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2011
21
Set

Intervista con Claudio Sottocornola

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Il pane e i pesci.jpg

Claude Productions
&
Velar Edizioni
sono lieti di presentare:

Claudio Sottocornola
Il Pane e i pesci. Scritti cristiani
(Velar Edizioni)

 

Il pane e i pesci (Velar Edizioni) di Claudio Sottocornola raccoglie scritti dal 1980 al 2010, in cui l'autore scandaglia le diverse facce ed evoluzioni della spiritualità contemporanea, nel tessuto delle relazioni di un quartiere urbano e nel più vasto mondo, con particolare attenzione al decennio degli anni '80.  "L'Assoluto è il fondo che attingiamo – almeno come aspirazione, come fine a cui tendere – approfondendo la nostra esperienza e il linguaggio che essa ci ha donato per coglierlo. Tale linguaggio, cui è sottesa una modalità, una esperienza storica concreta, certamente esige maturazione, evoluzione, crescita, superamenti e purificazioni, ma non può essere eluso. Il prossimo' di cui parlano i Vangeli è anche il mondo che viviamo e, se non amiamo ciò che vediamo, come ameremo Dio che non vediamo?". Questa la sintesi che Sottocornola esprime nel suo nuovo lavoro, una trilogia di scritti spirituali che confermano lo spirito borderline dell'uomo di cultura lombardo, capace di muoversi con innovazione e curiosità nella rilettura del sacro. "Si tratta di un recupero della memoria spirituale, nel segno di un'archeologia del simbolo e di una ermeneutica del sacro, che testimoni il rapporto con il proprio spazio e il proprio tempo", ha dichiarato l'autore, presentando l'articolazione dell'opera, diversa ma non così lontana dalle precedenti valutazioni ermeneutiche sul mondo del popular.
Il primo saggio La spiritualità eucaristica di Charles de Foucauld nella sua vita propone una rilettura della straordinaria avventura spirituale del grande mistico ed esploratore francese, illuminandone alcuni aspetti come il fascino giovanile per l'Islam, il rapporto di amicizia spirituale per la cugina Marie de Bondy, la intensa elaborazione di una "spiritualità di Nazareth". Il secondo volume Scritti cristiani per la gente di Colognola è invece un'antologia di articoli scritti fra il 1983 e il 1994 per L'Angelo in Famiglia, con particolare riferimento al territorio del quartiere di Colognola in Bergamo, di cui si testimoniano e decifrano le esperienze di volontariato e la sociologia del religioso, con abbondanti riflessioni a carattere ecclesiologico. Infine Scritti spirituali giovanili, citazioni, appunti, aforismi propone un itinerario di formazione dal 1980 al 2010, di impianto quasi diaristico, ove all'evoluzione personale l'autore accompagna l'elaborazione di categorie teologiche sempre più in dialogo con le culture e le esperienze del contemporaneo. È però il volumetto introduttivo alla trilogia, My status quaestionis 2010, a fare il punto della situazione e a inquadrare il senso dell'intero percorso, sottolinea Claudio Sottocornola: "Come diceva Goethe, dimmi che Dio hai e ti dirò chi sei. Non si dà tanto questione di essere o no credenti, ma di quale natura sia la propria fede. Ciascuno – alla fine – trascende il proprio io empirico e si dedica a qualcosa che va oltre la mera individualità…".
 
Agostino Bacchi: "Credo che poche persone abbiano cercato un loro personale percorso espressivo con tanta intensità, con così bruciante fervore come ha fatto Claudio Sottocornola. Da sempre [...] egli ha cercato di dare una forma misterica ai suoi messaggi dell'anima. Lo ha fatto sia per mezzo dell'espressione visiva, sia con la parola scritta, che attraverso la musica ed il canto. Come filosofo, intende l'arte come suprema categoria dello spirito e, come tale, ricerca costante dello strumento comunicativo più adeguato. I suoi recitals mi danno l'impressione del canto e del gesto misterico e mistico dello sciamano guaritore. Musica, canto, gesto, forma, colore per comunicare stati d'animo, cultura, poesia…".
 
