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2008
11
Giu

Tropa De Elite

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Nel 1997 Papa Giovanni Paolo II decide di farsi un viaggio a Rio de Janeiro. Come tutti i potenti di questa terra ha la massima libertà nello scegliere i luoghi dove alloggiare durante il suo soggiorno. E allora decide di andare a casa di un vescovo. Questa casa, purtroppo, è proprio attaccata ad una delle peggiori favelas di Rio, che come è ben noto sono fogne di droga e violenza. Serve allora bonificare, facendo un po' di piazza pulita di spacciatori e gentaccia simile.
La prima domanda che sorge è la seguente - Spacciatori e trafficanti perché dovrebbero fare un'attentato al Papa?
Nessuno sembra essersi posto la questione, però si ha paura che qualcosa possa succedere al Santo Padre e allora si manda in questa favela il BOPE, un corpo speciale della polizia brasiliana composto da esaltati, pronti a tutto per portare a termine la loro missione.
Il film segue le storie di tre poliziotti. Uno è a capo del BOPE, gli altri due finiranno per entrarci. Non c'è un punto di vista preciso che garantisca una chiara lettura (morale, di contenuti) di queste storie. Di volta in volta vengono messi sotto accusa tutti quanti. Poliziotti, spacciatori, studenti borghesi (che aiutano i bambini nelle favelas e poi fumano l'erba che gli spacciatori gli vendono). Ognuno contribuisce, a modo suo, allo schifo del Brasile senza neanche rendersene conto.
Gli agenti del BOPE si muovono in assetto battagliero e utilizzano gli stessi metodi di una guerra, torture comprese. Per ottenere una notizia diventa quindi lecito gambizzare una persona e prenderla a calci, oppure infilargli la testa in una sacco di plastica e soffocarlo, fino a quando la persona (molte volte anche ragazzini) non sviene o non confessa. Insomma, assistiamo alla messa in atto di un modello di giustizia molto particolare, quello che non dà possibilità di difesa, quello in cui alcuni rappresentanti della legge hanno potere assoluto. Perché è bene ricordarlo, quelli del BOPE fanno parte di una squadra speciale.
Il resto della polizia invece passa il tempo a far funzionare il suo "sistema": estorsioni, traffici, bustarelle, protezione. In questo quadro il male minore sembrano farlo, paradossalmente, gli spacciatori, che tra le altre cose si occupano solo di marijuana e coca. Loro sono a capo delle favelas nelle quali mantengono la pace con le armi (come in ogni angolo democratico del mondo che si rispetti) e dove sfruttano il degrado urbanistico come piazza di spaccio.
La facciata del Brasile mostrata è caotica e contraddittoria. E si ha l'idea che la messinscena di alcuni elementi (droga, morte, violenza) sia diventata una sorta di stereotipo negativo simile a quello positivo (mare, sole, belle fiche, danze, sorrisi) da esportazione vacanziera, che sempre accompagna i discorsi sul Brasile di chi non ci è mai stato. Il regista, José Padilha, riprende tutto come se stesse sotto anfetamina, macchina a mano traballante e veloce, montaggio altrettanto rapido, immancabili schizzi di sangue sull'obiettivo, musica rock o rap mandata a tutto volume. Lo stile quindi è anch'esso vittima di uno stereotipo, quello legato ad un'idea di cinema (e di televisione, la real-tv) che ha ormai dettato i nuovi canoni del realismo.
Una parentesi della pellicola, abbastanza ridicola, è poi quella dell'addestramento delle reclute per entrare nel BOPE. La stessa follia degli insegnamenti vista in Full Metal Jacket, senza però quell'assurda ironia, che trasportava la fruizione di quelle sequenze su un altro piano, derisorio, grottesco e allo stesso tempo di feroce critica. Qui, cadetti e istruttori si prendono tutti dannatamente sul serio e urlano e marciano invasati come pochi.
Tropa de elite è un magma confusionario di immagini e suoni, che non vuole prendere posizione davanti al proprio tessuto narrativo e che quando lo fa, purtroppo, risulta essere ambiguo e approssimativo. E anche se alcuni personaggi sembrano attanagliati da dubbi e inquietudini etiche, poco importa, alla fine quello che conta veramente è finire il proprio lavoro: uccidere e rimanere vivi, perché, come un poliziotto dice nel film - una missione data è una missione portata a termine.

 
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:: Emiliano Bertocchi
Mi chiamo Emiliano Bertocchi. Sono nato a Roma il 22 giugno 1979. Perchè scrivo? Credo sia questa la domanda a cui debba rispondere. Scrivo perchè ne ho bisogno. Niente di più e niente di meno. Scrivere non è un hobby, o uno svago, o una cosa da fare tanto per fare. Almeno non per me. Io ne Sento il bisogno. Quando sto male, quando mi rode, quando sono incazzato, quando vorrei distruggere qualsiasi cosa ho davanti, quando amo, quando sto fuori, quando vivo. L' altra volta sono andato a un reading di poesie e mi sono accorto che leggere le mie poesie davanti ad altri è stato come andare in giro a raccontare a degli sconosciuti la propria vita. Preferisco stamparle e farle leggere le mie cose, piuttosto che leggerle io stesso. C'è meno intimità. E poi il lettore ritrova sempre se stesso nelle pagine che legge ed è preferibile che non si specchi troppo con chi le ha scritte. Scrivere è la mia libertà, il foglio bianco è la mia Anarchia, perchè lì sono veramente libero di poter dire, essere e fare tutto quello che voglio e come lo voglio. Gli scrittori che mi hanno fatto iniziare sono stati Charles Bukowski e Jack Kerouac. Grazie. E un grazie anche alle parole... le mie dolci amiche... vi prego non lasciatemi... non lasciatemi mai.
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