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2008
25
Feb

Il Petroliere

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La terra. La luce forte del deserto, i suoi spazi aperti. Un uomo sporco e barbuto che scende dentro un pozzo. Dalla luce al buio. Dalla vastità del deserto ad uno spazio angusto, stretto, nel quale scavare.
Penetrare la terra e diventare parte di essa.
Penetrare la terra e rinascere milionari.
Paul Thomas Anderson sceglie un racconto dai tempi dilatati (dal 1898 al 1927) per osservare l'arricchimento di Daniel Plainview, cercatore di petrolio, abile sfruttatore dei propri pozzi. E attraverso di lui coglie l'occasione per tracciare un sentiero che colleghi quelle terre selvagge che Daniel trasforma in enormi fonti di denaro allo sviluppo della società americana, che proprio sul petrolio ha basato il suo funzionamento e la sua esistenza
Daniel Plainview si muove di comunità in comunità per acquistare terreni dai quali poter estrarre il petrolio. Daniel illude, ogni volta, le comunità nelle quali si ritrova a parlare con i concetti base della società americana: famiglia, lavoro, Dio. Per questo si porta appresso un bambino che fa passare per suo figlio, perché indispensabile alle sua formula imprenditoriale, quella che rivende a tutte le persone che incontra. Perché la famiglia è sempre e comunque la base di ogni società, piccola o grande che sia, e ribadirlo serve a conquistare le fiducie, per arrivare alla terra, per arrivare al petrolio, il solo e unico interesse di Daniel.
There will be blood (questo il titolo originale) è un film fatto di polvere, macerie, terra, macchie di olio e sangue, fiamme, buio, vento e deserto. Il petrolio e il sangue diventano con la loro uguale consistenza, con la loro stessa viscosità, un unico elemento di vitale importanza. Come il sangue è indispensabile per la vita umana, così il petrolio è indispensabile per il funzionamento e dunque la vita delle società industrializzate.
Ma anche un film fatto di corpi, costruito su di essi. Soprattutto quello di Daniel Day Lewis, in un'altra superba interpretazione. Corpi sporchi, coperti di petrolio, divisi tra la vastità degli spazi desertici e gli angusti pozzi nei quali si ritrovano a scavare. In questa continua dialettica tra l'aperto e il chiuso si ritrova il respiro del film, mentre il suo battito cardiaco è dato dalle trivellazioni. E come in un orgasmo il battito accelera, poco prima delle eruzioni di petrolio, con una colonna sonora che fa salire le pulsazioni, con sezioni ritmiche assordanti, in un climax più che mai fisico, fino a quella eiaculazione dirompente, del pozzo, che con i suoi schizzi neri e appiccicosi investe ogni cosa. Daniel non è un vero padre, non ha ingravidato nessuna donna. La sua sfera sessuale è rappresentata dal suo rapporto con la terra, con la trivellazione, con la penetrazione del suolo. I suoi orgasmi sono quelli dei pozzi petroliferi che esplodono. E non è un caso che il suo rapporto con il falso figlio inizi a morire proprio quando questo rimane assordato perché troppo vicino all'esplosione di uno dei suoi pozzi. Perché è il petrolio il vero seme di Daniel, infecondo per la natura e le donne ma essenziale per lo sviluppo della società. Un seme che appena viene espulso si disperde sulla terra, per poi essere raccolto, messo dentro ai barili, spedito per dar vita a macchine e automobili, per dar vita allo sviluppo di un intero Paese. Come nell'atto sessuale, sembra essere la verticalità del movimento, con le sue spinte dall'alto in basso, a determinare alcune scelte registiche, come le sequenze degli uomini che scendono nei pozzi e poi risalgono in superficie.
There will be blood non è solo una discesa materica e fisica nella terra ma anche una caduta libera e consapevole nell'avidità, nell'egoismo, nella rapacità dell'accumulo di denaro. Per arrivare ad una solitudine assoluta, voluta e cercata, nella quale si rinnegano finalmente tutti quei valori, come la famiglia e Dio, che non avevano nessun'altra ragione di esistere se non quella di mascherare le logiche del puro guadagno.
Trailer su YouTube
 
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:: Emiliano Bertocchi
Mi chiamo Emiliano Bertocchi. Sono nato a Roma il 22 giugno 1979. Perchè scrivo? Credo sia questa la domanda a cui debba rispondere. Scrivo perchè ne ho bisogno. Niente di più e niente di meno. Scrivere non è un hobby, o uno svago, o una cosa da fare tanto per fare. Almeno non per me. Io ne Sento il bisogno. Quando sto male, quando mi rode, quando sono incazzato, quando vorrei distruggere qualsiasi cosa ho davanti, quando amo, quando sto fuori, quando vivo. L' altra volta sono andato a un reading di poesie e mi sono accorto che leggere le mie poesie davanti ad altri è stato come andare in giro a raccontare a degli sconosciuti la propria vita. Preferisco stamparle e farle leggere le mie cose, piuttosto che leggerle io stesso. C'è meno intimità. E poi il lettore ritrova sempre se stesso nelle pagine che legge ed è preferibile che non si specchi troppo con chi le ha scritte. Scrivere è la mia libertà, il foglio bianco è la mia Anarchia, perchè lì sono veramente libero di poter dire, essere e fare tutto quello che voglio e come lo voglio. Gli scrittori che mi hanno fatto iniziare sono stati Charles Bukowski e Jack Kerouac. Grazie. E un grazie anche alle parole... le mie dolci amiche... vi prego non lasciatemi... non lasciatemi mai.
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