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2010
29
Dic
Fenomenologie seriali - Caterina Davinio


Campanotto editore,
2010
La raccolta accoglie la produzione della
Davinio dal 1999 al 2003 e si presenta in doppia veste linguistica, con
traduzione inglese a fronte, curata dalla stessa Davinio e da Davide W. Searman.
Non ho dubbi a definire la silloge della
Davinio come una riflessione sul Tempo, a cominciare dal titolo che fa riferimento
alla serie ripetitiva di fenomeni che appaiono all’esperienza sensibile e che, quindi,
si allungano sulla durata del quotidiano.
Si tratta di Tempo soggettivo, una sorta di
punto nevralgico del presente nel quale confluiscono e si confondono enti del
passato e del domani, quasi che, accanto agli amori, agli inciampi, agli attimi
già stati, si coagulasse la fenomenologia concreta di ciò che lei sarà o le
capiterà.
Uso intenzionalmente una terminologia di
impostazione filosofica perché, ripeto, sin dal titolo, è con questi fondamenti
che si presenta la silloge al lettore.
La considerazione di una compresenza del
Tempo trova un riscontro obiettivo nei versi, ove spesso la declinazione
verbale rimbalza dal passato al presente al futuro, tale che la medesima poesia
sembra condensare fasi eterogenee della vita:
Dove inclina la curva vana, /
impronunciabile / della tenerezza /…si raggrumava il mio ora e l’allora, e il /
poi e il per sempre (in ewig) / in eterno.
È giusto, allora, scrivere Tempo con la
lettera maiuscola proprio per intenderlo nel modo idoneo. In questa raccolta, ribadisco,
esso non raffigura la cronologia dei fatti e delle emozioni personali, ma la
categoria che pone il flusso della realtà e del cosmo sull’asse cartesiano,
perpendicolarmente alla retta dello spazio: i due enti della ragione empirica
che come argini contengono la corrente della vita. Ma per la Davinio lo scorrere
non è lineare, la comprensione di tale getto impossibile e dunque la parola per
esprimere l’esistente e l’accadere si cela nelle tenebre, introvata.
Conto secondi secolari / anelli nel tronco
dei nostri alberi, / spezzo tutti i rami nostri e nulla / mi consola.
Uscendo fuori dall’ordine delle sequenze obiettive,
tutto potrebbe essere già stato, compresa la propria morte, termine che torna e
ritorna insistente e tormentoso quasi in tutti i testi della raccolta.
Difatti, accanto alla dimensione temporale,
onnipresente nella poesia della Davinio al punto da sfiorare quasi
l’ossessione, si colloca con la medesima insistenza angosciosa la meditazione
sul nulla eterno che ci accoglierà e direi che proprio nel binomio Tempo-Morte
possiamo alla fine raccogliere il significato pieno dell’opera.
Per meglio dire: l’unica certezza che tocca
all’essere vivente è quella paralizzante che parte nella radice dell’anima e
che contiene scritta in ogni cellula la coscienza, unica e inequivocabile,
della propria dissoluzione.
È il solo evento percepito in lucidità, il
quale, in mezzo al nonsenso che ci attanaglia, continua conturbante a
riproporsi: dove terminano / tutte le stazioni….e vanno le mie morti /
innumerevoli / a passo di soldati.
La morte, infatti, è vissuta come un
continuum: dal trascorso, dove è già accaduta, continua a riverberarsi su tutti
gli istanti dell’oggi, soggiogandoli a uno a uno: l’ora dilaga in tutte le
sfumature/ rosso sfinito/…ficca passi regolari a un lungo funerale.
A una significazione dell’accadere così
soggettiva non poteva che corrispondere una ricerca del dire poetico. Il mondo
è circolo inattingibile: dentro / sono le ore / e forse / i giorni. / Non
contengono il mondo / che veloce va altrove e, nello straniamento che irradia
dal fondo, la parola si frantuma e la sintassi si avvia per percorsi che
vorrebbero essere rassicuranti e/o conoscitivi e mai lo sono. Nascono inattesi
neologismi –s-dimenticarmi- ma soprattutto una costruzione sintattica
che sembra non finire mai il tratto iniziato, imboccando di continuo altre vie,
nel vano tentativo di definire e circoscrivere.
Inoltre, ultima delusione, il sentimento
dell’amore, che fa capolino attraverso un tu spesso evocato, aspirerebbe
a proporsi come mezzo di elevazione spirituale, ma non colma affatto l’orizzonte
che continua a restare vuoto di concetti e punti di approdo.
Talora il rivolgersi all’altro rasenta
l’invocazione a raggiungere insieme vette di significazioni ed eternità, per
liberarsi dall’assurdo della condizione di spaesamento e sconoscenza –il
nostro precario senso- che tocca all’uomo. Inutile è il tentativo.
È senza frutto anche la ricerca di trascendenza
di un Ente supremo che sia garante dell’esistente. L’ente Dio non è l’Inconoscibile,
ma, per la Davinio, rappresenta ciò che proprio non è.
L’autrice sembra offrirci, nella seconda
parte della silloge, un esempio per meglio comprendere il suo disorientamento,
proponendoci lo smarrimento di Medea, dopo l’uccisione dei figli: dove sono
i bambini? …dove sono io?
Due donne alle prese con la sostanza temporale
che sembra possedere ragione propria e capacità di travolgere intelletti e
creature.
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:: Fortuna Della Porta
Fortuna Della Porta è nata a Nocera Inferiore (SA), scrittrice, poeta e critico letterario. Ha pubblicato quattro raccolte di versi: Rosso di sera, ed. Il Calamaio -2003- Diario di minima quiete, ed. LietoColle -2005- Io confesso, ed. Lepisma –2006- Mulinare di mari e di muri, ed. LietoColle, 2008. Un poemetto di circa 1000 versi, Canto Primo, è apparso sul periodico letterario Poiesis. Numerosi i testi in antologie e in rete. In prosa: Scacco al re è opera teatrale per le edizioni Carta e Penna, 2006. I racconti: Ritratti, Oèdipus edizioni, 2007 e Labirinti, e-book, kultvirtualpress, 2007. Articoli e saggi compaiono con regolarità sui maggiori periodici letterari sia cartacei sia on line. Numerosi i premi e le segnalazioni. È iscritta al P.E.N. club Italia. Laureata in lettere, ha insegnato per alcuni anni. Vive stabilmente a Roma.
WEB: www.fortunadellaporta.it
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