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L’uomo senza sonno

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Nella figura scavata e magrissima di Trevor Reznik è già presente la natura stessa del suo malessere. Un’angoscia di cui noi non sappiamo niente. Un qualcosa che Trevor si è imposto di dimenticare ma che il suo corpo rende ben visibile a tutti come segno del suo dolore.

Trevor si ritrova da un anno senza dormire, si ritrova in rotta con i suoi colleghi di lavoro, si ritrova a frequentare come unica amica una puttana.

Trevor si appunta delle piccole note sul frigorifero.

Comprare la candeggina, pagare le bollette.

Poi inspiegabilmente iniziano ad apparire bigliettini di altro genere, uno con la domanda – chi sei tu? – e poi altri che invitano Trevor ad un macabro gioco.

Il gioco è quello dell’impiccato.

Qualcuno mette delle lettere e Trevor deve indovinare una parola.

Quella stessa parola che una volta svelata ci mostrerà la verità sul suo malessere.

Brad Anderson, il regista, costruisce il film in maniera esemplare. Si sofferma su alcuni oggetti ed alcuni edifici, si sofferma su orologi e accendisigarette.

Tutte immagini che Trevor fissa come se le avesse già viste.

Una continua sensazione di deja vu.

Brad Anderson sfrutta pienamente quella che è una delle caratteristiche primarie del cinema. Cioè il valore simbolico dell’immagine.

Nel film, infatti, alcune immagini si ripetono in maniera costante e diventano parti di un puzzle che si andrà a ricomporre solo alla fine. Tutti pezzi di ricordi di quel tragico giorno in cui la vita di Trevor è cambiata per sempre.

Quello che la memoria ha cercato di cancellare torna prepotentemente nella sua vita e lo obbliga a porsi delle continue domande.

Un film, quindi, sul dolore e la colpa, sul bisogno di dimenticare, sulla necessità di una redenzione.

Trevor nelle sue notti di insonnia legge L’Idiota di Dostoieski. In realtà avrebbe dovuto leggere un altro grande libro dello scrittore russo.

Potremmo semplicemente pensare che Trevor sia un idiota.

Nel senso di una pazzia che lo sconvolge e lo porta in un mondo allucinato.

Dove, proprio come nelle allucinazioni, sembra che le cose ritornino e si confondano, un po’ come nei sogni, dove ogni azione e ogni immagine possono avere più significati.

Il simbolismo del film è stupefacente. Ancor di più perché tutto interno al film stesso. Fateci attenzione mentre lo guardate.

E alla fine davanti a Trevor, in macchina, c’è un ennesimo bivio.

Da una parte la fuga, dall’altra la salvezza.

E nel mezzo la ricerca di una pace che può arrivare solo quando l’uomo riconosce i propri errori (per quanto orribili possano essere) e trova il coraggio di scontare le proprie colpe senza più fuggire davanti a se stesso.

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