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2015
27
Set

Papa Francesco all’ONU

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diplomazia soft per obiettivi hard
 
«Di fronte all'inarrestabile crescita dell'interdipendenza mondiale, è fortemente sentita, anche in presenza di una recessione altrettanto mondiale, l'urgenza della riforma sia dell'Organizzazione delle Nazioni Unite che dell'architettura economica e finanziaria internazionale, affinché si possa dare reale concretezza al concetto di famiglia di Nazioni»
(Benedetto XVI, Caritas in Veritate, n.67)
 
In occasione della 70ma Sessione plenaria[1] dell’Assemblea Generale dell’ONU e in apertura dei lavori del Summit per lo Sviluppo Sostenibile[2], la comunità internazionale riunita nel Palazzo di Vetro di New York ha ricevuto la impattante visita di Papa Francesco e il ricco dono delle sue parole[3].
 
Quarto Papa all’ONU
Papa Francesco ci ha oramai abituati alla sua informalità e al suo stile diretto che punta a toccare il cuore delle persone ma il discorso pronunciato davanti all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite riunita per i suoi 70 anni ha marcato qualcosa di più forte nella storia dell’organizzazione e dell’umanità.
Come lui stesso ha ricordato, già Paolo VI nel 1965, il Santo Giovanni Paolo II per ben due volte, nel 1979 e nel 1995, e Benedetto XVI, nel 2008[4], hanno calcato i medesimi passi per rivolgersi ai rappresentanti di tutti i paesi del mondo e condividere il proprio messaggio di fede, speranza e carità.
Ma questa occasione porta in sé molte particolarità: Francesco è il primo pontefice latinoamericano; proviene da una famiglia di immigrati; è nato in quell’Argentina che ha promosso la risoluzione sulla sovranità economica[5] approvata poche settimane or sono dalla stessa Assemblea Generale; prima di arrivare nella Grande Mela ha incontrato a Cuba i fratelli Fidel e Raul Castro; è stato l’unico pontefice invitato a parlare a Washington davanti al Congresso USA riunito in plenaria. 
Tutti elementi che obbligano a considerare con attenzione i temi trattati dal successore di Pietro, senza dimenticare che, come ha scritto un caro amico teologo, saranno «i fatti a mostrare la continuità del Magistero nella singolarità dei carismi dei diversi pontefici e soprattutto la sempre nuova efficacia del Vangelo incarnato da dei testimoni» dal momento che l’appeal «di un papa non si misura in punti percentuali, in ritorni di massa alla Chiesa, ma nell’incidenza che la sua persona e il suo messaggio dimostrano nelle coscienze e nella storia»[6].
 
