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Intervista con Alessandro Tedesco

Alessandro Tedesco / Alkèmik Quintet
 
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Alessandro Tedesco, Benevento, 1976, è un musicista jazz. Si è diplomato in trombone nel 1997 e ha proseguito gli studi classici con Gianluca Camilli e con Roberto Bianchi, primi tromboni al Teatro San Carlo di Napoli, con Andrea Conti (primo trombone dell’Orchestra Sinfonica di Monaco), Luca Benucci (primo corno del Maggio Fiorentino). Ha suonato e suona in formazioni cameristiche e orchestre, tra cui i Caudium Brass, i Playing Brass, il gruppo Nuova Scarlatti, il gruppo cameristico del Conservatorio di Benevento (Omaggio a Igor Stravinskij), l’Orchestra Ars Nova, la Media Aetas, l’Orchestra Regionale Molisana. Ha collaborato con varie Big Band jazzistiche tra cui Caserta Big Band, Big Band Bengio, Minale Big Band, B.B. Orchestra, Salerno Big Band, O.N.J. (Orchestra Napoletana di Jazz), Egea Orchestra. Collabora con vari artisti e direttori tra i quali Roberto De Simone (noto compositore e musicologo, già Nuova Compagnia di Canto Popolare), Massimo De Bernart, Vince Tempera, Roberto Pregadio, Renato Serio, Peppe Vessicchio, Enrico Montesano, Luca Barbareschi, prendendo parte a trasmissioni e concerti su reti RAI e MEDIASET tra cui il Festival di Napoli, Napoli Prima e Dopo, Trash e Amici di Maria De Filippi.
Si è inoltre diplomato in Jazz nel 2002 continuando gli studi sotto la guida di numerosi importanti maestri. Fa parte del quintetto di Marco Zurzolo esibendosi nei festival jazz più prestigiosi in Italia e nel mondo (Umbria Jazz e Umbria Jazz Melbourne, Festival Jazz di Montreal, Italian Jazz festival di Londra e in locali storici come il Blue Note di New York. Nel 2007 si laurea in discipline musicali jazz. 
Numerosissime le collaborazioni artistiche e discografiche tra cui Daniele Sepe, Aldo Bassi, Aldo Vigorito, Gianpaolo Casati, Piero Leveratto, Andrea Beneventano, Pietro Tonolo, Dario Deidda, Alfonso Deidda, Sandro Deidda, Ettore Fioravanti, Ferruccio Corsi, Giovanni Amato, Antonio Onorato, Daniele Scannapieco, Enrico Pierannunzi, Gabriele Mirabassi, Tom Harrell, il vibrafonista Mike Mainieri (Steps Ahead), Don Moye, Roscoe Mitchell, Peter Erskine e Archie Shepp…
Nel 2008 Alessandro Tedesco vince all’unanimità il premio Waltex Jazz competition (concorso internazionale indetto dalla etichetta Radar e dalla Waltex Tricot, azienda toscana produttrice di tessuti per l’alta moda, giuria presieduta da nomi come Gabriele Mirabassi, Paolo Damiani e Claudio Carboni) e incide il disco Alessandro Tedesco/Alèmik Quintet: Kimika. Il cd contiene brani originali omposti da Alessandro Tedesco, Davide Costagliola e Vincenzo Saetta. Una cover di Duke Ellington (Sophisticated Lady) e una di Horace Silver (The Preacher). Un brano (C’ Amor’) è del grande sassofonista napoletano Marco Zurzolo. Il disco è distribuito in tutto il mondo dalla Egea.
 
kimica.jpg
 Alkèmik Quintet
 
Alessandro Tedesco: trombone
Vincenzo Saetta: sax alto
Andrea Rea: piano e organo hammond
Davide Costagliola: basso elettrico
Sergio Di Natale: batteria
Alessandro Tedesco:
 
Radar Music:
 
Egea Music:
 
AlessandroTedesco1.jpg
 
Davide
Anzitutto ciao Alessandro. Il vostro cd è davvero un ottimo lavoro, tecnicamente robusto, elegante… La tua formazione è prima di tutto classica. Oggi la musica jazz, grazie anche ai primi passaggi ad opera di Gershwin, Stravinskij, Auric o Milhaud,  è definita una musica colta e il presupposto per suonare jazz è la conoscenza della musica classica. Eppure le origini del jazz furono esattamente l’opposto, poiché nasceva da un substrato di musiche quali blues, spiritual e altra musica popolare nera. Com’è nata la tua passione per il jazz e cosa vi hai messo dentro della tua formazione classica?
 
