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2008
27
Gen

American Gangster

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Ascesa e caduta di Frank Lucas, nero di Harlem, che riesce nell'arco di cinque anni a diventare il re dell'eroina a New York, smerciando roba purissima, la Blue Magic. Frank va a prendere direttamente la merce in Vietnam, elimina qualsiasi intermediario e non lavora per nessuno. Ribalta le regole dell'importazione dell'eroina e crea un mercato monopolistico di cui è l'assoluto padrone. Roba migliore, prezzi più bassi, qualità assicurata.
American Gangster non parla solo di questo, dell'eroina come merce suprema, ma anche di moralità, di corruzione, di denaro e soprattutto è uno splendido spaccato di due vite americane, distanti, diverse, eppure in continua attrazione.
Il poliziotto che metterà fine alla carriera di Lucas è Richie Roberts, uno, per intenderci, che dopo aver trovato un milione di dollari nel portabagagli di un'auto l'ha consegnato ai suoi superiori senza tenersi in tasca nulla. Un poliziotto quindi dall'invidiabile senso morale e del dovere, attaccato al suo lavoro. Ma anche un uomo che non riesce a pensare, come dovrebbe, alla sua famiglia, che ha amici criminali, molto trasandato, che si ingozza in continuazione di junkie-food .
Frank Lucas invece ci riesce a tenere unita la sua famiglia e a coinvolgerla nei propri affari (prendendo come esempio la famiglia italiana nelle sua derivazione mafiosa) e soprattutto è uno che non si mette mai in mostra, che si tiene in disparte (e che nell'unica volta in cui indossa qualcosa di più vistoso rimane fregato), uno che è legato ad Harlem, nella quale ha vissuto da quando era ragazzino e che aiuta regalando tacchini il giorno del ringraziamento e allo stesso tempo  distrugge smerciando eroina ad ogni angolo di strada.
Proprio di questi contrasti vivono i due personaggi. E quell'attrazione tra le loro identità, di cui si diceva prima, esploderà in tutta la sua forza (grazie alla bravura degli attori, Denzel Washington e Russel Crowe) nel faccia a faccia finale, in cui i due si fronteggiano, giocando a carte scoperte, mettendo uno di fronte all'altro quello che hanno in mano, senza assi nascosti, per vedere chi sarà a vincere, per vedere uno dentro l'altro cosa li ha spinti per arrivare a quel punto, per capire in che modo la vita li ha trattati per farli diventare quello che sono. Fino al momento in cui le loro identità si fanno meno distinte e tra i due scatta qualcosa, forse la comprensione reciproca, forse il bisogno di fidarsi.
Ridley Scott racconta un pezzo della malavita americana dei primi anni settanta con una narrazione di grande respiro, autonoma, in gran parte, da tutto il cinema precedente che si è immerso in questo mondo, per ricostruirlo o rappresentarlo fedelmente (Scorsese, Coppola, Friedkin, Ferrara), scegliendo una regia equilibrata nella forma e nella messinscena, classica nel non essere mai invadente nel narrare, con immagini livide e fredde, grazie anche a una fotografia capace di cogliere il gelo e le luci delle strade invernali di New York.
Ai margini della storia rimangono la guerra del Vietnam e l'esplosione del consumo di eroina, elementi sociali che meriterebbero ampli approfondimenti, magari in altre storie, in altre testimonianze.
American Gangster è l'incontro di due approcci morali diversi all'esistenza, speculari e dialettici, capaci alla fine di venirsi incontro, quasi nella necessità di darsi una seconda chance, quella che tutti dovrebbero avere, per riaffacciarsi sul mondo, un domani, con occhi e orecchie diversi, per accorgersi che forse quel mondo non è più come te lo ricordavi.

 
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:: Emiliano Bertocchi
Mi chiamo Emiliano Bertocchi. Sono nato a Roma il 22 giugno 1979. Perchè scrivo? Credo sia questa la domanda a cui debba rispondere. Scrivo perchè ne ho bisogno. Niente di più e niente di meno. Scrivere non è un hobby, o uno svago, o una cosa da fare tanto per fare. Almeno non per me. Io ne Sento il bisogno. Quando sto male, quando mi rode, quando sono incazzato, quando vorrei distruggere qualsiasi cosa ho davanti, quando amo, quando sto fuori, quando vivo. L' altra volta sono andato a un reading di poesie e mi sono accorto che leggere le mie poesie davanti ad altri è stato come andare in giro a raccontare a degli sconosciuti la propria vita. Preferisco stamparle e farle leggere le mie cose, piuttosto che leggerle io stesso. C'è meno intimità. E poi il lettore ritrova sempre se stesso nelle pagine che legge ed è preferibile che non si specchi troppo con chi le ha scritte. Scrivere è la mia libertà, il foglio bianco è la mia Anarchia, perchè lì sono veramente libero di poter dire, essere e fare tutto quello che voglio e come lo voglio. Gli scrittori che mi hanno fatto iniziare sono stati Charles Bukowski e Jack Kerouac. Grazie. E un grazie anche alle parole... le mie dolci amiche... vi prego non lasciatemi... non lasciatemi mai.
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