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2006
25
Ott

Roma Film Festival 2006

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Da dove abito io (a San Giovanni) per arrivare all'Auditorium ci metto quasi trenta minuti. La strada nell'arco di una settimana la imparo a memoria. Imparo a memoria i punti con più traffico, quelli un cui posso andare più veloce. Minime variazioni, sembra sempre la ripetizione del primo giorno. Arrivare è semplice. Con la musica dello stereo a tenermi in una stato tra adrenalina e calma. Se sono in ritardo è adrenalina, se sono in orario è calma. Parcheggio e inizio a camminare. Intorno ci sono molte persone, anche se sono le nove meno un quarto. Arrivo all'entrata dell'Auditorium, il red carpet, entro.

Con molto orgoglio mostro il mio cartellino con sopra una mia foto orrenda e la scritta Kult Underground. Ne sono orgoglioso, quell'Underground soprattutto mi rende fiero.

Siamo la stampa sotterranea, siamo un altro canale di informazione.

A me non bastano i lustrini degli abiti e i flash dei fotografi. A me non bastano il red carpet e gli autografi. Io voglio film, voglio cinema, voglio vedere sullo schermo cose che mi colpiscano, che mi facciano pensare, che mi diano soddisfazione.

Non so perché mi viene in mente Paura e delirio a Las Vegas. La sequenza in cui Roul Duke deve farsi dare l'accredito stampa. Un po' come me ieri. Roul Duke è sotto acido. Io sono normale e mi faccio la fila. Non so perché mi viene in mente quella sequenza. Forse troppi film, forse lo stesso senso di appartenenza ad una stampa che si muove nel sottosuolo, che scava, che non si lascia imprigionare nelle comuni visioni delle cose.

Ogni mattina alle nove è un film, per lo meno quelli della sezione Première. Vedo Fur, N (Io e Napoleone), The Departed, Alatriste, The Prestige. Perdo il film di Tornatore (la proiezione c'è stata il giorno dopo l'incidente alla metro, per strada era il delirio), manco volutamente alla proiezione di The Stone Council. La Bellucci attrice basta una volta sola. Naturalmente i film più belli sono quelli di Scorsese e di Nolan, poi Virzì. Parecchio sotto Fur e Alatriste. La sala Santa Cecilia è stupenda. Non ero mai stato all'Auditorium prima. Uno schermo immenso, poltrone rosse, copertura di legno. Un'enorme tartaruga. Dentro il ventre di una tartaruga, ecco dove mi trovo. Poi il solito rituale. Le luci si spengono, il proiettore parte, il film inizia. Io mi perdo nelle immagini per riemergere solo alla fine. Cinque minuti per uscire dalla visione, poi mi avvicino allo schermo. Alcuni addetti portano le poltrone, io mi accomodo nelle file più vicine, quelle ancora disponibili. Prendo il mio taccuino Moleskine nero e sono pronto per gli appunti. La Kidman parla solamente lei, il regista è relegato al silenzio. Niente di interessante, domande idiote, risposte all'altezza. La critica sonnecchia, il gossip è più sveglio che mai. Nicole è bellissima. Non ho la macchinetta fotografica, peccato.

Virzì è un tipo intelligente, sa parlare con le persone, è spiritoso, sa sempre uscire fuori da ogni situazione. Un paio di domande cattive e vere, Virzì sorvola, insabbia, la butta sul ridere.

Monica Bellucci è seduta con un vestito nero. Parla. Cerco di ascoltarla. Niente da fare. E' inutile. Mi innervosisce. Monica Belluci è una statua. Cerco per lo meno di guardarle le gambe o i piedi. Scatto un paio di foto. Finalmente domenica (caro Francois, mi dispiace, ma non c'entri niente) arriva il momento di Scorsese e DiCaprio. Il film mi fa letteralmente uscire di testa, l'ingresso di Martin è un'ovazione. DiCaprio si siede tranquillo. Vedere Martin è un'emozione unica. Sentirlo parlare anche. Nessuno in sala riesce a fargli una domanda degna di questo tipo. La critica cade in coma profondo. Qualcuno lo chiama maestro, mi vergogno come un matto. Non ho il coraggio di fare domande, questa è la mia prima esperienza, sono timido. Ma sentirlo parlare è davvero emozionate. DiCaprio è un bravissimo attore. DiCaprio è bello. DiCaprio è uno che non si è accontentato del facile successo degli esordi e ha dato una lezione a tanti attori. Infine Viggo Mortensen, che stupisce tutti parlando in italiano, molto simpatico, anche lui molto bello. Gli faccio un paio di foto. Non so, per me lui sarà sempre Aragorn. Il film è bruttissimo. La critica è ormai defunta. Mi accontento di sentirgli raccontare qualche aneddoto.