Alessandro
Grazie a te Davide per aver apprezzato il nostro lavoro.
La mia passione per la musica jazz nasce quando avevo solo 15 anni, per caso sono andato ad ascoltare un concerto jazz in un piccolo club, e se devo essere sincero non mi piacque tantissimo, ma mi lasciò un segno, ed in particolare quel capolavoro inconfondibile del binomio Rodgers&Hart, My funny Valentine. Una settimana dopo comprai il mio primo disco di jazz, una raccolta dove c’èra questa bellissima canzone suonata da Chet Baker. Da quel giorno è cominciata la mia ascesa all’interessamento a quello che era il jazz. All’epoca ero già uno studente del conservatorio ed avevo militato solo in piccole bande, ma il caso volle che mi proposero di partecipare alla formazione di una big band, ed il luogo dove si svolgevano le prove era un club privato, chiamato Chet Baker Jazz club, e l’orchestra non poteva che chiamarsi nel medesimo modo. Riguardo alla formazione classica, è quella che mi ha dato modo di poter esprimere al meglio il mio concetto di suono, ma anche una visione a 360 gradi della musica, in particolar modo dal punto di vista compositivo.
 
Davide
Com’è avvenuta la scelta del trombone tra gli altri strumenti?
 
Alessandro
Devo dire che è stato un caso, o meglio un’esigenza logistica del mio primo insegnante, che all’atto costitutivo di una banda di paese, mi disse che avevo delle predisposizioni per il trombone, e le mie proteste, visto che le mie intenzioni erano di suonare il sax alto, furono inutili. Così fui costretto a comprare un trombone, strumento non popolarissimo, che con grande facilità e precocità riuscii a far suonare. La mia prima performance fu dopo solo un mese di studio, chiaramente parliamo di piccole marcette da banda molto semplici, che però mi hanno fatto subito apprezzare la magia di quello strumento privo di tasti, spoglio, un semplice tubo di ottone.
 
Davide
Il vostro cd è fatto di musica strumentale, sebbene si è detto (Gian Carlo Testoni) che il più antico mezzo di espressione nel jazz è stata sì la voce umana, ma il gusto musicale del negro ha riportato nella tecnica strumentale degli strumenti a fiato tutti gli effetti da lui ottenuti con la voce (vibrato, intonazioni rauche, blue-notes, portamenti ecc.). In questo senso ti definiresti non solo un trombonista, ma anche un “cantante”?
 
Alessandro
Assolutamente si! Oltretutto il trombone più di ogni altro strumento a fiato, è quello più vicino alla voce umana (maschile) come estensione, come timbro e per certi versi anche tecnicamente. Cantare ogni singola nota, e sapere dove si trova prima di suonarla è una peculiarità di molti musicisti, e non solo di strumentisti a fiato, ma per quanto riguarda il mio strumento, non essere anche un cantante significherebbe non riuscire ad intonare perfettamente la noto giusta.
 
Davide
Il trombettista John McPhee suonò una volta la sua cornetta vicino alla cordiera di un pianoforte sul quale aveva suonato Thelonious Monk, nella speranza di suscitare per simpatia suoni armonici che avessero magia o memoria di quel grande maestro. Avendone la possibilità, quale strumento appartenuto a quale musicista e maestro prediletto ti piacerebbe suonare?
 
Alessandro
Prendo in prestito le parole che ha detto Joseph Alessi, primo trombone della New York Philarmonic, il quale non avrebbe niente da invidiare a nessun essere vivente al mondo in quanto a qualità tecniche, bellezza e fluidità di suono, e cioè:
“ Vorrei avere il suono di J.J.Johnson”, e chiaramente poter suonare il suo trombone. 
 
Davide
Da ragazzo “Sophisticated lady”, una versione cantata da Rosemary Clooney, è stata la prima canzone in assoluto o molta tradizione nella vostra musicai uscire...ti strumenti. ttivo. Volenti o nolenti il bagaglio di un musicista ogche mi ha avvicinato al jazz… (ma anche “Mood indigo”). Poi venne il resto. Come e perché hai lavorato al riarrangiamento di questo standard di grande classe?
 
Alessandro
Ellington è sempre stato per me, da quando mi sono avvicinato allo studio del jazz, un innovatore ed un poeta rispetto ai suoi contemporanei. L’analisi dei suoi brani mi affascina molto, e mi piace stravolgere in un certo senso le forme rese così perfette, cercando di non perderne la bellezza interiore, e in questo caso la melodia. L’idea del mio arrangiamento è quella di movimentare ritmicamente una linea melodica molto cantabile, con l’ausilio del dispari, in questo caso un 5/8 funky per le due prime strofe, mentre nel bridge dove la peculiarità principale è la scelta degli intervalli, ho optato per un 2/4 lasciando quasi invariata la metrica originale. Unico chorus di solo affidato ai due fiati, con il trombone che si contrappone sordinato di plunger al sax alto, e dopo un open free ho inserito una sorta di special con una ben nota citazione di un altro classico di Ellington “Perdido”, tema finale e coda.
 
Davide
Qual è il tuo assolo preferito nel jazz? Perché?
 
