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2016
23
Set

Bratislava-Roma, sola andata

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l’ultima corsa per il futuro dell’Unione Europea

 
«Non si può essere formalmente d’accordo in un incontro informale»
(Diplomatico anonimo, al termine del Vertice di Bratislava, 16.09.2016)
 
Se ad agosto tutti noi europeisti convinti abbiamo brindato con un Cassis de Dijon del 1979 nel vedere i leader di Italia, Germania e Francia riaffermare i valori del progetto di unità europea proprio lì a Ventotene dove vide la luce il famoso Manifesto, pensando di essere testimoni di un rilancio a tre dopo l’uscita del Regno Unito, con il vertice informale di Bratislava ci siamo disillusi nel vedere, a fronte di una densa road map che conduce direttamente al marzo del prossimo anno per i 60 anni del Trattato di Roma, alcuni personaggi allontanarsi (o “allontanati”) per sterili polemiche.
Forse dovremmo tutti essere pienamente consapevoli che è terminata l’adolescenza dell’Europa e che in questa fase della sua maturità è fondamentale prendere decisioni responsabili avendo chiaro il principio cardine del perseguimento del bene comune, e quando dico “tutti” intendo anche i nostri governanti.
Ma andiamo con ordine.
 
Il vertice informale
Il 16 settembre si è celebrato a Bratislava un vertice informale del Consiglio europeo: la scelta del carattere informale è stata dettata principalmente dal fatto che il Regno Unito, in seguito al risultato del referendum per la sua uscita dall’Unione Europea, non ha tuttavia avviato le procedure previste e di conseguenza ne è ancora ufficialmente membro; dovendosi i capi di stato e di governo riunire per traguardare a breve le proprie sfide e rilanciare il progetto europeo nonostante l’opting out britannico, è ovvio che non si poteva convocare anche chi ha scelto di andarsene: ecco quindi spiegato il motivo della dichiarata “informalità” della riunione che d’altronde viene spesso adoperata anche per altri motivi.
A dire il vero, però, detta modalità si veste di numerose “formalità”, prima tra tutte la regola che non esista un ordine del giorno prefissato e che, dunque, tutti i partecipanti possono proporre qualsiasi argomento di discussione all’attenzione dei propri colleghi.
Ciò nonostante, noti erano i punti su cui si sarebbero confrontati i leader europei.
Primo ed insidioso problema, il riaccendersi dei nazionalismi populisti che minano lo sviluppo della costruzione europea insieme alla scarsa coesione dimostrata dagli stessi Stati membri tra loro: divisioni Nord-Sud in tema di rispetto del fiscal compact, confronti Est-Ovest per la questione migranti, sicurezza e stato di diritto, il gruppo di Visegrad (Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia e Ungheria) che chiede una revisione dei trattati e l’Euro-Med (Cipro, Francia, Grecia, Italia, Malta e Portogallo) che fa fronte comune contro l’austerity di Bruxelles e a favore della flessibilità.
Indicativo un anonimo alto funzionario europeo che, alla vigilia del summit, ha dichiarato: «Auspichiamo che, pur nella dovuta informalità del vertice, vengano almeno rispettate le elementari regole di buona educazione».
 
