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2011
16
Ago

Un nuovo modello di cooperazione internazionale allo sviluppo

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«Nessuno ha mai commesso un errore più grande di colui
che non ha fatto niente perché poteva fare troppo poco»
(Edmund Burke)
 
 
Per introdurre il tema
L'attuale situazione nel Corno d'Africa[1] non lascia scampo a nessuno, anche se giriamo la testa, spegniamo la televisione e chiudiamo gli occhi: ci sono più di 12 milioni[2] di persone, uomini, donne e, soprattutto, bambini che stanno morendo di fame!
E noi continuiamo a fare finta di niente!
Le proiezioni sono chiare: oggi, quasi un miliardo di persone soffre la fame e, di queste, 40 milioni muoiono ogni anno. 15 milioni sono bambini! Nel 2050, la popolazione mondiale raggiungerà i 9 miliardi, un terzo dei quali vivrà (o meglio sopravvivrà) con meno di 2 dollari (o 1 euro) al giorno.
Di fronte a questo quadro apocalittico, come si comportano i maggiori players della solidarietà internazionale? L'Unione europea ha annunciato[3] il prossimo stanziamento di 158 milioni di euro a titolo di fondo d'emergenza per il Corno d'Africa: vale a dire circa 13 euro a testa per ciascuno dei disperati che, sicuramente, non sanno nemmeno dove si trovi Bruxelles sulle carte geografiche.
Ben 13 euro!
In contemporanea, lo stesso esecutivo europeo ha approvato di finanziare con 370 milioni di euro (più del doppio!) il programma Frontex[4] per il 2012: il meccanismo finalizzato a coordinare le autorità nazionali degli Stati membri preposte a controllare i confini per evitare gli ingressi irregolari (in particolare, da quelle regioni soggette a particolari condizioni che incentivano le migrazioni, quali ad esempio carestie, siccità, guerre).
Per non citare, ad ulteriore enfasi, i conferimenti previsti per il Meccanismo Europeo di Stabilità finanziaria che ammonteranno, una volta a regime, a 800 miliardi di euro[5], destinati alla salvezza dei nostri amati mercati speculativi!
 
Per capire qualcosa
... fino a ieri
Ma cerchiamo di capire come siamo giunti a questo punto.
Se già Federico II di Prussia[6] era solito sostenere finanziariamente i suoi alleati, per assicurarsi il loro appoggio militare durante tutto il corso del suo regno, nel XIX secolo questa pratica politica di aiuti internazionali avrebbe dominato il panorama delle relazioni tra potenze.
Dobbiamo però arrivare sino al 1947 per vedere l'avvio di uno strumento organico finalizzato ad interventi di vero sviluppo inteso in maniera moderna: si tratta del Programma di ricostruzione europea (European Recovery Program, ERP), altrimenti noto come Piano Marshall[7], dal nome dell'allora Segretario di Stato USA George Marshall, varato dall'amministrazione statunitense per sostenere i paesi europei usciti dal conflitto mondiale con circa 12 miliardi di dollari in quattro anni (1947-1951). Simile esperienza venne considerata un autentico successo e un modello da replicare sia per promuovere la rinascita economica che per prevenire la diffusione del sistema sovietico[8] anche in altri contesti e sino alla fine della Guerra Fredda.
Col tempo molti paesi si sono affacciati sulla scena degli aiuti in qualità di donors (o benefattori) e, parallelamente, di beneficiari, in particolare a partire dagli anni '60 del secolo scorso, con la ricca stagione di decolonizzazione dei possedimenti europei d'oltremare. Accanto ai paesi cosiddetti ricchi, poi, vanno annoverate le numerose organizzazioni e agenzie internazionali o regionali sorte negli anni che all'interno dei propri bilanci prevedono specifiche risorse destinate alla cooperazione.
In questi ultimi 60 anni, si calcola che siano stati erogati aiuti allo sviluppo per oltre duemila miliardi di dollari, di cui più di mille destinati all'Africa, ma la situazione delle popolazioni non è cambiata: oggi il 50% degli africani vive con meno di un dollaro al giorno, vent'anni fa la percentuale era la metà[9], e questa rimane la regione più povera del mondo.
Tra il 1970 e il 1998, periodo nel quale i trasferimenti verso il Sud del mondo hanno raggiunto l'apice, il tasso di indigenza in Africa è salito fino al 66% e nei paesi più assistiti la crescita economica ha subito una contrazione annua dello 0,2%. Oggi circa 600 milioni di africani, metà della popolazione del continente, vivono sotto la linea della povertà.
 
