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2019
23
Gen

Diplomazia multilaterale

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lezione di Diritto delle Relazioni Internazionali di Papa Francesco al mondo
 
«Voi sancite il grande principio che i rapporti fra i popoli devono essere regolati dalla ragione, dalla giustizia, dal diritto, dalla trattativa, non dalla forza, non dalla violenza, non dalla guerra, e nemmeno dalla paura, né dall’inganno»
(Paolo VI, Discorso alle Nazioni Unite, New York, 4 ottobre 1965)
 
Nel suo tradizionale incontro con il corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede in occasione degli auguri per il nuovo anno, Papa Francesco ha pronunciato un ricco discorso[1] incentrato sull’importanza della diplomazia multilaterale per promuovere e perseguire un autentico sviluppo integrale della comunità umana: una lectio magistralis di Diritto delle Relazioni Internazionali al mondo nella quale, appoggiandosi sul Magistero pietrino, il Pontefice rilancia il primato e l’efficacia del multilateralismo proprio in un momento storico in cui da più parti l’uso egoistico della forza è la via più facile nei rapporti bilaterali.
 
La globalizzazione poliedrica
Francesco invita da subito a fermarsi per trarre alcune considerazioni dal recente passato e riflettere insieme sulle sfide del prossimo futuro e qui pone il primo fondamento della preoccupazione del Papa e della Santa Sede verso le necessità, anche d’ordine materiale e sociale, della famiglia umana: l’imperativo rivolto da Gesù a Pietro, «Pasci i miei agnelli» (Giovanni 21,15). Premura per la quale la Chiesa vuole essere un ascoltatore attento e sensibile delle problematiche che interessano l’umanità, in spirito di servizio e senza mai ingerire nelle questioni interne dei singoli Stati.
Proprio sottolineando l’attività della Sede Apostolica per favorire l’edificazione di comunità pacifiche e riconciliate, il Santo Padre ricorda i cento anni della Società delle Nazioni[2] e l’inizio della moderna diplomazia multilaterale, mediante la quale gli Stati tentano di sottrarre le relazioni reciproche alla logica della sopraffazione che conduce alla guerra.
Premesse indispensabili del successo della diplomazia multilaterale sono la buona volontà e la buona fede degli interlocutori, la disponibilità a un confronto leale e sincero e la volontà di accettare gli inevitabili compromessi che nascono dal confronto tra le Parti. Qualora anche uno solo di questi elementi venisse meno, prevarrebbero soluzioni unilaterali e, in ultima istanza, la sopraffazione del più forte sul più debole, atteggiamenti che oggigiorno stanno insidiando la credibilità delle principali Organizzazioni internazionali e dello stesso sistema multilaterale, spesso incapaci di offrire soluzioni efficaci alle diverse crisi che attanagliano il mondo, come alcuni conflitti “congelati” o le grandi sfide legate a clima e migrazioni.
La chiave da utilizzare in questo caso è l’equilibrio tra la dimensione globale e la locale propria dell’idea di globalizzazione poliedrica contro la predominante globalizzazione sferica: la prima favorisce una tensione positiva fra l’identità di ciascun popolo e Paese e la globalizzazione stessa, nel rispetto del principio che il tutto è superiore alla parte[3], l’altra invece livella le differenze e annulla le particolarità, fornendo un fertile terreno alle rinascenti propensioni populistiche e nazionalistiche in molte regioni del mondo.
 
