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2007
24
Nov

Un volo e una canzone - Luciano Bianciardi

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EXCOGITA EDITRICE, MILANO, 2002
 
Luciano Bianciardi omaggia la memoria del Gabriele D'Annunzio nazionale, elevando un "ricordo" artistico a tal punto da, credo, identificarsi anche un po' con quell'artista ligissimo al dovere-lavoro. Nel momento creativo chiuso in se medesimo, Lui e D'Annunzio – o sarebbe appena il caso di dire Lui come il D'Annunzio – sapeva/no lavorar sodo ed ordinatamente, cacciando dalla stanza i fantasmi d'un carattere non semplice, d'un'eccentricità palpitante e cogitante, non estranea all'arte in nuce considerata o politicamente – anche se è sempre un po' complesso – intesa.
Se vi sono, infatti, personaggi nella storia della letteratura italiana capaci d'intendersi nel proprio tempo, e dinamiche, questi son proprio il D'Annunzio ed il Bianciardi. Il primo farà vivido conto della macchina commerciale che può essere assestata intorno alla comunicazione del divo e dell'idea. Il secondo denuncerà anzitempo, e con vividezza profetica, le mille sfasature del mercato editoriale in senso molto (troppo, quasi) ampiamente inteso, e le prassi future della mala-malata economia del sapere.
Il secondo è simile al primo, nel gesto scritto caparbio, nell'originalità e tenacia di accettazione e meraviglia dell'altrui intelligenza come bene supremo ed irripetibile e – non paia azzardato riflettere – quasi sacro.
Da qui a descrivere l'umanità mirifica del grande-piccolo-basso-alto-latin lover poeta pescarese, non corre che un filo di studio sottilissimo e delicato, capace di coglier del Mito, innalzandolo ad immagine withmaniana, l'esser Capitano assoluto d'un mondo che, all'epoca, poteva parzialmente costruirsi intorno al genio. Genio circoscritto e recintato, chiuso nelle sue umane fobie e fotofobie; scuro ma non nero; nero nero, ma non grigio. Cupo senz'altro; come Bianciardi triste, infondo.
 
Il rispetto che lo scrittore "dedicherà" allo scrittore è lo stesso che nutre per se stesso, scevro da ogni acclusione in velleitarismo, sincero, lineare, onesto.
Non si potrà dire lo stesso delle sue opinioni sugli artisti contemporanei, anche se anela la loro comparsa sullo schermo televisivo, a dispetto del pattume che andava abbondantemente spargendosi per l'etere.
Il ritratto che del Gabriele ne risulta è scevro da pre-giudizi e transfrontaliero, tendente all'assenza del commento guidato; non cede il passo a nessun Basso che possa osare.
 
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:: Monica Cito
Monica Cito è nata a Telese Terme (BN) nel 1972. Risiede a Ceglie Messapica (BR). Laureatasi in Giurisprudenza presso l’Università degli Studi di Bari, ha conseguito l’abilitazione all’avvocatura. Membro del direttivo della sezione “Pinuccio Tatarella” di Alleanza Nazionale a Ceglie Messapica, ivi riveste la qualifica di Responsabile Cultura. Ha pubblicato il romanzo “Venere, io t’amerò” per i tipi della Giulio Perrone editore (Roma, 2005). Sue liriche sono presenti in qualificate antologie. Due e-books (l’antologia poetica “Dea della caccia” e la sua tesi di laurea “Le condotte pedofile”) sono pubblicati su: www.kultvirtualpress.com e scaricabili gratuitamente dall’apposita sezione. Ha prefato sillogi poetiche e romanzi. Collabora come critica letteraria alla rivista “Il Cavallo di Cavalcanti” (Azimut Editore, Roma), nonché su varie riviste on line (www.transfinito.net, www.kultunderground.org e www.kultvirtualpress.com ; www.lucidamente.com ) e cartacee (come il trimestrale “Sud-Est”, dove si occupa di editoria indipendente e cura il premio letterario “Storie a Mezzogiorno”). Non si è sottratta ad interventi di critica letteraria anche su giornali “dell’opposizione”. Suoi interventi di saggistica giuridica si trovano su www.diritto.it
 
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