Comunicato
 
Intervista
 
Davide
Ciao Claudio. Torno con grande piacere a fare due chiacchiere con te dopo aver letto la tua ultima opera.
Per intanto, perché hai deciso di intitolare questa tetralogia "Il pane e i pesci"?

Claudio
Il pane e i pesci, come sai, costituiscono il simbolo protocristiano per eccellenza e lo stesso acronimo del Cristo. Hanno finito così con il rappresentare l'era corrente, datata dalla nascita di Gesù di Nazareth, e tutto un patrimonio di sapienza, spiritualità, tradizione, che oggi tendono a scomparire, a non essere più comprese nella loro grammatica elementare, e che io volevo invece documentare, come parte essenziale del nostro vissuto. L'opera si snoda fra giornalismo, teologia e spiritualità, e raccoglie scritti dal 1980 (quando avevo vent'anni), al 2010. Così, il titolo mi ricorda anche, con l'episodio evangelico della moltiplicazione, la figura del ragazzo che mise a disposizione i pochi pani e pesci che aveva con sé, in cui un po' rivedo me giovane quando, come molti altri coetanei, ero pervaso da una volontà di impegno e da una generosità di cui oggi non saremmo probabilmente più capaci.

Davide
My status quaestionis (un'introduzione) apre dunque la quadrilogia… Heidegger: oggi solo un Dio ci può salvare. A che punto della storia pensi che sia giunta l'umanità e come ne immagini il futuro? Perché ci vorrebbe l'intervento di Dio, in che senso?

Claudio
Viviamo, concentrati in pochi anni, snodi epocali drammatici, affascinanti e travolgenti, di cui globalizzazione, migrazioni, catastrofi ambientali e biotecnologie, insieme alla rivoluzione digitale in genere, costituiscono le espressioni più evidenti. È indubbio che la "civiltà occidentale", ormai planetarizzata, con le sue opportunità e le sue pesanti contraddizioni, è a un punto di svolta, e necessita di nuovi input, non tanto di natura tecnica, ma di senso… Heidegger aveva colto bene, e profeticamente, il carattere freddo e funzionalistico che lo sguardo tecnico-scientifico avrebbe gettato sul mondo, e in "Holderlin e l'essenza della poesia" aveva caldeggiato l'ingresso di uno sguardo poetico e rivelativo nel nostro tempo, aperto all'ascolto dell'Essere e alle sue straordinarie manifestazioni… In questo senso, il poeta, l'artista, il profeta o… il filosofo possono testimoniare il loro desiderio di assoluto, e diventarne un po' cassa di risonanza, partecipando alle nuove costituzioni di senso che appaiono nella Storia orientandola al compimento. E credo che la direzione sia verso una spiritualizzazione dell'uomo e del cosmo, che il grande Teilhard de Chardin aveva prefigurato, e che noi intravediamo, fra contraddizioni e contrasti, anche nel nuovo interesse per religioni e spiritualità che attraversa il pianeta…
 
Davide
Se "il pluralismo non nega l'unità, l'arcobaleno non nega la luce…  Da bambini eravamo tutti molto più contenti di essere così diversi… e giocare un sacco!"…  perché sei allora cattolico e non di una qualunque altra religione o tutte o magari  nessuna?