La diplomazia multilaterale
Fu san Paolo VI, primo pontefice a tenere un discorso[4] dinanzi all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel 1965, a tracciare le finalità della diplomazia multilaterale, le sue caratteristiche e responsabilità nel contesto contemporaneo, evidenziandone gli elementi di contatto con la missione spirituale della Chiesa.
Il primo elemento comune è il primato della giustizia e del diritto, attualmente ancor più importante per il riemergere di interessi egoistici di parte che spesso sfociano in controversie. Ciò si deve ad un errato atteggiamento verso le dinamiche che regolano la comunità internazionale, percepite come lente, astratte e incapaci di rispondere ai bisogni contingenti: ma i sistemi di governo, tanto nazionali quanto sovranazionali, dovrebbero oggi più che mai raccogliere le richieste dei popoli e ricercare soluzioni efficaci per il perseguimento del bene comune nel pieno rispetto del diritto e della giustizia.
In tale contesto, il rispetto della dignità di ogni essere umano è la premessa indispensabile per una convivenza realmente pacifica, e il diritto costituisce lo strumento essenziale per il conseguimento della giustizia sociale e per alimentare vincoli fraterni tra i popoli: un ruolo fondamentale in questa opera è riconosciuto alla promozione dei diritti umani, enunciati nella Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo[5].
Il secondo elemento citato da Papa Francesco è la difesa dei deboli.
Un compito questo nel quale tanto la Chiesa quanto la comunità internazionale sono impegnate a dare voce a chi non ha voce. E qui il Pontefice offre una triste elencazione delle categorie dei senza voce: le vittime dei conflitti armati, in particolare tra le popolazioni civili, donne e bambini; i profughi; i rifugiati e i migranti (anche climatici ed economici).
In riferimento ai migranti si riconosce che ogni essere umano anela a una vita migliore e più felice e che non si può risolvere la sfida delle migrazioni con la logica della violenza e dello scarto: una simile questione universale necessita di soluzioni condivise e globali.
Proseguendo la lista dei deboli, troviamo i giovani, che rappresentano il futuro e hanno diritto di trovare lavoro, formare una famiglia e crescere dei figli; i fanciulli, con particolare attenzione ai fenomeni (anche interni alla Chiesa cattolica) di abuso; le donne, in una società dove il maschilismo violento si coniuga purtroppo con un innaturale appiattimento delle differenze di genere; i lavoratori, i cui diritti sono calpestati dalle moderne forme di schiavitù.
Il terzo elemento che condividono i due sistemi è quello di essere ponti tra i popoli e costruttori di pace per unire le Nazioni e mettere insieme gli uni con gli altri sotto l’egida della pace che non si costruisce soltanto con la politica e con l’equilibrio delle forze e degli interessi in campo, ma soprattutto con lo spirito, le idee, le opere.
Quarto e ultimo elemento della diplomazia multilaterale è la capacità di ripensare il nostro destino comune.
Già Paolo VI, nel discorso sopra citato, aveva invitato il consesso delle nazioni a pensare in maniera nuova la convivenza dell’umanità, le vie della storia e i destini del mondo: oggi come allora è necessario un appello alla coscienza morale dell’uomo!
I due Sommi Pontefici ricordano che i pericoli non vengono né dal progresso né dalla scienza, bensì si radicano nell’uomo, padrone di strumenti, atti alla sua stessa rovina.
Ecco allora che la proliferazione delle armi nucleari e la continua tendenza ad armarsi di singoli e Stati provocano inquietudine e suscitano profondi quesiti etici per l’atmosfera di persistente insicurezza in cui mantiene gli equilibri internazionali dominati dalla forza militare, dalle intimidazioni reciproche, dall’ostentazione degli arsenali bellici. Alla base della pacifica convivenza fra i membri della famiglia umana vi deve essere l’etica della solidarietà, non la dissuasione nucleare[6].
Ripensare il nostro destino comune significa anche ripensare il rapporto col nostro Pianeta, e dunque elaborare strategie comuni per la cura dell’ambiente e strumenti efficaci per contrastare il cambiamento climatico.
La Terra è di tutti, le conseguenze del suo deterioramento ricadono sull’intera l’umanità, l’impegno per la sua salvaguardia deve essere un compito e un impegno di tutti e di ciascuno.
 
Ponti, cammini e porte
Globalizzazione poliedrica e diplomazia multilaterale, dunque, rappresentano le leve per dar vita a una nuova stagione delle relazioni tra popoli e tra nazioni: incentrate sul rispetto della dignità umana, finalizzate al conseguimento del bene comune, basate sulla solidarietà.
Un contesto in cui lanciare ponti per rispondere a chi è tentato di erigere nuovi e più alti muri, percorrere originali cammini di incontro laddove la paralisi è dovuta a miope egoismo, aprire porte capaci di una moderna condivisione quando le spinte centrifughe sono soltanto frutto di paura e ignoranza.
Questi i suggerimenti di Papa Francesco alla comunità internazionale per il nuovo anno appena iniziato: a noi tutti farne tesoro e porli in pratica!
 

[1] Cfr. il testo integrale del Discoro del Santo Padre Francesco ai membri del Corpo Diplomatico accreditato presso la Santa Sede per la presentazione degli auguri per il nuovo anno, 7 gennaio 2019, in http://w2.vatican.va/content/francesco/it/speeches/2019/january/documents/papa-francesco_20190107_corpo-diplomatico.html
[2] Organizzazione internazionale istituita con il trattato di Versailles, firmato il 28 giugno 1919, antesignana delle Nazioni Unite.
[4] Cfr. il testo integrale del Discorso del Santo Padre alle Nazioni Unite, 4 ottobre 1965, in http://w2.vatican.va/content/paul-vi/it/speeches/1965/documents/hf_p-vi_spe_19651004_united-nations.html
[5] Cfr. il testo integrale della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, in https://www.ohchr.org/EN/UDHR/Documents/UDHR_Translations/itn.pdf
[6] Cfr. il testo integrale del Discorso del Santo Padre Francesco ai partecipanti al Convegno “Prospettive per un mondo libero dalle armi nucleari e per un disarmo integrale”, 10 novembre 2017, in https://w2.vatican.va/content/francesco/it/speeches/2017/november/documents/papa-francesco_20171110_convegno-disarmointegrale.html
 
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:: Davide Caocci

Davide Caocci, nato a Milano nel 1972, ha studiato Diritto ed Economia tra Italia, Francia e Argentina. Esperto in politiche di cooperazione internazionale e sviluppo locale, lavora tra Europa, America latina e Africa, trovando anche il tempo di offrire corsi in università italiane e straniere e scrivere articoli sui fenomeni legati alla globalizzazione. “Semel Scout Semper Scout”.

 
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