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2008
19
Mag

Benedetto XVI all'ONU

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 Diritti Umani e Umanesimo Cristiano

 
«Erit opus iustitiae pax »
(Isaia 32,17)
 
Lo scorso 18 aprile, durante la sua visita apostolica negli Stati Uniti, il Santo Padre Benedetto XVI si è recato in visita al Palazzo di Vetro, sede dell'Organizzazione delle Nazioni Unite, e qui dinanzi ai rappresentanti della comunità internazionale ha tenuto uno storico discorso[1] che troppa poca eco ha avuto tra gli osservatori e nei media ma che, da una rubrica come la nostra, non poteva passare senza la dovuta sottolineatura in particolare per il forte accento che ha impresso nell'individuare la comune matrice dei diritti umani consacrati nella Dichiarazione Universale, di cui a dicembre ricorreranno i sessant'anni, e di un umanesimo cristiano vecchio di duemila anni, di cui egli è il maggior esponente.
Già in passato altri pontefici avevano avuto modo di rivolgersi all'Assemblea Generale e, più esattamente, Paolo VI nel 1965 e Giovanni Paolo II nel 1979 e nel 1995, ma Benedetto XVI ha avuto l'opportunità di pronunciare il suo discorso in un momento scevro da impellenze contingenti in cui ogni parola proferita avrà il peso e la portata che i singoli destinatari vorranno riconoscerle, rimanendo comunque nella storia per la semplice forza con cui sono state presentate.
Benedetto XVI ha iniziato ricordando quanto detto dal suo predecessore in occasione della sua visita e cioè che le Nazioni Unite dovrebbero essere quel "centro morale, in cui tutte le nazioni del mondo si sentano a casa loro, sviluppando la comune coscienza di essere, per così dire, una famiglia di nazioni"[2] e, al contempo, incarnano l'aspirazione ad "un grado superiore di orientamento internazionale"[3], ispirato e governato dal principio di sussidiarietà, e pertanto capace di rispondere alle domande dell'umana famiglia mediante regole internazionali vincolanti ed attraverso strutture in grado di armonizzare il quotidiano svolgersi della vita dei popoli. E tutto questo risulta ancor più necessario in un tempo quale l'attuale in cui sperimentiamo il paradosso di un consenso multilaterale che continua ad essere in crisi a causa della sua subordinazione alle decisioni di pochi, mentre i problemi del mondo esigono interventi nella forma di azione collettiva da parte della comunità internazionale.
Il Santo Padre, quindi, richiama i rappresentanti delle nazioni ad un comune impegno per "operare in buona fede, nel rispetto della legge e nella promozione della solidarietà nei confronti delle regioni più deboli del pianeta" che rischiano di sperimentare solo gli effetti negativi della globalizzazione. E invita a riscoprire l'autentica immagine della creazione che non richiede mai una scelta da tra scienza ed etica, piuttosto l'adozione di un metodo scientifico che sia veramente rispettoso degli imperativi etici.
A questo punto, Benedetto XVI tocca il punto più alto del suo discorso indicando nel principio della responsabilità di proteggere, o responsibility to protect (R2P), la manifestazione del riconoscimento dell'unità della famiglia umana e l'attenzione per l'innata dignità di ogni uomo e donna. Per questo principio, già implicitamente presente alle origini delle Nazioni Unite, ogni Stato ha il dovere primario di proteggere la propria popolazione da violazioni gravi e continue dei diritti umani, come pure dalle conseguenze delle crisi umanitarie, provocate sia dalla natura che dall'uomo; se i singoli Stati non sono in grado di garantire simile protezione, la comunità internazionale ha il dovere di intervenire con i mezzi giuridici previsti dalla Carta delle Nazioni Unite e dagli altri strumenti internazionali. Simile azione della comunità internazionale e delle sue istituzioni, supposto il rispetto dei principi che sono alla base dell'ordine internazionale, non deve mai essere interpretata come un'imposizione indesiderata o una limitazione di sovranità; al contrario, è l'indifferenza o la mancanza di intervento che recano un danno reale.
Il Papa ricorda che il principio della "responsabilità di proteggere" era considerato dall'antico ius gentium quale fondamento di ogni azione intrapresa dai governanti nei confronti dei governati e il frate domenicano Francisco de Vitoria[4], a ragione considerato precursore dell'idea delle Nazioni Unite, aveva descritto tale responsabilità come un aspetto della ragione naturale condivisa da tutte le Nazioni, e come il risultato di un ordine internazionale il cui compito era di regolare i rapporti fra i popoli per tutelare l'umana dignità.
Il riferimento all'umana dignità, fondamento e obiettivo della responsabilità di proteggere, porta poi al 60° anniversario della Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo: documento risultato di una convergenza di tradizioni religiose e culturali, tutte motivate dal comune desiderio di porre la persona umana al centro di istituzioni, leggi e interventi della società, e di considerarla essenziale per il mondo della cultura, della religione e della scienza.
Proprio per questo risulta necessario che tutti i diritti umani siano riconosciuti e applicati secondo i principi di universalità, indivisibilità e interdipendenza, garanzie per la effettiva salvaguardia della dignità umana.
Tali diritti, per il pontefice romano, sono basati sulla legge naturale iscritta nel cuore dell'uomo e presente nelle diverse culture e civiltà: rimuovere i diritti umani da questo contesto significherebbe restringere il loro ambito e cedere ad una concezione relativistica, secondo la quale il loro significato e la loro interpretazione potrebbero variare negandone l'universalità in nome di contesti culturali, politici, sociali e persino religiosi differenti. La verità è che non solo i diritti sono universali, ma lo è anche la persona umana, soggetto di questi diritti.
La promozione dei diritti umani rimane la strategia più efficace per eliminare le disuguaglianze fra Paesi e gruppi sociali, come pure per un aumento della sicurezza a livello globale. In effetti, le vittime della miseria, la cui dignità umana viene violata impunemente, divengono facile preda del richiamo alla violenza e possono diventare in prima persona violatrici della pace.
Il merito della Dichiarazione Universale è di aver permesso a differenti culture, espressioni giuridiche e modelli istituzionali di convergere attorno ad un nucleo fondamentale di valori e, quindi, di diritti. Oggi però occorre raddoppiare gli sforzi di fronte alle pressioni per reinterpretare i fondamenti della Dichiarazione e di comprometterne l'intima unità, così da facilitare un allontanamento dalla protezione della dignità umana per soddisfare semplici interessi, spesso interessi particolari.
Anche per questa ragione, è oggi ancor più indispensabile un impegno comune affinché non si tradisca l'unità della persona umana e l'indivisibilità dei diritti umani, principi consacrati dal 1948 nella Dichiarazione. Non si deve dimenticare però che quando vengono presentati semplicemente in termini di legalità, i diritti rischiano di diventare deboli proposizioni staccate dalla dimensione etica e razionale, che è il loro fondamento e scopo. Per questo, i diritti umani debbono esser rispettati quali espressione di giustizia e non semplicemente perché possono essere fatti rispettare mediante la volontà dei legislatori.
Fondamentale risulta, dunque, la capacità di discernimento, di distinguere il bene dal male, definita "virtù indispensabile e fruttuosa" che mostra come l'affidare in maniera esclusiva ai singoli Stati, con le loro leggi ed istituzioni, la responsabilità ultima di venire incontro alle aspirazioni di persone, comunità e popoli interi può talvolta avere delle conseguenze che escludono la possibilità di un ordine sociale rispettoso della dignità e dei diritti della persona. D'altra parte, una visione della vita ancorata alla dimensione religiosa può aiutare a conseguire tali fini, dato che il riconoscimento del valore trascendente di ogni uomo e ogni donna favorisce la conversione del cuore, che poi porta ad un impegno di resistere alla violenza, al terrorismo ed alla guerra e di promuovere la giustizia e la pace. Per Benedetto XVI, quindi, è inconcepibile che dei credenti debbano sopprimere una parte di se stessi – la loro fede – per essere cittadini attivi: non si può limitare la piena garanzia della libertà religiosa al libero esercizio del culto; al contrario, deve esser tenuta in giusta considerazione la dimensione pubblica della religione e quindi la possibilità dei credenti di fare la loro parte nella costruzione dell'ordine sociale.
Il Papa si augura poi di poter fare in modo che Chiesa Cattolica e Nazioni Unite possano contribuire alla costruzione di relazioni internazionali in un mondo ove ogni persona e ogni popolo possa percepire di poter fare la differenza e, a questo fine, ricorda quando detto nella sua recente lettera enciclica[5]: «la sempre nuova faticosa ricerca di retti ordinamenti per le cose umane è compito di ogni generazione».
Con questa certezza, accompagnata dalla speranza che scaturisce dall'opera salvifica di Gesù Cristo, Benedetto XVI ha chiuso il suo intervento all'Assemblea Generale dell'ONU.
La nostra ulteriore speranza è che tutti i popoli dei paesi rappresentati in aula possano e vogliano, a prescindere dalle differenze culturali e religiose, cogliere la forza di tale discorso e il senso dell'invito universalmente rivolto dal pontefice giacché, come ha dichiarato con docile veemenza, ogni essere umano è «il punto più alto del disegno creatore di Dio per il mondo e per la storia».