Claudio
Probabilmente esistono sul pianeta tante spiritualità quanti sono gli individui che lo popolano. E quindi anche "essere cattolico" può voler dire cose molto diverse: di solito, si sottolinea che qualsiasi  sacerdote , alla domanda se Gesù Cristo sia il Figlio di Dio, risponderebbe affermativamente, ma poi, richiesto di spiegare che cosa ciò significhi per lui, ciascuno esprimerebbe probabilmente risposte anche molto diverse. Personalmente, accettare il linguaggio che la mia storia mi ha trasmesso per parlare di Dio non significa affatto sminuire o misconoscere il valore di altre esperienze o linguaggi, così come il fatto di esprimermi in italiano non mi impedisce di formulare concetti di valore universale che altri possono esprimere in inglese o cinese… Il fatto di amare qualcuno, per esempio, diventa essenziale per amare tout court, cosa che non è possibile solo in astratto… Semmai, il pericolo mi sembra potrebbe essere quello contrario: non accettare alcun linguaggio specifico in nome di una ineffabilità dell'esperienza spirituale che alla fine, ridotta al mutismo o al solipsismo, appassisce e muore. È però vero che, in ambito religioso, ancora molti concepiscono in modo contrappositivo le proprie esperienze e, dove ciò accade, non riconoscendo valore all'esperienza dell'altro, il dialogo diventa impossibile, una pantomima…
 
Davide
Libro 1: "La spiritualità eucaristica di Charles de Foucauld nella sua vita". Perché de Foucauld?

Claudio
Quando, nel 1984, dovevo scegliere la mia tesi di laurea, decisi di orientarmi verso un contenuto che fosse il più universale possibile, e che mordesse il mio interesse per la vita e il suo senso. Decisi, anche perché provenivo da splendidi anni di liceo, ove la formazione ricevuta era stata rigorosamente laica e agnostica, di indagare l'Eucaristia che, in ambito cristiano, è un po' la cifra esplicativa di tutta la realtà e del suo senso. In particolare, mi interessava l'adorazione, come atteggiamento dell'uomo di fronte al divino… Mons. Antonio Acerbi, grande teologo recentemente scomparso, mi suggerì la figura di Charles de Foucauld, esploratore e giovane libertino francese vissuto fra Otto e Novecento, poi convertito al cattolicesimo, che aveva fatto della adorazione eucaristica lo strumento di un impegno nel quotidiano struggente e appassionato, dedicandosi ai poveri, ai soldati, ai Tuareg del Sahara. Ho così conosciuto un uomo che, al pari di Madre Teresa, San Francesco o il Dalai Lama, è riuscito a raggiungere il massimo livello di universalità, a partire dal  massimo radicamento nella propria esperienza spirituale.
 
Davide
I cristiani protestanti non credono nella celebrazione eucaristica o, meglio, nella transustanziazione… I musulmani non credono nell'inferno, perché limiterebbe la stessa grandezza di Dio… E avanti… Alla fine mi chiedo che differenza faranno tutte queste… "differenze"… una volta davanti a Dio o "cosa" o, più semplicemente, dopo la vita… Se… Quindi, perché è importante aderire a un credo ben preciso?

Claudio
Studiare, e poi insegnare Filosofia, mi ha obbligato a confrontarmi continuamente con posizioni teoretiche e pratiche molto diverse fra loro. Spesso, gli studenti tendono ad assumere come più attendibile l'ultima teoria studiata, che pretende di invalidare le altre, ma è evidente che ciò non regge, considerato che non sempre è migliore ciò che vien detto dopo e, soprattutto, che posizioni anche molto contrastanti spesso coesistono nel medesimo tempo storico. L'esempio che faccio ai ragazzi quando affronto questa apparente aporia è il seguente: se guardate dalla finestra aperta di quest'aula vedete Bergamo, ma certamente diversa è la visione di Bergamo che avete da Città Alta, mentre ancora diverso è ciò che vedo di Bergamo dalle finestre di casa mia. Ciò significa che una di queste visioni non è Bergamo?  Evidentemente no, si tratta di prospettive diverse sulla città, tutte ugualmente legittime. Certamente, ogni filosofo è preso, catturato dalle sue proprie intuizioni, e tende ad estremizzarle, a radicalizzarle, a presentarle in modo magari univoco ma, come sosteneva Nietzsche, la conoscenza è prospettica, e quindi, aggiungerei, è semplicistico assumere un atteggiamento dicotomico e binario: le cose non sono, in generale, semplicemente vere o false, perché la realtà è ambivalente, e occorre quindi, hegelianamente, fare sintesi, mediare, interpretare. Nel volume conclusivo della tetralogia, uno zibaldone di pensieri, citazioni e aforismi, affermo che i concetti sono come chiodi e puntine, dei mezzi… Ecco perché non dobbiamo lasciarci intimidire dalle apparenti contraddizioni, anche nel linguaggio religioso. La realtà è così ricca, intensa, misteriosa, specie se parliamo dell'invisibile, che l'apparente contraddizione dei concetti esprime solo la tensione  a restituire aspetti diversi del medesimo mistero… Una ricchezza… più che un limite. Nella visione di un Dio personale che ha l'Occidente e  nel carattere impersonale della divinità per l'Oriente, ad esempio, non sta tanto una contraddizione, ma l'esigenza di salvaguardare due prerogative percepite come essenziali nelle due diverse tradizioni: per l'Occidente il carattere libero, volitivo e relazionale di Dio, per l'Oriente la sua universalità e imparzialità. Non è quindi importante a priori l'aderire a un credo ben preciso, ma seguire la strada che la nostra coscienza ci indica per aprirci al senso della nostra esistenza, senza farci troppi sconti perché, alla fine, tutti vorremmo "vincere facile"…

