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2006
4
Dic

Marie Antoniette

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E' chiaro sin dall'inizio che a Sofia Coppola di fare un film storico non gliene poteva fregare di meno. Musica rock e colori pop invadono lo schermo. Dobbiamo aspettarci, quindi, qualcosa di diverso.

La regista non a caso sceglie il mondo dei reali francesi e della corte di Versailles. Perché quel mondo, chiuso in se stesso e iperspettacolarizzato è esattamente lo specchio del nostro, di mondo. O per lo meno di una parte di esso. Quella della televisione, del cinema, della musica, in poche parole il mondo dello showbusiness.

Ora, nella Francia del diciottesimo secolo, la vita di corte era stata trasformata in spettacolo. Tutti recitavano, non tanto ad un livello emotivo o sentimentale, quanto in termini di vita quotidiana. I vestiti sono maschere, i gesti sono codificati, l'enorme palcoscenico di Versailles è il luogo deputato per l'azione. Solo che all'epoca non c'era nessun mezzo meccanico che potesse riprodurre quella realtà. Quindi diciamo che tutto veniva fatto per l'occhio del re e della sua famiglia, che quotidianamente osservavano e partecipavano a questa farsa messa in scena per loro.

Al giorno d'oggi (vivendo in paesi democratici) è per l'occhio di ognuno di noi che vengono messi in scena gli spettacoli che ci arrivano tramite la tv o il cinema. Però il mondo che gestisce tutto questo commercio, ad alti livelli, è rimasto uguale a quello di Maria Antonietta. Un mondo chiuso ed elitario.

Vedendo lo sfarzo in cui vive la futura regina di Francia non è difficile non riconoscere lo stesso sfarzo che possiamo vedere in certi ambienti hollywoodiani. La Coppola quindi ad un livello teorico compie un'operazione ben precisa. Ci parla del passato per mostrarci il presente.

Il valore politico del film va quindi visto proprio nella sua critica all'odierna società dello spettacolo, mentre rispetto al contesto storico che mostra, la regista, non prende una posizione precisa. Viene fuori infatti, da solo, il ritratto di un società ridicola, costruita su tutta una serie di etichette da dover assolutamente rispettare. C'è da riflettere poi su una cosa. Per quanto quel mondo sia stato pieno di regole e codici erano poi sempre gli impulsi primari dell'uomo a far girare le cose. Lo scopare, dunque. Perché unico compito della regina era quello di dare un erede maschio al re. Fatto questo, il suo lavoro era terminato. Quindi all'interno della corte non è che ci si preoccupi più di tanto del mondo esterno ma solo di continuare a far andare avanti quello chiuso e farsesco nel quale gli stessi nobili vivono. La politica è cosa fatta da altri. Il re serve solo per dire si o no, ma quelli che poi decidono sono tutti i suoi consiglieri. La Coppola quindi in un certo senso cerca di assolvere Maria Antonietta e il re dalle loro colpe nei confronti del popolo. E nella sua visione delle cose ha anche ragione. Perché vediamo che loro due, del mondo al di fuori di Versailles, non hanno proprio conoscenza. Se a questo aggiungiamo poi un'età che non è certo quella della ragione o della saggezza, diventa impossibile per loro poter governare uno stato. In quest'ottica quindi è il sistema (la monarchia) ad essere sbagliato e non le persone che (anche se non lo desiderano) si ritrovano costrette a ricoprire i ruoli che tale sistema richiede.

Adesso veniamo alla figura di Maria Antonietta. Cosa avrebbe dovuto fare una ragazzina di quattordici anni (questa era la sua età) che si fosse trovata in una situazione delirante come quella di Versailles? Naturalmente niente di particolare, solo assecondare il suo spirito adolescenziale. Che comporta, (come magari sanno tutti quelli che sono stati adolescenti), lo scherzare, il volersi divertire, l'innamorarsi, l'essere leggeri ed incoscienti.

