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2006
13
Feb

Match Point

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Quanta tristezza e disincanto in questo splendido film. Quanta angoscia nel vedere i rapporti tra le persone ridursi ad un gioco di potere, di sopraffazione emotiva, di inganni. Un mondo, quello mostrato da Allen, dove i soldi strutturano le scelte delle persone e saldano rapporti che altrimenti non avrebbero futuro.
Quanta malinconia nel personaggio di Chris (Jonathan Rhys-Mayers), nella sua confusione interiore, nella claustrofobia della sua vita accanto alla moglie ma con in testa le labbra, i capelli, il corpo di un'altra donna.
Un mondo che sembra abbia dimenticato quella spensieratezza e quella magia che contraddistinguono da sempre l'innamorarsi di due persone. Un mondo dove avere un figlio è diventato un programma da seguire, dove il lavoro trasforma i desideri e i sogni delle persone, dove l'illusione della ricchezza e del benessere diventano fine supremo a cui tutto può e deve essere sacrificato. Quanta angoscia ancora nei comportamenti di Chris, nelle sue azioni che testimoniano il fatto che qualcosa di irreparabile sta per succedere, nelle bugie, negli inganni verso le due donne che gli sono vicino.
Poi non rimangono che i fantasmi delle proprie colpe, fantasmi che parlano alla coscienza, che parlano all'anima, fantasmi che chiedono spiegazioni su gesti tanto crudeli, su un'umanità ridotta a puro egoismo.
Fantasmi che chiedono giustizia in un mondo alla deriva.
Un film che parla della morte dell'amore, del sesso come motore delle nostre azioni. Un film che parla della passione, unica e incontrollabile ma anche della vigliaccheria di un uomo incapace di prendersi le proprie responsabilità.
E poi il compiersi della tragedia, del destino che toglie beffardo qualsiasi giustizia e possibilità di redenzione. Perché il mondo purtroppo è così, qualcosa di casuale, qualcosa che se ne frega delle leggi e delle regole. Un mondo dove i delitti possono rimanere senza un castigo (con buona pace di Dostoievski) e dove le persone si perdono tra le maschere che decidono di indossare.
Perfetta la prova dei due attori. Bellissima e seducente Scarlett Johansson, freddo, distaccato e malinconico Jonathan Rhys-Mayers.
Ma adesso che è sera e sono qui a scrivere di questo film ho ancora nel cuore qualcosa che non vuole tacere, qualcosa che mi dice che l'amore dovrebbe coincidere con la passione e con il sesso, ma il volto di Nola (Scarlett Johansson) è ancora lì a suggerirmi che forse non è così semplice, che forse molte volte non siamo noi i veri padroni delle nostre azioni; ma è così dannatamente da vigliacchi quello che ha fatto Chris che mi sembra impossibile che abbia scelto il denaro e i soldi e una posizione di comando piuttosto che una vita con una donna che poteva dargli quello che lui realmente cercava.
O forse sono veramente i soldi e il potere il vero motore di tutto?
Questa merda che sta uccidendo l'amore, la voglia di innamorarsi e tutte quelle sensazioni che ci corrono sulla pelle, i battiti accelerati del cuore, il desiderio di vedere la persona che amiamo più di ogni altra cosa al mondo.
Ma nello sguardo finale di Chris c'è anche tutto questo. C'è qualcosa che sappiamo non potrà mai dimenticare o perdonare a se stesso. Certo potrà continuare a fingere e a mentirsi, ma per quanto sarà possibile portarsi un simile peso appresso?
Non lo sappiamo, la tragedia è compiuta, il destino rimane impassibile, noi uomini continuiamo la nostra apparizione su questo mondo, ormai impegnati solamente a vincere, a segnare quel punto che ci permetta di portare la partita a casa.
Un punto che poi, a quanto sembra, è il destino ad assegnarci o meno.
E noi rimaniamo soli in mezzo a tutto questo, senza riuscire a capire che non abbiamo proprio niente da vincere perché la vita non dovrebbe mai essere una gara, ma solo qualcosa da condividere con le persone che abbiamo intorno.
Come l'amore.

 
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:: Emiliano Bertocchi
Mi chiamo Emiliano Bertocchi. Sono nato a Roma il 22 giugno 1979. Perchè scrivo? Credo sia questa la domanda a cui debba rispondere. Scrivo perchè ne ho bisogno. Niente di più e niente di meno. Scrivere non è un hobby, o uno svago, o una cosa da fare tanto per fare. Almeno non per me. Io ne Sento il bisogno. Quando sto male, quando mi rode, quando sono incazzato, quando vorrei distruggere qualsiasi cosa ho davanti, quando amo, quando sto fuori, quando vivo. L' altra volta sono andato a un reading di poesie e mi sono accorto che leggere le mie poesie davanti ad altri è stato come andare in giro a raccontare a degli sconosciuti la propria vita. Preferisco stamparle e farle leggere le mie cose, piuttosto che leggerle io stesso. C'è meno intimità. E poi il lettore ritrova sempre se stesso nelle pagine che legge ed è preferibile che non si specchi troppo con chi le ha scritte. Scrivere è la mia libertà, il foglio bianco è la mia Anarchia, perchè lì sono veramente libero di poter dire, essere e fare tutto quello che voglio e come lo voglio. Gli scrittori che mi hanno fatto iniziare sono stati Charles Bukowski e Jack Kerouac. Grazie. E un grazie anche alle parole... le mie dolci amiche... vi prego non lasciatemi... non lasciatemi mai.
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