Davide
Quali sono e perché i tuoi più grandi riferimenti spirituali e filosofici oltre de Foucauld?

Claudio
Naturalmente è difficile per tutti noi tracciare una mappa completa delle influenze e affinità, anche perché nel tempo possono cambiare, sommarsi, bilanciarsi, e soprattutto, com'è accaduto a me, coinvolgere ambiti diversi di esperienza. Tuttavia credo che la lettura di Raimon Panikkar, teologo e filosofo recentemente scomparso, che si diceva tanto cattolico quanto induista (e lo diceva da sacerdote gesuita), mi abbia aiutato a leggere il pluralismo come una ricchezza e una grande opportunità spirituale… Un'altra grande influenza riguarda l'Ermeneutica contemporanea, una corrente di pensiero che assume la categoria di interpretazione come centrale nella lettura dei processi conoscitivi, e quindi valorizza l'arte, la musica, la poesia, ambiti di espressione che trovo a me particolarmente congeniali e che pratico nella mia attività fra ricerca e didattica. Non dimentico, in tal senso, quanto abbia  influito su di  me la poesia ermetica, da Ungaretti a Montale a Luzi, o la cultura pop, dal cinema di Antonioni alle canzoni di Battiato, perché ho scorto in tali esperienze una tensione metafisica, più efficace di tante omelie nell'evocare il senso, l'invisibile, l'ineffabile…  Anche l'Esistenzialismo francese mi ha introdotto alla tematica della responsabilità e dell'impegno, che ho poi avvertito in modo quasi spasmodico nel mio quotidiano, ma qui ci muoviamo nell'orizzonte delle influenze giovanili… Per tornare alla teologia, credo di avere colto una grande affinità nell'Estetica di von Balthasar, secondo il quale Dio non è prima di tutto azione, ma manifestazione, irradiamento, bellezza, tanto che la perdita di senso estetico del mondo contemporaneo sarebbe all'origine della sua irreligiosità. Ma la scoperta più confortante degli ultimi anni è stata quella di Vito Mancuso, pensatore cattolico borderline di cui condivido, al di là delle conclusioni, la metodologia e l'approccio, che intende ripartire "dal basso", dalla antropologia, per parlare di Dio, restituendo quindi all'esperienza spirituale una apertura, una universalità, che taluni atteggiamenti contrappositivi, trasversali alle fedi e alle diverse confessioni religiose, tenderebbero a negare nei fatti e nelle parole.
 