Poi di nuovo fuori dalla sala. Ogni volta questa magia. Dentro, oscurità, protezione. Fuori, luce, moltitudine di volti e facce. Alcune mi lasciano perplesso, altre mi infastidiscono. Parecchie persone vanno in giro vestite bene, si atteggiano, si credono importanti. Pensano ancora che un vestito sia un buon modo per dire chi sei. Ma nel regno dell'illusione, il cinema, sappiamo tutti che, fuori dallo schermo, quello che mostri non conta nulla. E queste persone non sono su uno schermo, sono intorno a me. I soliti vecchi trucchi, quelli a cui mi sono stancato di credere. Poi tanti studenti. Elementari, medie, superiori. Quelli delle elementari sono continuamente contati e ricontati dalle maestre. Camminano in fila indiana a gruppi di due, vanno a vedere i film della sezione Alice nella città. Quelli delle medie sono perennemente spaesati, non capiscono bene dove si trovano. Quelli delle superiori sono sempre a gruppi, buttati da qualche parte, cellulare in mano. La loro presenza qui mi incuriosisce. Sembra che pensino a tutto tranne che ad andarsi a vedere un film, infatti in sala non ci sono mai.

A pranzo è sempre birra&panino. Faccio vedere il mio pass, sconto, la birra è veramente buona. Alle due e mezzo me ne vado di nuovo in sala. La Petrassi questa volta. Più piccola, poltrone scomode, minore magia. Qui vedo i film in concorso, non riesco a vederli tutti, ma alcuni sono veramente meritevoli. Tralasciando quelli che non mi sono piaciuti bisogna assolutamente ricordarsi di This is England e Nacido y Criado, fuori concorso di Offset. Playing the victim, il film che ha vinto tra quelli in concorso non riesco a vederlo, purtroppo no ho ancora il dono dell'ubiquità.

Poi un altro paio di film alle quattro, se ce ne sono in programma e poi di corsa a casa a scrivere e a trasformare le immagini che ho visto e le emozioni che ho dentro in parole.

Perché scrivere è l'altra faccia della medaglia, non basta solo guardare, bisogna poi compiere la magia. Immagini in parole, sentimenti in frasi, emozioni in concetti, idee in struttura.

 

flashback n.1

 

La prima mattina mente mi muovo veloce per entrare nella sala Santa Cecilia (danno Fur) una cosa mi colpisce in maniera particolare. La security. Gli uomini in nero sono dappertutto, parlano in continuazione nei loro auricolari, controllano, si accertano che tutto funzioni, che non ci siano problemi. Niente da dire, tutto scorre liscio, funzionamento impeccabile. Il fatto riguarda solo me che quelli che ti controllano non li sopporto. E vedermi un film con uno che ti cammina di fianco potrebbe innervosirmi. Per fortuna sempre posti centrali, visione perfetta, mai fatta un'esperienza simile.

Cioè io entro con il mio pass e faccio quello che voglio e loro non possono dirmi niente. Il mio abbigliamento diventa sempre più underground. Jeans e felpa, collanina da freak, un anello al pollice e uno al medio, sacca a tracolla. E non so perché continua a tornarmi in mente Roul Duke.

 

flashback n.2

 

L'arrivo di Sean Connery non me lo potevo perdere, va bene che ho detto niente mondanità ma Sean è unico. Alle cinque e un quarto arriva sul red carpet, scherza con la gente, poi si lascia inondare dai flash dei fotografi, un accenno di corsetta, poi dentro per la premiazione.

Questo è il divismo.

Centinaia di persone che urlano il tuo nome, centinaia di flash, tutti ad acclamarti.

Ma vedere questo fenomeno dal vero, non in una foto o in televisione, ti dà il senso di quanto sia ridicolo.

Lo analizzi razionalmente

Misuri le proporzioni di quanto accade.

Sean è un uomo.

Si merita il successo perché è un buon attore.

Ma è tutto finto.

La realtà è solo quella di un uomo di una certa età che cammina su un tappeto rosso.

Poi c'è l'illusione.

Quella creata dai fotografi, da coloro che stanno dietro una videocamera. L'illusione creata dalle parole avvincenti dei giornalisti.

Attraverso le immagini si selezionano porzioni di realtà da modificare per essere vendute.

Attraverso le parole si crea l'adorazione dell'immagine.

Ma noi siamo della stampa underground, noi non vi raccontiamo frottole, vi raccontiamo la realtà nuda e cruda.

