
 
È dal 1950 che in Europa si cerca di realizzare un sistema di difesa comune per affrancarsi dal pesante alleato d’oltreoceano, legittimarsi sugli scenari internazionali e rafforzare quel progetto di integrazione regionale che a fasi alterne pare arrancare.
Ora, in uno dei momenti di maggiore crisi della sua storia, e forse proprio per rispondere a questa, i 27 paesi membri dell’Unione riaprono il capitolo militare e avviano uno strumento di coordinamento preliminare ad uno stato maggiore interforze unificato: il primo passo di un vero e proprio esercito europeo.  
 
Il progetto di Difesa Comune Europea
Alle origini del cammino, insieme alla creazione di un grande mercato unico le menti illuminate di De Gasperi, Schuman e Adenauer avevano già pensato ad una unione di carattere politico: oltre l’economico e l’intergovernativo, in considerazione anche della contrapposizione est-ovest, Urss-Usa, si pose in marcia un ambizioso progetto di Comunità europea della difesa[1], la Ced, che avrebbe dovuto affiancare le altre comunità (la Ceca[2] per il carbone e l’acciaio, la Cee[3] per tutti i settori economici, la Ceea[4] o Euratom per l’energia atomica) e rappresentare un significativo progresso verso l’unione politica.
Purtroppo, la condivisione della sovranità sulle proprie forze armate venne considerata eccessiva da parte del governo francese e il rigetto del trattato Ced nel 1954 condusse all’archiviazione dell’idea.
Le continue sollecitazioni degli scenari internazionali e la guerra fredda obbligavano però i paesi membri delle comunità a organizzare alleanze strategico-militari significative: la Ueo[5], la Organizzazione dell’Europa Occidentale (dal 1948), offriva un pratico strumento di cooperazione e confronto sui temi della sicurezza militare a livello regionale, e il Patto Atlantico, la Nato[6] (dal 1949), nel tempo legò tutti i partner del vecchio continente con Washington in chiave di reciproca difesa dal pericolo sovietico.
Bisogna però attendere il Trattato di Maastricht[7], istitutivo dell’Unione europea (1992), per ritrovare tra i pilastri del nuovo modello espressamente menzionata e regolamentata la Pesc, Politica estera e di sicurezza comune, la cui guida venne affidata a un Alto rappresentante[8] (Mister/Miss o Monsieur/Madame Pesc a seconda dei casi).
Con l’ultima ridefinizione dell’assetto istituzionale data con il Trattato di Lisbona[9] (2007), al cambio della denominazione, che diviene Psdc, Politica di sicurezza e difesa comune[10], la figura del suo responsabile si carica di maggiori prerogative all’interno della stessa Commissione europea (di cui diviene uno dei vice-presidenti).
In attuazione della Strategia di Bratislava[11], recente[12] è poi la creazione della struttura denominata “Capacità militare di pianificazione e condotta” (in inglese, Military Planning and Conduct Capability - Mpcc)[13], una cabina di regia per coordinare le missioni militari europee in attesa della costituzione di uno comune stato maggiore.
Questa misura rappresenta una fondamentale riforma.
Dal punto di vista istituzionale, la struttura sarà stabile e aperta a ricevere l’adesione dei paesi membri anche su singole operazioni specifiche, nel quadro della cooperazione strutturata permanente.
Per la sua operatività, il personale sarà concentrato a Bruxelles e da qui gestirà il lavoro prima ripartito in 5 sedi; prossimamente, avrà il controllo di tutte le missioni all’estero militari, civili e miste, e pure la pianificazione diventerà congiunta.
Sul piano politico, infine, il nuovo organismo avrà un approccio aperto per il quale potranno aderire a specifiche operazioni anche paesi non membri dell’UE (come la Norvegia).
Dal prossimo bilancio europeo sarà istituita una specifica linea finanziaria per progetti di ricerca e sviluppo nell’ambito della difesa di 500 milioni di euro che sicuramente catalizzerà interessi e susciterà critiche.
 