Davide
Prendiamo la massima orientale "Quando Dio c'è, non c'è. Quando non c'è, c'è. E sappiamo che ciò significa: quando crediamo di possedere Dio, perché lo stringiamo in una concezione granitica ed esclusiva, Dio è assente. Quando ne avvertiamo l'assenza, in qualche modo l'ineffabilità e lontananza, e siamo aperti al bisogno, al desiderio, alla mancanza… allora Dio è lì…". Questo potrebbe essere un modo di asserire che, per esempio, (al di là dei santi e delle loro, in fondo, inquietudini… penso anzitutto a Francesco), l'astensionismo agnostico o la filosofia Zen contengono un qualcosa di spiritualmente migliore rispetto a un certo modo di intendere e praticare le religioni e i paradigmi o i sistemi ontologici teisti, dogmatici e ritualistici? Cos'è il "dubbio" per te, che valore ha?

Claudio
L'agnosticismo, che dice "non so" di fronte al mistero della vita, è anch'esso una affermazione conoscitiva, una concettualizzazione, e si differenzia a sua volta in una posizione più esplicitamente metafisica (quella di chi dice essere impossibile conoscere per chicchessia) ed in una più possibilista (che dice: io non conosco per ora). Ma la stessa conoscenza di non conoscere, ovvero la consapevolezza di non sapere, cioè di interpretare come tale il proprio sapere, è una condizione prospettica, spesso molto rispettosa del reale, ma non necessariamente superiore ad altre. La vera differenza, a mio parere, la fa non tanto il dubbio inteso come esitazione a definire vero o falso un dato, che sottintende una qualche presunzione di poter giungere ad una conclusione univoca e apodittica, ma il relativizzare la propria prospettiva rendendola capace di incontrare quella dell'altro, nella consapevolezza di un orizzonte che trascende entrambe e nel tentativo di raggiungere un punto di vista sempre più universale. Ovviamente si tratta di una operazione mai conclusa, di un atteggiamento conoscitivo ed esistenziale, simile al precetto che comanda "l'amore del prossimo"…

Davide
Diceva Goethe: Dimmi che Dio hai e ti dirò chi sei. Che Dio hai tu e dunque chi o cosa pensi di essere secondo il Dio in cui credi?

Claudio
Il mio – oggi – è soprattutto il Dio dell'assenza: lo colgo, per esempio, nei personaggi del teatro di Beckett, che attendono ciò che non si manifesta – se non come attesa; nel già citato cinema di Antonioni, che parla di incomunicabilità e bellezza, forse anche  perché mi ricorda, insieme alla poesia ermetica, gli anni del liceo, quelli delle grandi proiezioni sul futuro, ove scorgo il maggior grado di slancio e vitalità di cui forse sono stato capace; in alcune atmosfere rock delle origini, dagli esiti drammatici ma dal sapore autentico; in alcune forme di responsabilità e impegno (sono reduce da una mostra fotografica dedicata a mia madre, mancata in anni recenti, che si è prodigata a lungo nel volontariato verso anziani e ammalati…); nella marginalità di chi vive alienazione e bisogno, nelle nostre città come nel Sud del mondo; ma anche nella preghiera solitaria e nella liturgia, dove si evoca il senso delle cose ultime, la malattia, la morte, l'amore e ciò che resta; soprattutto nel quotidiano e nel lavoro anche ripetitivo che esso comporta… Oggi mi sento quindi un uomo più maturo, meno egocentrico, più disposto a cogliere ciò che mi supera… e supera ogni soggettività, perché anche i modelli più alti alla fine vanno trascesi, altrimenti ci deludono…

Davide
Secondo Nathan Söderblom e non solo la religione è per l'uomo la percezione di un "totalmente Altro"… Strano come l'uomo sia sempre stato incline a credere in Dio, il "totalmente Altro", a cercarne il conforto, e ad avere invece paura di ogni altra "altrità" nel mondo, tra consimili e in ogni altra creatura, spesso odiandola, sottomettendola, annientandola ecc. Chi e cosa sono l'Altro per te?