[1] Cfr. http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/speeches/2008/april/documents/hf_ben-xvi_spe_20080418_un-visit_en.html.
[2] Cfr. messaggio di Giovanni Paolo II all'Assemblea Generale delle Nazioni Unite, nel 50° anniversario della fondazione, New York, 5 ottobre 1995.
[3] Cfr. Giovanni Paolo II, Sollicitudo rei socialis, 43.
[4] Francisco de Vitoria (circa 149212 agosto 1546), filosofo e teologo del Rinascimento cattolico spagnolo, fondatore della tradizione conosciuta in filosofia come Scuola di Salamanca,  noto specialmente per i suoi contributi alla teoria della "guerra giusta" e allo sviluppo del diritto internazionale. È considerato il "padre del diritto internazionale" [tratto da Wikipedia, L'enciclopedia libera].
[5] Cfr. Benedetto XVI, Spe Salvi, 25.

Foto: fonte Associated Press
 
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:: Davide Caocci

Davide Caocci, nato a Milano nel 1972, si è laureato in Giurisprudenza presso l'Università Cattolica e specializzato poi in Diritto internazionale, Diritto UE ed Economia. Ha lavorato tra Europa, America latina e Africa subsahariana come esperto di politiche europee e consulente per la cooperazione allo sviluppo. A questo ha sempre affiancato una ricca attività didattica in università italiane e straniere e una altrettanto ricca produzione di articoli sui fenomeni legati alla globalizzazione. Ora vive in Argentina, dall’altra parte del mondo. “Semel Scout Semper Scout”.

 
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