Le parole di Francesco
Ma veniamo ai contenuti.
Uno dei leitmotiv prescelto in questa occasione è quello del bene comune per la famiglia umana, tema proprio della Dottrina Sociale della Chiesa Cattolica[7], e del suo perseguimento nella storia grazie all’opera del consorzio internazionale rappresentato da realtà quali l’Organizzazione delle Nazioni Unite. In questi termini, potrebbe quasi sembrare un discorso di convenienza, una sorta di captatio benevolentiae per una campagna di marketing globale, ma così non è stato.
Francesco è stato capace di toccare nervi scoperti dell’attuale fase di crisi che sta vivendo la comunità internazionale e malanni che le organizzazioni governative, in particolare, dimostrano di non essere all’altezza di fronteggiare.
Allo stesso modo, ha chiaramente indicato le minacce che gravano sull’umanità e suggerito chiaramente alcuni percorsi per affrontarle con successo.
Da subito avverte che «il potere tecnologico, nelle mani di ideologie nazionalistiche o falsamente universalistiche, è capace di produrre tremende atrocità» ma l’ONU è considerata «la risposta giuridica e politica adeguata al momento storico» e la Chiesa Cattolica ne riconosce l’importanza riponendo grandi speranze nelle sue attività.
Se si riconoscono le luci degli obiettivi conseguiti nei 70 anni di storia, però, dice Francesco che «sono ancora molti i gravi problemi non risolti» generalmente definiti come «l’oscurità del disordine causato dalle ambizioni incontrollate e dagli egoismi collettivi» e, per questo, ricorda che «la riforma e l’adattamento ai tempi sono sempre necessari, progredendo verso l’obiettivo finale di concedere a tutti i Paesi, senza eccezione, una partecipazione e un’incidenza reale ed equa nelle decisioni».
Modalità diretta per riportare al centro del dibattito l’annoso tema della necessaria riforma dell’impianto istituzionale delle Nazioni Unite da troppo tempo derubricato a ennesima priorità. E il Papa approfondisce il suo richiamo «in special modo per gli organi con effettiva capacità esecutiva, quali il Consiglio di Sicurezza, gli Organismi finanziari e i gruppi o meccanismi specificamente creati per affrontare le crisi economiche» al fine di «limitare qualsiasi sorta di abuso o usura specialmente nei confronti dei Paesi in via di sviluppo», dal momento che gli «organismi finanziari internazionali devono vigilare in ordine allo sviluppo sostenibile dei Paesi e per evitare l’asfissiante sottomissione […] a sistemi creditizi che, ben lungi dal promuovere il progresso, sottomettono le popolazioni a meccanismi di maggiore povertà, esclusione e dipendenza». Parole precise che riprendono inviti già contenuti in precedenti documenti del magistero pietrino[8].
A questo punto, Francesco avrebbe potuto concludere e invece ha continuato ricordando che il compito delle Nazioni Unite è «lo sviluppo e la promozione della sovranità del diritto, sapendo che la giustizia è requisito indispensabile per realizzare l’ideale della fraternità universale».
«Dare a ciascuno il suo, secondo la definizione classica di giustizia, significa che nessun individuo o gruppo umano si può considerare onnipotente, autorizzato a calpestare la dignità e i diritti delle altre persone singole o dei gruppi sociali», mentre «oggi il panorama mondiale ci presenta […] molti falsi diritti, e – nello stesso tempo – ampi settori senza protezione, vittime piuttosto di un cattivo esercizio del potere».
E per meglio argomentare introduce i «due settori intimamente uniti tra loro, che le relazioni politiche ed economiche preponderanti hanno trasformato in parti fragili della realtà»: «l’ambiente naturale e il vasto mondo di donne e uomini esclusi».
Rammentando l’inscindibile legame tra uomo e ambiente, il Papa ha sottolineato che «qualsiasi danno all’ambiente […] è un danno all’umanità» e che «ciascuna creatura, specialmente gli esseri viventi, ha un valore in sé stessa, di esistenza, di vita, di bellezza e di interdipendenza con le altre creature» per poi giungere ad affermare l’esistenza di un vero e proprio «diritto dell’ambiente».
Qui Francesco ribadisce uno dei concetti cari al suo magistero: quello del dramma del «processo di esclusione» di cui è vittima la nostra società, e in particolare le sue componenti più deboli e che costituisce «la tanto diffusa e incoscientemente consolidata “cultura dello scarto”».