Ed è esattamente questo il comportamento di Maria Antonietta. Quello di una ragazza che vuole divertirsi con le sue amiche, che cerca invano di sedurre il marito (le parti tra lui e il delfino al letto sono deliziose), che vuole fare feste, che ama lo shopping e il mangiare cioccolatini.

Leggerezza, come dicevamo.

Sofia Coppola, nel secondo tempo, dà poi una svolta quasi inaspettata alla storia. A Maria Antonietta viene regalata un villa in campagna nella quale può rifugiarsi con le sue amiche e con chiunque vuole. Questo nuovo spazio, lontano dalle regole di Versailles, viene interamente riempito da quella che è l'essenza di Maria Antonietta e con lei di tutto lo spirito adolescenziale. Si crea in un certo senso una comune (non lontana da quelle hippy) dove liberate dagli obblighi di corte affiorano ancora più nitidamente le emozioni e le sensazioni della ragazza. In questo Sofia è bravissima, nel delineare con mano leggera i possibili stati d'animo. Il lavoro sulla luce dona alle immagini una grazia fuori dal tempo. La natura (da ricordarsi il discorso dello stessa Maria Antonietta su Rosseau) sembra accogliere le persone dentro se stessa, proteggendole e donando bellezza a chiunque rimanga a contemplarla. E poi tra notti stellate nelle quali parlare, pipe cariche di hashish e bottiglie di champagne, esce fuori lo spirito della giovinezza, forse la vera anima di questo film.

La sequenza finale di Maria Antonietta che se ne va in carrozza (così come era arrivata) sposta ancora di più la pellicola su un piano emotivo e introspettivo. L'addio a Versailles (e quindi alla giovinezza) segna un  nuovo passaggio nella vita della donna, come quando all'inizio del film, guardando fuori dalla carrozza i boschi dell'Austria, diceva addio alla terra in cui era nata. Fanciullezza. Adolescenza. Poi maturità. Ma di questa non sapremo niente.

Un'altra scelta giusta è stata quella di non terminare il film con la decapitazione di Maria Antonietta, anche se un gesto della regina, sul suo balcone, davanti ad una folla inferocita, ce lo lascia intendere.

Marie Antoniette è quindi uno stupendo affresco su un periodo unico della vita, sulle sue spinte interiori, su tutta la sua incoscienza ed estrema vitalità.

Un racconto di formazione accompagnato da musiche fantastiche e sempre collocate in maniera precisa e attenta.

Maria Antonietta, trasformata in icona pop (i vestiti di mille colori diversi, le centinaia di scarpe) non perde il suo fascino, e acquista una carica emotiva e umana che colpisce dritto al cuore.
 
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:: Emiliano Bertocchi
Mi chiamo Emiliano Bertocchi. Sono nato a Roma il 22 giugno 1979. Perchè scrivo? Credo sia questa la domanda a cui debba rispondere. Scrivo perchè ne ho bisogno. Niente di più e niente di meno. Scrivere non è un hobby, o uno svago, o una cosa da fare tanto per fare. Almeno non per me. Io ne Sento il bisogno. Quando sto male, quando mi rode, quando sono incazzato, quando vorrei distruggere qualsiasi cosa ho davanti, quando amo, quando sto fuori, quando vivo. L' altra volta sono andato a un reading di poesie e mi sono accorto che leggere le mie poesie davanti ad altri è stato come andare in giro a raccontare a degli sconosciuti la propria vita. Preferisco stamparle e farle leggere le mie cose, piuttosto che leggerle io stesso. C'è meno intimità. E poi il lettore ritrova sempre se stesso nelle pagine che legge ed è preferibile che non si specchi troppo con chi le ha scritte. Scrivere è la mia libertà, il foglio bianco è la mia Anarchia, perchè lì sono veramente libero di poter dire, essere e fare tutto quello che voglio e come lo voglio. Gli scrittori che mi hanno fatto iniziare sono stati Charles Bukowski e Jack Kerouac. Grazie. E un grazie anche alle parole... le mie dolci amiche... vi prego non lasciatemi... non lasciatemi mai.
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