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2006
10
Dic

Il vento che accarezza l'erba

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Ken Loach è un regista che continua costantemente ad andare lungo la sua strada. Il cinema per lui è prima di tutto uno strumento politico. Che siano spaccati della società inglese o momenti storici su cui indagare, per Loach girare un film coincide sempre con una presa di posizione ideologica ben precisa.

Una volta tanto nel perenne scontro tra esigenze narrative (e spettacolari) e contenuti da dover comunicare sono questi ultimi ad avere la meglio. Loach ha qualcosa da dirci e piega il racconto al suo messaggio.

In questo caso è la nascita dell'Ira ad interessarlo e le successive spaccature interne all'organizzazione. Un film crudo, a tratti insostenibile (la scena della tortura), pregno di una violenza fascista che colpisce indistintamente tutti quanti. Loach ci mostra quanto fossero bestiali i soldati inglesi durante l'occupazione dell'Irlanda e ci mostra poi la stessa bestialità degli irlandesi quando anche loro si trasformano in soldati.

Fratelli e amici che si uccidono. In nome degli ideali crollano i legami di sangue e quelli umani, rimane una lotta spietata per un'indipendenza che si macchia di accordi politici che vanno a defraudare la lotta della sua stessa dignità morale.

Paradossi si aprono davanti ai nostri occhi.

Da una parte i primi tribunali della giustizia irlandese che cercano di stare dalla parte dei poveri, dall'altra i membri dell'Ira che appoggiano commercianti e ricchi per avere i soldi per continuare la lotta armata.

Spaccature interne.

Si firma un trattato di pace con gli inglesi e si deve giurare fedeltà alla corona. Tutto questo come risultato della guerra per l'indipendenza. Alcuni accettano, si istituzionalizzano, indossano la divisa, diventano come gli inglesi. Stessa barbarie, stesso abuso di potere, finiscono per prendersela con i propri simili. Altri continuano con la lotta armata fino a scontarsi con la nuova autorità.

Un finale atroce, una dimostrazione di come niente sia mai lineare, di come nessun ideale sia puro e romantico, di come la natura umana alla fine sia sempre pronta a distruggere qualsiasi cosa.

Loach adotta una narrazione a volte volutamente didascalica che serve anche da lezione storica. Si esce dal cinema con la memoria rinfrescata o con nuovi dati acquisiti. Qui il cinema è lontano anni luce da qualsiasi forma di intrattenimento. Qui vieni preso a cazzotti nello stomaco, hai qualcuno di fronte che ti racconta alcune cose, lo fa dal suo punto di vista senza nasconderlo, ti mostra i tradimenti, il fascino del potere, l'inutilità di qualsiasi morte.

Qui siamo di fronte alla Storia. A chi ha vissuto nella sottomissione e a chi ha cercato di alzare la testa per poi non avere più l'umiltà di guardare i propri simili negli occhi. Viene mostrato come tutto cambia, come l'uomo appena indossata una divisa dimentichi se stesso e chi conosce da sempre.

La guerra che sia giusta o sbagliata porta solo morte.

Le lotte per la libertà sono utopiche anche esse.

La Storia si trasforma in un mondo senza speranze.

Mostrarlo è una presa di posizione prima di tutto morale.

Non dimentichiamo cosa abbiamo fatto.

Non dimentichiamo come sono andate le cose.

Continuare a lottare è indispensabile, continuare a commettere sempre gli stessi errori è solo idiozia.

 
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:: Emiliano Bertocchi
Mi chiamo Emiliano Bertocchi. Sono nato a Roma il 22 giugno 1979. Perchè scrivo? Credo sia questa la domanda a cui debba rispondere. Scrivo perchè ne ho bisogno. Niente di più e niente di meno. Scrivere non è un hobby, o uno svago, o una cosa da fare tanto per fare. Almeno non per me. Io ne Sento il bisogno. Quando sto male, quando mi rode, quando sono incazzato, quando vorrei distruggere qualsiasi cosa ho davanti, quando amo, quando sto fuori, quando vivo. L' altra volta sono andato a un reading di poesie e mi sono accorto che leggere le mie poesie davanti ad altri è stato come andare in giro a raccontare a degli sconosciuti la propria vita. Preferisco stamparle e farle leggere le mie cose, piuttosto che leggerle io stesso. C'è meno intimità. E poi il lettore ritrova sempre se stesso nelle pagine che legge ed è preferibile che non si specchi troppo con chi le ha scritte. Scrivere è la mia libertà, il foglio bianco è la mia Anarchia, perchè lì sono veramente libero di poter dire, essere e fare tutto quello che voglio e come lo voglio. Gli scrittori che mi hanno fatto iniziare sono stati Charles Bukowski e Jack Kerouac. Grazie. E un grazie anche alle parole... le mie dolci amiche... vi prego non lasciatemi... non lasciatemi mai.
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