Alessandro
Senza dubbio uno dei primi assolo che ho trascritto, e cioè Yasterdays (Kern, Harbach) eseguito magistralmente da J.J. Johnson, un incisione del 1957. Ho ripreso quel solo più volte nel corso della mia vita, e pur confrontandolo con altre esecuzioni di altri grandi trombonisti, in nessuna di esse ne è trapelata la stessa nitidezza, e sensibilità. Sono tre chorus che racchiudono tutto, liricità, padronanza tecnica, ricchezza armonica, genialità, equilibrio e perfezione.
 
Davide
Il jazz assomiglia a quel tipo d’uomo con cui non permettereste a vostra figlia di uscire… Cosa ne pensi della frase di Duke Ellington… Che similitudine faresti tu invece del jazz?
 
Alessandro
Penso che la frase di Ellington potesse andar bene nel periodo in cui è vissuto; oggi il jazz piace ad una cerchia non troppo estesa di amanti, spesso intellettuali, che andrebbero molto a genio a tutti i padri… Questo genere ha ancora il sapore di allora, la differenza è che viene apprezzato purtroppo solo da coloro che hanno dei gusti musicali più raffinati, o meglio più “educati”. C’è da dire che oggi siamo di fronte ad una mercato musicale vario e vasto, cosa che non esisteva allora.
La mia similitudine del jazz? Una di quelle enormi tele che Pollock dipingeva sul pavimento del suo studio; ad un profano poteva sembrare un insieme caotico di linee, colori, un groviglio primordiale, in realtà ciò che ne veniva fuori era armonia,  tensione,  vibrazioni caustiche, genio. Linee vagabonde, assimilabili alle note di un pezzo jazz, che in realtà vagabonde non sono, anzi.
 
Davide
Luca Flores disse di amare quei musicisti che cantano, scrivono e suonano ogni nota come se fosse l’ultima. Tu invece per quale sua peculiarità ami di più un musicista piuttosto che un altro?
 
Alessandro
Essendo un meridionale, sono attratto dal calore, inteso come messaggio trasmissivo che parte dal cuore, e non dalla mente. Non mi fermo alla bellezza delle note che può suonare qualsiasi bravo musicista, ma vengo rapito dalla modalità di esecuzione. La musica deve contenere pathos, deve raggiungere l’animo e non solo l’orecchio dell’ascoltatore, deve emozionare, travolgere e incantare. Amo tutti quei musicisti che mi trasmettono queste sensazioni.
 
Davide
Che succede in questo momento? Cosa succederà a breve?
 
Alessandro
Presenterò il mio disco in vari festival jazz, tra cui quello di Bolzano in luglio, ed entro la fine dell’anno conto di far uscire il secondo, abbastanza diverso dal primo, al quale sto lavorando.
 
Davide
Ciao e grazie. Ah, “la porti un bacione” alla mia cara Irpinia!
Pubblicato il 13/05/2009 da Davide Riccio, per la rubrica MUSICA
Davide Riccio
Davide Riccio è nato nel 1966 a Torino, dove vive svolgendo da vent’anni la professione di educatore in ambito socio-assistenziale e psichiatrico. Polistrumentista compositore e cantante autore di genere eclettico, ama da sempre ricercare nuovi linguaggi musicali e strumenti di ogni sorta (attualmente sta esplorando e studiando il Theremin e il didgeridoo). Ha suonato e inciso dischi fin dalla seconda metà degli anni ’80. Ultimi lavori del 2006, il poema multimediale “L’Orfeo concluso”, con musiche proprie e di Ashtool, Paolo Veneziani, Marco Barluzzi, All Scars Orchestra, Paola Bianchi (Ludmila), Nyko Esterle, Volvox dei Fckn Bstrds ed altri musicisti elettronici e sperimentali (Into my bed rec./Unamusica), l’album “Voci”, sul testo “La strega” di Jules Michelet con i Timelines (Claudio Ricciardi, Marino Curianò, Giuseppe Verticchio, Simone Fiaccavento) e “Wrong or right of forty” (ospiti Marco Barluzzi, Paolo Veneziani, Sandblasting, Strinqulu, maestro Giorgio Lanzani, Claudio Ricciardi, Paul Beauchamp aka Gullinkambi etc.). Ha scritto poesie e racconti, che ha pubblicato su antologie e riviste sparse dal 1983 ad oggi. Numerosi i siti internet che ospitano i suoi lavori. Ha scritto il romanzo “La banca dei Reincarnati” e pubblicato la raccolta di poesie “Povertissement” con prefazione di Sandro Gros-Pietro (Genesi editrice, 2006). Dal 1998 è stato copywriter in pubblicità per una nota agenzia milanese e giornalista (La Val Susa, Torino Sera, Oblò) occupandosi di cultura in genere e divulgazione. Attualmente scrive per alcune webzines e si occupa prevalentemente di articoli ed interviste a gruppi musicali e musicisti emergenti o già affermati dell’underground italiano ed internazionale, con particolare attenzione alle avanguardie e al rock indipendente.
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