Oggi
Ad oggi, con una approssimazione non molto distante dal vero, possiamo dire che il flusso economico originato dai paesi ad avanzata industrializzazione (o ricchi) destinato a promuovere interventi per la cooperazione nei paesi del Sud del mondo (o poveri) ammonta a circa 50 miliardi di dollari all'anno, l'80% dei quali è destinato all'Africa. Con quale risultato?
Secondo l'economista zambiana Dambisa Moyo[10], gli aiuti allo sviluppo, che rappresentano in media il 15% del PIL dei paesi dell'Africa sub-sahariana, innescano uno sciagurato circolo vizioso: alimentano la corruzione, la cleptocrazia e le guerre civili, puntellano i regimi dispotici, scoraggiano gli investimenti, inibiscono la classe imprenditoriale autoctona, incrementano l'inflazione e creano dipendenza e povertà, rendendo indispensabili ulteriori aiuti. Inoltre, ogni anno l'Africa brucia oltre 20 miliardi di dollari per rimborsare il debito estero e oltre 150 miliardi sono inghiottiti dalla dilagante corruzione: la realtà è che oggi risulta impossibile, con gli strumenti esistenti, ridurre i livelli di povertà e sostenere la crescita economica grazie agli aiuti. Anzi, gli aiuti così come sono concepiti attualmente, da governo a governo, rappresentano unicamente un immenso business dove ci guadagnano tutti tranne le popolazioni dei paesi destinatari.
Le stesse ONG, organizzazioni non governative, dei paesi del Nord del mondo vivono grazie ai fondi stanziati per la cooperazione allo sviluppo e solo il 20% delle risorse ricadono veramente nei paesi di intervento.
Ci sono, tuttavia, eccezioni virtuose nel campo delle organizzazioni che operano in situazioni di crisi ed emergenze umanitarie ove le risorse sono veramente finalizzate all'efficienza ed efficacia dell'azione.
A fronte di ciò, i paesi industrializzati ricevono ogni anno dagli stessi paesi poveri tra i 250 e i 300 miliardi di dollari di servizio del debito[11]: dunque, il Sud del mondo restituisce complessivamente al Nord almeno 5 volte quanto riceve in aiuti.
Nonostante lo sconfortante quadro presentato, la situazione attuale risulta in evoluzione per l'ingresso sulla scena di nuovi protagonisti: paesi che sino a pochi anni or sono venivano considerati essi stessi "poveri" e bisognosi di aiuti e che ora, invece, si dimostrano capaci di performances di crescita economica a due cifre. Stiamo parlando, nello specifico, di Brasile, India, Corea del Sud e, in particolare, della Cina.
 
Da domani ...
Proprio l'avvento di attori come questi, ci impone l'obbligo di riesaminare il modello unico di sviluppo economico e, dunque, pure di cooperazione allo sviluppo che storicamente i paesi del blocco atlantico (Europa occidentale e America del Nord) hanno cercato di replicare ovunque nel mondo.
Questa "one size fits all" ("una misura che va bene a tutti")[12], che non prende in considerazione le diversità presenti nei vari ambienti e contesti all'interno dei quali si vuole operare, è diventata oramai troppo stretta ed è palese la necessità di elaborare nuovi paradigmi per declinare la cooperazione.
Un aiuto su questa via potrebbe esserci dato dalle esperienze messe in atto da paesi come Brasile, India e Cina nei confronti dei paesi africani.
Le relazioni di questo genere, oltre a fondarsi su rapporti formalmente tra pari, sono scevre da pregiudiziali legate al passato coloniale (come con i paesi europei) e poggiano su un comune sentimento di necessità (gli uni e gli altri hanno "bisogno").
Inoltre, il concetto di "sviluppo economico" cui tendono le operazioni poste in essere viene definito su basi nuove e distinte rispetto ai diktat eurocentrici.
Se il compito fondamentale di qualsiasi forma di aiuto deve essere quello di rendere quegli stessi aiuti inutili, e non quello di rinforzare i legami di dipendenza tra paesi donatori e paesi riceventi, bisogna riconoscere che Cina, India e Brasile si stanno muovendo in maniera performante. Inoltre, Pechino con i suoi 4 mila miliardi di dollari di riserve valutarie, e un'inesauribile fame di materie prime, è oggi il partner ideale non solo per l'Africa ma per molti paesi, poveri di mezzi alla ricerca di risorse finanziarie per investimenti finalizzati allo sviluppo e ricchi in risorse naturali.
Il modello che viene proposto è quello win-win (vincente-vincente), dove entrambe le parti traggono vantaggi dalla collaborazione a fronte dei propri apporti.
Noi dovremmo osservare attentamente e imparare dai nostri errori e dagli altrui successi.
Innanzitutto, facendo in modo che sia autentica co-operazione, vale a dire "azione congiunta" tra partners paritetici (del Nord e del Sud) in tutte le fasi, dall'ideazione alla realizzazione e verifica; in secondo luogo, che permetta un "cambiamento" reale e migliorativo delle condizioni in cui si trovano le popolazioni interessate dall'intervento; a seguire, che sia "sostenibile" tecnicamente ed economicamente, una volta ultimata la fase di start-up e quindi di sostegno ad-extra.
Il tutto avendo sempre ben chiaro che «Il paradigma dello sviluppo, in un mondo globalizzato, dovrebbe essere concepito come affermazione sacrosanta di diritti inviolabili della persona umana»[13] e non come mero calcolo contabile che porti a un plusvalore maggiore in beni e servizi prodotti, scambiati e consumati.
 