Vi raccontiamo che vedere un uomo che cammina su un tappeto rosso non è niente di speciale. Che la maggior parte della gente che stava lì avrà visto si e no due o tre film di Connery, magari quando faceva ancora James Bond.

Noi non vi diciamo quanto sia bello vedere personaggi famosi e tutto il bestiame televisivo che grugnisce per un po' di spazio, per il suo angolo di celebrità.

Qui è di film che si parla, di cinema, di quello che accade su uno schermo.

Fuori dalla sala è solo il solito gioco di specchi, nulla a cui dare importanza.

Che poi Sean il successo se lo meriti è fuori dubbio

E se avessi avuto l'occasione un martini e vodka glielo avrei pure offerto.

Ma ricordatevi che il novanta per cento di quelli che hanno camminato sul red carpet sono gente come me e voi, solo vestita per bene, truccata e ripresa. Se non ci fossero le telecamere non gliene fregherebbe niente a nessuno. Tutto questo non ha nulla di speciale, è solo uno spettacolino per far felice la gente, che ha il suo divo di fiducia davanti e lo può adorare in santa pace.

Non ci interessa la mondanità, qui parliamo di cinema.

Noi vi diamo una visione diversa delle cose.

A noi interessa tutto ciò che scorre su uno schermo.

Non quello che ci spacciano per realtà fuori dalle sale.

 

play

 

L'esperienza è stata bellissima, l'organizzazione all'altezza, maggiore attenzione forse ai film selezionati, ma c'è sempre tempo per migliorare. Io mi sono divertito a fare il critico, cosa per cui ho studiato e con cui mi piacerebbe poter campare. Cioè mi piacerebbe proprio fare il critico come lavoro. Ma come sempre la strada è in salita e non tutto è dovuto. Anzi proprio niente è dovuto. Io l'unica cosa che so fare (visto che non mi raccomanda mai nessuno) è quella di continuare scrivere e scrivere e scrivere.

Cioè io questa cosa l'ho presa molto seriamente. Andavo all'ufficio stampa, prendevo i press note, andavo ad ascoltare le conferenze, mi mettevo a scrivere da un parte, poi tornavo a casa e riportavo tutto sul computer. Cioè a me della festa non è che importava poi tanto, io volevo lavorare. E la cosa ancora più divertente è che ho lavorato senza guadagnare, solo per la mia passione e per cercare di ringraziare in questo modo quelli che mi hanno permesso di fare questa esperienza.

Michele Benatti e la redazione di Kult Underground a cui va un GRAZIE grosso come una casa.

Vedete, il valore di questa esperienza che mi avete fatto fare è il seguente. E' la prima cosa che ottengo in vita mia solo grazie a quanto sono riuscito a fare con le mie forze. Cioè io spero che voi mi abbiate mandato a seguire i film di questo evento perché vi è piaciuto il modo in cui scrivo di cinema.

Ecco a me questa cosa ha fatto tremendamente piacere.

Per me andare a questa festa è stata una soddisfazione assurda.

 

stop

 

La festa è finita, il red carpet è vuoto, mi accendo una sigaretta e me ne torno verso casa.

Non mi rimane altro che mettermi di nuovo a scrivere.

 
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:: Emiliano Bertocchi
Mi chiamo Emiliano Bertocchi. Sono nato a Roma il 22 giugno 1979. Perchè scrivo? Credo sia questa la domanda a cui debba rispondere. Scrivo perchè ne ho bisogno. Niente di più e niente di meno. Scrivere non è un hobby, o uno svago, o una cosa da fare tanto per fare. Almeno non per me. Io ne Sento il bisogno. Quando sto male, quando mi rode, quando sono incazzato, quando vorrei distruggere qualsiasi cosa ho davanti, quando amo, quando sto fuori, quando vivo. L' altra volta sono andato a un reading di poesie e mi sono accorto che leggere le mie poesie davanti ad altri è stato come andare in giro a raccontare a degli sconosciuti la propria vita. Preferisco stamparle e farle leggere le mie cose, piuttosto che leggerle io stesso. C'è meno intimità. E poi il lettore ritrova sempre se stesso nelle pagine che legge ed è preferibile che non si specchi troppo con chi le ha scritte. Scrivere è la mia libertà, il foglio bianco è la mia Anarchia, perchè lì sono veramente libero di poter dire, essere e fare tutto quello che voglio e come lo voglio. Gli scrittori che mi hanno fatto iniziare sono stati Charles Bukowski e Jack Kerouac. Grazie. E un grazie anche alle parole... le mie dolci amiche... vi prego non lasciatemi... non lasciatemi mai.
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