Claudio
Ogni esperienza umana, da quella degli affetti più cari al gioco, all'arte, al lavoro, è condizionata dal grado di evoluzione della civiltà o soggettività che la elabora. Quindi, così come l'amore può essere vissuto in modo barbaro e possessivo, anche la religione può esprimere la mentalità di un popolo ancora primitivo (nell'Antico Testamento, per esempio, Dio è spesso visto come Potenza, che annienta con ferocia i nemici del "popolo eletto"…). Non c'è da stupirsi di ciò, ma semmai coltivare l'interiorità e favorire l'evoluzione, sapendo che la partita non si gioca lontano, ma entro l'ambito della coscienza e delle scelte individuali. Nella fattispecie, la teologia cristiana, nella sua accezione più intrinseca e intensa, parla di Dio come Trinità, ovvero come Comunione, Alterità nell'Unità, che spiega e giustifica di riflesso la varietà del mondo e la bellezza dell'altro, inteso non come accidente, ma come strutturalmente correlato al sé… Il mondo è unito nell'alterità, ed ogni cosa ha in sé un grado di bene, verità e bellezza. L'altro – per me – è l'occasione insostituibile che rende possibile il mio stesso espletarsi e quindi la mia gioia, e tale esperienza sembra rinviarmi al suo Fondamento. Realizzare tale percorso è poi il senso profondo del nostro muoverci nella vita e della nostra stessa inquietudine. Ma che nel divenire storico, tale percorso sia stato semplice e lineare non possiamo proprio dirlo, anzi dobbiamo denunciare le deviazioni dalla rotta e i numerosi tradimenti…

Davide
Scritti cristiani per la gente di Colognola… Parlando di missioni, di animazione missionaria e di missionari, quale ritieni sia in sintesi la tua missione personale oggi e oltre?

Claudio
Mi piacerebbe perseguire una "missione" che mi riguardi e coinvolga in modo radicale, magari facendomi quasi dimenticare della mia persona per proiettarmi nel servizio dell'altro. Allo stato attuale però, e cioè in relazione a ciò che mi è storicamente possibile, credo che la mia "vocazione" stia nel portare a compimento le diverse esperienze che ho attraversato, e proporre la mia persona come medium nella lettura del reale, come laboratorio dei possibili, come luogo di una consapevole interpretazione dell'essere che merita di essere testimoniata, comunicata, trasmessa. E nel far questo mi piace usare ogni mezzo che la mia mente e il mio tempo mi mettono a disposizione, sperando di stimolare anche altri, se possibile, ad attuare il loro compito specifico…

Davide
Ogni giorno fare un passo fuori dalla mediocrità… In che modo però?

Claudio
Nel complesso è un percorso da mantenere orientato alla meta, quindi continuamente rivisto e corretto. Nello specifico è una dinamica interiore, fatta di movimenti impercettibili, atti di dignità, coraggio o dissenso dal conformismo, ma soprattutto di attenzione, rispetto e promozione del valore che fanno la differenza dentro di noi. Non è infatti l'atto esteriore, ma l'intenzione profonda a determinare la qualità del nostro agire e del nostro essere (ricordo un bel film dove un protagonista visionario seguiva nascostamente la vita di anonimi passanti che gli sembravano dotati di bontà e gentilezza, per conferire poi loro un certificato di nobiltà…). Si tratta comunque di mantenere sempre uno stretto e intrinseco rapporto fra ciò che vogliamo fare, le nostre intenzioni profonde, e ciò che di fatto agiamo e facciamo. Certo, ci sarà sempre uno scarto da colmare, ma l'importante è non venire meno al compito… E ciò sarà tanto più possibile quanto più ci sforzeremo di trascendere il nostro io empirico in favore di qualcosa di più grande e più bello, come voleva Sant'Agostino. E il plus di qualità, dignità o nobiltà che acquisiremo nostro malgrado sarà di per sé la più gratificante delle ricompense…
 
Davide
Hai riportato in un punto una frase di Enrico Mentana in cui disse: La politica non è più in grado di stare a capotavola e, alla fine, prende gli spiccioli. Dissento, a parte la freddura che poteva calzare su un episodio come quello di Craxi e il lancio di  monetine… Dissento perché mi pare che di spiccioli ne prendano soltanto più i cittadini… Qual è il tuo punto di vista sulla situazione economica e politica in Italia?

