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2007
29
Mar

Still life

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Still life è un film che trasmette malessere. E' una visione a tratti difficile, perché ci si immerge in un mondo, quello della Repubblica Popolare Cinese, che a noi occidentali arriva sempre filtrato da stereotipi. L'occhio del regista invece mostra la realtà quasi come in documentario e riesce a cogliere i legami profondi (e paradossali) di un mondo a noi sconosciuto. L'immagine "progressista" della Cina, nel senso di una nazione in pieno sviluppo economico quanto tecnologico, viene letteralmente distrutta per portare alla luce tutta una serie di incongruenze che cercano di spiegare quanto sia stato caro il prezzo da pagare per questo sviluppo.

Il regista, Jia Zhang-Ke, mostra da dentro il suo paese e purtroppo per i nostri occhi sono pochi i punti di riconoscimento, si è soli e senza agganci, si rimane spaesati e l'effetto è a volte così straniante che sembra di essere in un sogno (o in un incubo), in un mondo magico e distante che invece non è altro che il preciso ritratto di una nazione che non sa più dove sta andando.

La costruzione di una diga, la distruzione di un'intera città, l'allagamento di una vallata, l'evacuazione di un milione di abitanti sono tutti fatti che riguardano la storia contemporanea della Cina. Il progetto delle Tre Gole è reale.

E quindi tutto quello che la Storia e il Progresso comportano. Cambiamenti nella natura, nelle cose, nella vita delle persone. Paesaggi imponenti e allo stesso tempo onirici, grandezza dell'opera umana, ponti e dighe maestose. E' come se i luoghi riuscissero a parlare, a dirci qualcosa. La loro stessa presenza nell'immagine è già espressione. Il crollo dei palazzi, le macerie, il continuo lavoro per distruggere. Tutto questo è realtà. E' malessere. Ma è anche metafora di una società che potrebbe cadere su se stessa da un momento all'altro, se già non lo sta facendo.

E poi chi si muove all'interno di questi ambienti. E quindi tutta un'umanità derelitta, vuota, anch'essa persa nei paradossi del presente, tra i fantasmi di una tradizione millenaria e gli oggetti del consumismo quotidiano (i cellulari). Due storie parallele, due ricerche, due persone da trovare. E poi un nuovo possibile inizio e la decisione di una fine. Due storie come tante, senza grandi discorsi.

Tutto però rimane rarefatto, immobile, glaciale come in un fermo immagine (still). E anche questo è un paradosso perché il regista lavora su tutta una serie di piani-sequenza che cercano di cogliere il più possibile della vita quando poi ci si accorge che di quella vita non c'è più niente da cogliere perché è stata completamente svuotata. E ci si perde ancora di più all'interno di queste storie che non riescono a catturare emozioni e ci si sente ancora più sperduti. Perché niente ci è familiare, niente ci è vicino, non c'è nulla che possiamo riconoscere. La magia dell'oriente si svela solo in pochi attimi di fantastica incongruenza. Un bambino che canta, un palazzo che decolla, un uomo che cammina su un filo tra i resti sventrati di due edifici. La Cina mostrata rimane lontanissima da qualsiasi rappresentazione commerciale e "vendibile" e in tutto il suo realismo appare ancora più distante, perché l'umanità che si aggira tra quelle rovine è così diversa da noi che ci è impossibile avvicinarci, condividerne il dolore.

Il regista dimostra una capacità visiva impressionante. Soprattutto nella costruzione di inquadrature che abbracciano corpi e palazzi facendoli diventare protagonisti dello stesso declino, della stessa fine.

Still life è un film complesso con vari livelli di lettura. Sicuramente aiuterebbe la visione saperne di più sulla situazione attuale della Cina, per meglio contestualizzare la pellicola. Sapere quale è la condizione del comunismo. Perché anche di esso, nel film, rimangono solo le macerie.

C'è il merito di mostrare le cose da un altro punto di vista, ma anche l'inadeguatezza di dare allo spettatore occidentale una base se non storica per lo meno emotiva sulla quale appoggiarsi. E allora il rischio è quello della noia, di uno sguardo ostinato che si sofferma su luoghi e persone senza riuscire a trasmetterne il calore umano. O forse l'obiettivo era proprio questo, il malessere di cui parlavo, narrare l'inadeguatezza di una società talmente paradossale da non sapere più quale è il confine tra la sua realtà e la sua rappresentazione.

Still life è un film che trova forse la sua piena comprensione nella riflessione mentale, a posteriori, una volta usciti dalla sala. Ma le emozioni e i brividi lungo la pelle sono un qualcosa a cui continuo a non saper rinunciare.


Trailer di Still life su YouTube

 
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:: Emiliano Bertocchi
Mi chiamo Emiliano Bertocchi. Sono nato a Roma il 22 giugno 1979. Perchè scrivo? Credo sia questa la domanda a cui debba rispondere. Scrivo perchè ne ho bisogno. Niente di più e niente di meno. Scrivere non è un hobby, o uno svago, o una cosa da fare tanto per fare. Almeno non per me. Io ne Sento il bisogno. Quando sto male, quando mi rode, quando sono incazzato, quando vorrei distruggere qualsiasi cosa ho davanti, quando amo, quando sto fuori, quando vivo. L' altra volta sono andato a un reading di poesie e mi sono accorto che leggere le mie poesie davanti ad altri è stato come andare in giro a raccontare a degli sconosciuti la propria vita. Preferisco stamparle e farle leggere le mie cose, piuttosto che leggerle io stesso. C'è meno intimità. E poi il lettore ritrova sempre se stesso nelle pagine che legge ed è preferibile che non si specchi troppo con chi le ha scritte. Scrivere è la mia libertà, il foglio bianco è la mia Anarchia, perchè lì sono veramente libero di poter dire, essere e fare tutto quello che voglio e come lo voglio. Gli scrittori che mi hanno fatto iniziare sono stati Charles Bukowski e Jack Kerouac. Grazie. E un grazie anche alle parole... le mie dolci amiche... vi prego non lasciatemi... non lasciatemi mai.
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