La dichiarazione conclusiva  
Se le aspettative non erano delle migliori, il contenuto della dichiarazione conclusiva, invece, ha fornito motivo di ottimismo, al di là delle scene da bulletto di provincia di qualche capo di governo che deve imparare ad ubicarsi nel mondo.
Già perché un’altra delle regole formali proprie delle riunioni informali è che queste non possono adottare “decisioni” vincolanti ma solo rilasciare “dichiarazioni”: e proprio nelle 6 pagine della “Dichiarazione di Bratislava”[1] possiamo ritrovare idee e proposte per un comune impegno dei 27 nei prossimi mesi.
La stessa dichiarazione si apre con il riconoscimento che stiamo vivendo un «momento critico per il nostro progetto europeo» ma allo stesso tempo dichiara che i partecipanti al vertice sono «tutti d’accordo» su quanto emerso e sulla tabella di marcia adottata (nonostante le parole di “qualcuno”) e in particolare sul fatto che «per quanto un paese abbia deciso di lasciare, l’UE resta indispensabile per tutti gli altri»: «non è perfetta ma è lo strumento più efficace di cui disponiamo per affrontare le nuove sfide che ci attendono».
Espliciti sono poi gli obiettivi che impegnano i 27: migliorare la comunicazione fra gli Stati membri, con le istituzioni dell’UE e soprattutto con i cittadini; infondere maggiore chiarezza alle decisioni, utilizzando un linguaggio chiaro e onesto; concentrarsi sulle aspettative dei cittadini, avendo il coraggio di mettersi in discussione. Il tutto con una attenzione particolare al diffondersi di forze estremiste e populiste e la volontà di far riscoprire quanto sia attraente il progetto europeo. 
Se le mete possono apparire generali ed astratte, il programma di lavoro proposto contiene precise indicazioni operative.
I membri dichiarano di voler mostrare unità e assicurare il controllo politico sugli sviluppi dell’Unione al fine di garantire un futuro comune e il successo del progetto a 27, offrendo ai cittadini risposte concrete e chiare almeno sulle questioni quali migrazione, terrorismo e insicurezza economica e sociale.
Le istituzioni europee e gli Stati membri si impegnano a bloccare i flussi di migranti incontrollati e ridurre ulteriormente il numero degli irregolari; assicurare il pieno controllo delle frontiere esterne e ripristinare il sistema Schengen; ampliare il consenso sulla politica migratoria a lungo termine e applicare i principi di responsabilità e solidarietà (tanto cari al governo italiano!).
E per questo si intendono rafforzare i rapporti con i paesi terzi di provenienza dei migranti e potenziare le politiche multilaterali di cooperazione e sviluppo.
Per quanto riguarda la sicurezza interna e la lotta al terrorismo, si intensificheranno la cooperazione e lo scambio di informazioni fra i servizi di sicurezza degli Stati membri, verranno adottati controlli uniformi per chi attraversa le frontiere esterne, finalmente verranno condivise le banche dati per arrivare ad un comune sistema di informazione e autorizzazione ai viaggi. Accanto a ciò, si prevede l’adozione di misure amministrative unificate per consentire le espulsioni e i divieti di ingresso nello spazio europeo al fine di contrastare la radicalizzazione e il contagio estremista.
In tema di difesa comune, invece, si è tornati a parlare di Comunità Europea di Difesa indicando la necessità di dotarsi di un piano per utilizzare al meglio le possibilità offerte dai trattati in materia di capacità militare congiunta, valorizzando al contempo l’alleanza strategica con la NATO.  
Grande rilievo si è dato alla perdurante crisi economica per affrontare la quale si riconosce imprescindibile creare le condizioni per garantire un futuro economico promettente per tutti, preservare il nostro modo di vivere e offrire migliori opportunità ai giovani. Al di là delle dichiarazioni di intenti, i partecipanti al summit hanno stabilito di adottare in dicembre decisioni per l’estensione del Fondo europeo per gli investimenti strategici, la lotta contro la disoccupazione e il sostegno ai programmi giovanili e per la prossima primavera di rivedere le distinte strategie del mercato unico (il digitale, i capitali, l’energia).
Inoltre, tenendo in considerazione le forti preoccupazioni dei cittadini, si intende riaprire il dibattito sugli strumenti per garantire una politica commerciale che colga i benefici dei mercati aperti, senza pregiudicare le imprese europee (in particolare per le relazioni con gli USA e le trattative sul TTIP).
Un ultimo ma fondamentale impegno che i capi di stato e di governo hanno assunto è quello di «concretizzare le promesse» rafforzando il meccanismo di esame dell’attuazione delle decisioni adottate che, per chi si occupa da anni di politiche pubbliche europee, rappresenterebbe uno dei maggiori passi avanti per l’Europa del XXI secolo.

 

Bratislava-Roma
Le istituzioni europee ora hanno molto lavoro da svolgere: i prossimi appuntamenti ufficiali, formali e non, già sono noti.
La data che però vuole essere incisiva per la carica di simbolismo che porta in sé è quella del 27 marzo 2017 quando i leader europei si ritroveranno per le celebrazioni del 60° anniversario del Trattato di Roma[2]: sarà quella l’occasione per condurre delle verifiche sui cammini intrapresi, completare i processi avviati e delineare nuovi orientamenti comuni.
Bratislava è stato solo l’inizio, confidiamo nella bontà dell’opera e nell’impegno e responsabilità di tutti e di ciascuno per il futuro nostro e dell’Unione!  
 
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:: Davide Caocci

Davide Caocci, nato a Milano nel 1972, si è laureato in Giurisprudenza presso l'Università Cattolica e specializzato poi in Diritto internazionale, Diritto UE ed Economia. Ha lavorato tra Europa, America latina e Africa subsahariana come esperto di politiche europee e consulente per la cooperazione allo sviluppo. A questo ha sempre affiancato una ricca attività didattica in università italiane e straniere e una altrettanto ricca produzione di articoli sui fenomeni legati alla globalizzazione. Ora vive in Argentina, dall’altra parte del mondo. “Semel Scout Semper Scout”.

 
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