Il ruolo della Francia 
In questo scenario regionale di grande fermento, ad assumere un ruolo di guida utile a sé e fondamentale per il congiunto dei partner europei, dovrebbe a mio avviso essere la Francia del neopresidente Emmanuel Macron.
L’attuale posizione di Parigi risulta ideale per riscattarsi dalle responsabilità per il naufragio della Ced con De Gaulle, promuovere il compimento della nuova Difesa Comune e rilanciare il progetto di integrazione europea a 60 anni dalla firma dei Trattati di Roma[14], ridestando entusiasmo, fiducia e senso di appartenenza nei cittadini e nei governanti dei paesi membri.
Vediamo di esaminare questi aspetti.
Con l’uscita del Regno Unito dall’Unione europea, la Francia è l’unico Stato membro ad essere titolare di un seggio permanente al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite[15] con il relativo diritto di veto. Al contempo, è il solo paese a possedere un proprio arsenale nucleare.
In questo quadro, e in prospettiva della costituzione di un sistema militare comune, il governo francese può mettere il proprio seggio “a disposizione” dell’Ue, condividendone la gestione. Così facendo, rafforzerebbe il peso strategico dell’Unione a livello internazionale e legittimerebbe al contempo l’apertura di una nuova fase di integrazione politica.  
Sia chiaro: non è mia intenzione suggerire all’Eliseo di rinunciare al suo seggio in seno al Consiglio di Sicurezza (proposta difficilmente accettabile dai nostri orgogliosi cugini d’oltralpe), bensì semplicemente di porlo in “comunione” con i soci europei, facendo in modo che diventi strumento ed espressione della Politica di sicurezza e difesa comune in ambito Nazioni Unite.
In questo quadro, sarebbe l’Alto rappresentante per gli Affari esteri e la politica di sicurezza a sedere in Consiglio ed esprimere la posizione di Bruxelles e dei 27 membri.
Sono convinto che la apparente perdita di prestigio internazionale percepito da parte dei francesi si potrà ripagare con l’effettivo aumento di influenza dell’Ue sullo scacchiere globale e dunque di orgoglio europeo o “euro-appartenenza” di tutti i cittadini dell’Unione.  
 
Il possibile panorama  
Il risultato di queste scelte sarebbe una Ue che riprende a lavorare per costruire una integrazione obiettivamente più forte, con una effettiva politica di Difesa Comune orientata alla costituzione di un vero e proprio esercito unico.
La Francia risulterebbe capofila di questa fase, affiancata da Germania e Italia, e con gli altri 24 partner a seguire.
Bisogna poi ricordare che le forze armate, insieme al territorio e alla moneta, sono uno dei caratteri coessenziali di uno stato moderno, e dunque appare gioco-forza che una difesa comune riconosciuta ad intra e ad extra possa ulteriormente contribuire a potenziare una integrazione politica con la successiva formalizzazione di un autentico bilancio comune (quello attuale e solo un simulacro di bilancio) e di un governo europeo (la Commissione non è nemmeno lontanamente assimilabile a un esecutivo nazionale).
Per compiere simili passi avanti è necessaria una forte dose di coraggio e volontà: la Difesa Comune può essere il banco di prova per rilanciare il progetto unitario e portare a compimento con entusiasmo l’Europa che desideriamo.
 
 
 
 
 

[7] Cfr. Monari, A. (1997, 25 aprile). Maastricht. KultUnderground, 30. Disponibile da http://www.kultunderground.org/art/12944

[9] Cfr. Caocci, D. (2009, 19 dicembre). In vigore il Trattato di Lisbona, finalmente l'Unione Europea del XXI secolo! KultUnderground, 173. Disponibile in http://www.kultunderground.org/art/1501

[11] Cfr. Caocci, D. (2016, 23 settembre). Bratislava-Roma, sola andata: l’ultima corsa per il futuro dell’Unione Europea. KultUnderground, 254. Disponibile da http://www.kultunderground.org/art/18360

[12] Riunione del Consiglio europeo del 6 marzo 2017.

[14] Cfr. Caocci, D. (2017, 15 marzo). Il futuro dell’Europa a 60 anni dai Trattati di Roma. KultUnderground, 260. Disponibile da http://www.kultunderground.org/art/18452

 
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:: Davide Caocci

Davide Caocci, nato a Milano nel 1972, si è laureato in Giurisprudenza presso l'Università Cattolica e specializzato poi in Diritto internazionale, Diritto UE ed Economia. Ha lavorato tra Europa, America latina e Africa subsahariana come esperto di politiche europee e consulente per la cooperazione allo sviluppo. A questo ha sempre affiancato una ricca attività didattica in università italiane e straniere e una altrettanto ricca produzione di articoli sui fenomeni legati alla globalizzazione. Ora vive in Argentina, dall’altra parte del mondo. “Semel Scout Semper Scout”.

 
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