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2011
9
Ott

Il cielo di Itaca - Gabriella Bianchi

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Lietocolle, 2011
 
Le pagine del libro presentano un susseguirsi di quartine, in un linguaggio pulito e lontano da decadenze e lirismi; tre strofe per ciascuna facciata, quasi che l'autrice in un ideale peregrinare sulla strada della vita, e in quella sua intima personale, a mano a mano continui ad appuntare le sue emozioni e le sue impressioni.
Si tratta di un viaggio, di un diario lungo un anno, o meglio di una peripezia non preordinata, scandita dal susseguirsi delle stagioni, che qualche volta la riportano a tempi lontani: la neve è un lenzuolo leggero/ che profuma d'infanzia. Ma, tutto considerato, in una reviviscenza pascoliana, sempre la casa della poesia è ritenuta dall'autrice il luogo della fanciullezza interminabile.
Innanzi tutto, rileviamo la fiducia nella parola poetica quale unica lama rivelatrice di ciò che accade o ci attornia, la quale, anzi, riesce a sollevarci dalla scabra quotidianità verso giardini pensili e verso il cielo. La poesia è un cerimoniale/ che lega la terra al cielo/ arte divinatoria/ per aprire porte serrate.
Altrove usa versi ancora più incisivi, soprattutto in relazione a se stessa, cui, evidentemente, non nega l'ustione poetica: credo nel vangelo della mia poesia/ perché ogni poeta vero è un messia/ che conosce a memoria le leggi/ e l'ordine del cosmo.
Qualche volta, però, ha attimi di cedimento: il mondo è spietato/ e i poeti si sono arresi/ Non hanno più parole/ per lenire il dolore.
In realtà, dai tempi andati, quando il poeta sedeva a corte ed era insignito di onori, molte cose sono cambiate e la poesia non ha più una posizione rilevante nelle vicende degli uomini, pertanto un poeta vale quanto un chicco di riso e non riesce a incidere sull'assetto dei tempi per quanto li fustighi.
L'autrice dichiara anche la difficoltà dell'impegno preso con l'arte per attanagliare le parole: a volte ammaestro/ parole feline/ funambole inquiete/ riottose al morso.
Tutto cade sotto la sua attenzione. Da uno spunto visivo paesaggistico o meteorologico risale ogni volta a considerazioni di ordine universale collegate alla sua vicenda personale o, più in generale, alla vita dell'uomo.
Ho trovato più interessante, oltre alla tenerezza dei versi dedicati alla madre defunta –ma anche al padre-, la parte civile e politica. Proprio oggi che i tempi globalizzati bruciano e ancora di più quelli nostrani, è abbastanza raro trovare esempi di denuncia, soprattutto nella poesia femminile.
Nella silloge, però, si svolge una critica impietosa che interessa tutta la civiltà occidentale in cui siamo immersi, a cominciare dalla città di Perugia, sporca e indecente, da cui anche gli angeli volano via.
 E, continuando, l'autrice segnala l'ipocrisia della chiesa e la piaga della pedofilia, la televisione imbonitrice, il precariato, le banche e il capitalismo internazionale, l'incompetenza della classe medica (forse i medici di Vibo/ sono imbianchini/ che hanno comprato la laurea/ al mercato nero), che spesso si considera onnipotente, l'organizzazione sociale che tralascia di premiare il merito, la volgarità imperante, fino alla lotta per la giustizia e la libertà dei monaci birmani.
In questa suburra/ maleodorante e atroce/ si vive in apnea e compressi/ come le pagine di un libro. 
Anche l'amore è passato nella sua vita senza deporre semi duraturi. Usa termini bellicosi per definire la sua frustrazione: mi hai attraversato/ con la follia di un proiettile, oppure l'amore è divenuto/ guerra odio sterile.
Si adombra, nonostante la disillusione, anche una ricerca del divino, sebbene l'autrice indichi al poeta e al filosofo un percorso non di fede acritica ma di logica, vale a dire un tentativo di provare l'esistenza di un ordine superiore attraverso un mezzo forgiato d'infinito, rappresentato dalla parola poetica.
Intanto ha riportato sulla terra a lettere minuscole alcuni termini confessionali,    come quelli  -vangelo, messia-  indicati poco fa.
Dopo tanta burrasca G. Bianchi anela al cielo di Itaca: girata la boa/ non resta che il ritorno/ ad Itaca.
Itaca accolse Ulisse dopo le traversie e, quindi, nella metafora rappresenta l'approdo alla pace o almeno il desiderio di trovare un posto quieto. Per l'autrice, che spesso fa riferimento alla sua stanchezza esistenziale e al tragitto armai quasi terminato, potrebbe essere un punto profondo della sua interiorità ma anche il luogo del riposo eterno al quale tutti saremo chiamati.
 
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:: Fortuna Della Porta
Fortuna Della Porta è nata a Nocera Inferiore (SA), scrittrice, poeta e critico letterario. Ha pubblicato quattro raccolte di versi: Rosso di sera, ed. Il Calamaio -2003- Diario di minima quiete, ed. LietoColle -2005- Io confesso, ed. Lepisma –2006- Mulinare di mari e di muri, ed. LietoColle, 2008. Un poemetto di circa 1000 versi, Canto Primo, è apparso sul periodico letterario Poiesis. Numerosi i testi in antologie e in rete. In prosa: Scacco al re è opera teatrale per le edizioni Carta e Penna, 2006. I racconti: Ritratti, Oèdipus edizioni, 2007 e Labirinti, e-book, kultvirtualpress, 2007. Articoli e saggi compaiono con regolarità sui maggiori periodici letterari sia cartacei sia on line. Numerosi i premi e le segnalazioni. È iscritta al P.E.N. club Italia. Laureata in lettere, ha insegnato per alcuni anni. Vive stabilmente a Roma.
WEB: www.fortunadellaporta.it
 
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