Per impegnarsi sul campo
Se differenti e antitetiche sono le proposte di esperti del calibro di Dambisa Moyo[14] e Jeffrey Sachs[15], la prima che indica di congelare per cinque anni tutti gli aiuti allo sviluppo, il secondo che, invece, invita a lanciare un programma straordinario da 195 miliardi di dollari all'anno fino al 2015, comune è la consapevolezza dell'urgenza di ridefinire le politiche degli aiuti internazionali, anche in conseguenza della crisi economica che sta obbligando i paesi donatori a drastiche revisioni dei propri bilanci.
Imprescindibile, dunque, aprire un tavolo ove si individuino, e condividano, gli assunti base dello sviluppo umano, in prospettiva della sempre più pressante globalizzazione dei rapporti a tutti i livelli, e gli obiettivi che si intendono e che plausibilmente si possono perseguire; i sistemi in cui muoversi e gli strumenti operativi da impiegare, con le dovute e necessarie regole di corresponsabilità e governance; le agende programmatiche, che siano verosimili e credibili.
Forse, così facendo, avremo intrapreso il primo piccolo passo verso il superamento della tradizionale visione paternalistica degli aiuti allo sviluppo e della loro altrettanto tradizionale gestione "pseudo-efficientista" di stampo occidentale, e al contempo avremo contribuito a mettere le basi per una nuova forma di convivenza su questo nostro pianeta, ove al centro ci sia la persona con i suoi inalienabili diritti, tra cui quello del suo sviluppo integrale!



[1] Il corno d'Africa è una penisola a forma di triangolo sul lato est del continente africano. Ne fanno parte: Eritrea, Etiopia, Gibuti e Somalia (da Wikipedia, l'enciclopedia libera). Ai nostri fini, vi comprendiamo pure il Kenya e l'Uganda.
[2] Cfr. http://www.agire.it/it/appelli_di_emergenza/africa_orientale.html.
[3] Cfr. Commissione europea, MEMO/11/549, Horn of Africa–EU Development Work in the region, Brussels, 5 August 2011.
[4] Cfr. Commission europea, Le Fonds européen pour les frontières extérieures va allouer 370 millions d'euros aux États membres en 2012, Bruxelles, 5 Août 2011.
[5] Cfr. dello stesso A., Ingegneria finanziaria in risposta alla crisi, in KultUnderground, n.189, 2011.
[6] Federico II di Hohenzollern, detto Federico il Grande (Berlino, 24 gennaio 1712 – Potsdam, 17 agosto 1786), re di Prussia dal 1740 alla sua morte. Fu uno dei personaggi più influenti e rappresentativi del suo tempo, rappresentando la tipica figura settecentesca del monarca illuminato. La sua azione riguardò sia il piano politico e militare, sia quello dell'economia e dell'amministrazione statale, sia lo sviluppo delle scienze e delle arti (da Wikipedia, l'enciclopedia libera).
[7] Cfr. Marco Zupi, L'eredità del Piano Marshall per la politica di cooperazione allo sviluppo, Roma, 1997.
[8] Cfr. AA.VV., Manuale di formazione. Le nuove opportunità della cooperazione decentrata, Roma, 2005.
[9] Cfr. Dambisa Moyo, Come gli aiuti dell'Occidente stanno devastando il Terzo mondo, Milano, 2010.
[10] Cfr. Dambisa Moyo, Come ..., op. cit.
[11] Cfr. AA.VV., Manuale ..., op. cit.
[12] Cfr. Stefano Gardelli, L'Africa cinese, Milano, 2009.
[13] Cfr. Giulio Albanese, Cooperazione, è l'ora di una vera svolta, in Avvenire del 29.07.2011.
[14] Cfr. Dambisa Moyo, Come ..., op. cit.
[15] Cfr. Jeffrey Sachs, Il bene comune. Economia per un pianeta affollato, Milano, 2010.
 
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:: Davide Caocci

Davide Caocci, nato a Milano nel 1972, si è laureato in Giurisprudenza presso l'Università Cattolica e specializzato poi in Diritto internazionale, Diritto UE ed Economia. Ha lavorato tra Europa, America latina e Africa subsahariana come esperto di politiche europee e consulente per la cooperazione allo sviluppo. A questo ha sempre affiancato una ricca attività didattica in università italiane e straniere e una altrettanto ricca produzione di articoli sui fenomeni legati alla globalizzazione. Ora vive in Argentina, dall’altra parte del mondo. “Semel Scout Semper Scout”.

 
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