Claudio
Ho interpretato la frase di Mentana come una polemica relativa alla incapacità della politica di occuparsi di grandi temi e valori aggreganti. Gli "spiccioli" mi sembravano metaforicamente indicare le briciole di una politica che ragiona solo in termini economici, funzionali e di opportunità (senza peraltro fare bene neanche ciò), e dimentica la vita dei suoi cittadini, le loro speranze, le questioni della giustizia e dell'equità. Per alcuni aspetti il problema è europeo o addirittura dell'Occidente consumistico e capitalistico, per altri è italiano, in quanto la nostra classe politica sembra particolarmente corrotta e impreparata, mentre la società si è sempre più incarognita e sfilacciata nei suoi legami di cooperazione e solidarietà. L'onestà, derisa e sbeffeggiata dai modelli di riferimento correnti, è a disagio… Ma il male è così diffuso da investire, per esempio, la stessa cultura nella sua connivenza con la politica e l'economia: i giovani che vogliono fare ricerca senza avere santi in paradiso, oggi vanno più facilmente all'estero… Ma l'intera generazione di mezzo ci ha rimesso le penne, assistendo a un vergognoso mercimonio di cattedre universitarie, ove l'apparteneza clientelare determinava il ruolo… Confesso tuttavia che non vedo alcun Obama all'orizzonte, e penso che si tratti di lavorare quindi più che altro a partire da una nuova consapevolezza nella cultura, nella professione, nella socialità e nella capacità di aggregazione sul territorio, magari usufruendo anche delle opportunità di comunicazione trasversale offerte dalla Rete. Occorre rimboccarsi le maniche e saper lavorare anche "senza speranza".  

Davide
A cosa stai lavorando ora, a quali progetti futuri?

Claudio
Vedi, per ricongiungermi alla risposta precedente, è proprio lavorando che io riesco a dare un significato anche alle contraddizioni di cui sopra, quando magari con qualche alunno o un lettore sperimento quella infinitesima possibilità che ho, che tutti abbiamo, di influire sugli altri, sulle cose e sulla loro evoluzione, nella direzione di un incremento di qualità e valore… Attualmente sto scrivendo una serie di brevi saggi sul modo in cui i filosofi medievali guardavano all'Essere e sono impegnato ad archiviare una parte delle mie conferenze e lezioni-concerto in modo da renderle accessibili a livello multimediale.
L'attività corrente di insegnamento e di giornalismo prende poi quel che resta del mio tempo, che alla fine rimane davvero molto poco… Mi ha fatto però piacere rispondere un'altra volta alle tue domande, che non sono mai scontate o prevedibili, e lasciano sempre intravedere passione e simpatia per l'interlocutore che hai davanti, oltre che conoscenza del suo lavoro.
 
Davide
Grazie Claudio.
 
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:: Davide Riccio
Davide Riccio, di Torino, educatore, musicista polistrumentista, compositore e giornalista. Ha collaborato con molti musicisti italiani e internazionali. Ha scritto poesie, racconti e saggi, che ha pubblicato su antologie e riviste sparse dal 1983 ad oggi (tra le ultime opere pubblicate “Il Musico David Rizzio” (biografia, ebook, 2006), “Povertssiment” (Genesi 2006), “Sversi” (Libellula, 2008), Neumi, cantus volat signa manent – La musica che lascia il segno (con cd di autori vari, Genesi-Into my Bed-Unamusica 2011). Dal 1998 è stato inquirente e articolista ufologo, copywriter in pubblicità e giornalista (il settimanale La Val Susa, il quotidiano Torino Sera, e il mensile Oblò di Livorno) occupandosi di cultura in genere e divulgazione.
 
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