Riconosce i meriti dell’azione della comunità internazionale ma sottolinea criticamente che non bastano gli impegni solenni: è necessaria «una volontà costante e perpetua», «fatta di passi concreti e di misure immediate, per preservare e migliorare l’ambiente naturale e vincere quanto prima il fenomeno dell’esclusione sociale ed economica, con le sue tristi conseguenze di tratta degli esseri umani, commercio di organi e tessuti umani, sfruttamento sessuale di bambini e bambine, lavoro schiavizzato, compresa la prostituzione, traffico di droghe e di armi, terrorismo e crimine internazionale organizzato».
Ed ecco un altro avvertimento: attenzione all’eccessivo burocratismo tipico delle grandi istituzioni e alla cieca fiducia in «un’unica soluzione teorica e aprioristica» per rispondere a tutte le sfide, «prima e aldilà di piani e programmi, ci sono donne e uomini concreti».
Il Vescovo di Roma in trasferta a New York, dunque, dichiara convintamente che per permettere alle persone di «sottrarsi alla povertà estrema, bisogna consentire loro di essere degni attori del loro stesso destino» giacché «lo sviluppo umano integrale e il pieno esercizio della dignità umana non possono essere imposti»[9].
Condizione minima per rendere effettivo un simile sviluppo è garantire a tutti tre elementi materiali, «casa, lavoro e terra», e uno “spirituale”, la «libertà di spirito».
Basilare risulta essere l’affermazione di un generale “diritto alla vita” per cui è imprescindibile «il riconoscimento di alcuni limiti etici naturali insormontabili» in assenza dei quali l’intera opera delle Nazioni Unite «corre il rischio di diventare un miraggio irraggiungibile o, peggio ancora, parole vuote che servono come scusa per qualsiasi abuso e corruzione, o per promuovere una colonizzazione ideologica mediante l’imposizione di modelli e stili di vita anomali estranei all’identità dei popoli e, in ultima analisi, irresponsabili». Diritto alla vita, dunque, e attenzione alla famiglia e all’educazione che consentono alla vita di esprimersi.
Altro avvertimento puntuale e critico è verso la pratica invalsa in molti Paesi cosiddetti civili di “esportare la democrazia” per mezzo dei propri bombardieri, e a tal proposito Francesco chiaramente dice che «Se si rispetta e si applica la Carta delle Nazioni Unite con trasparenza e sincerità, senza secondi fini, come un punto di riferimento obbligatorio di giustizia e non come uno strumento per mascherare intenzioni ambigue, si ottengono risultati di pace. Quando, al contrario, si confonde la norma con un semplice strumento da utilizzare quando risulta favorevole e da eludere quando non lo è, si apre un vero vaso di Pandora di forze incontrollabili, che danneggiano gravemente le popolazioni inermi, l’ambiente culturale, e anche l’ambiente biologico».
Ricorda poi le «conseguenze negative di interventi politici e militari non coordinati tra i membri della comunità internazionale» e sottolinea la «dolorosa situazione di tutto il Medio Oriente, del Nord Africa e di altri Paesi africani» e i conflitti «in Ucraina, in Siria, in Iraq, in Libia, nel Sud-Sudan e nella regione dei Grandi Laghi», luoghi in cui «esseri umani […] diventano materiale di scarto mentre non si fa altro che enumerare problemi, strategie e discussioni».
Ulteriore nota forte è rivolta alla non proliferazione degli armamenti nucleari con un apprezzamento preciso agli accordi perfezionati con Teheran (pur senza pronunciare espressamente il nome dell’Iran).
Differente ma non meno pericoloso tipo di guerra che il Papa argentino definisce «“sopportata” e debolmente combattuta» è quella al narcotraffico, collegato a tutti i fenomeni di corruzione nei diversi settori della società umana.
Per fronteggiare tali sfide, uno strumento che propone di valorizzare il Papa è quello della «genialità umana, ben applicata» anche se spesso «Il pericolo vero sta nell’uomo, padrone di sempre più potenti strumenti, atti alla rovina ed alle più alte conquiste!», ed è per questo motivo che ripetendo le parole di Paolo VI, anche Francesco sostiene che «l’edificio della moderna civiltà deve reggersi su principii spirituali, capaci non solo di sostenerlo, ma altresì di illuminarlo e di animarlo».
In chiusura, il focus si sposta sull’apparente interconnessione del mondo contemporaneo che, in verità, «sperimenta una crescente e consistente e continua frammentazione sociale».
Chiaro il pensiero per il quale la comunità internazionale non può permettersi «di rimandare “alcune agende” al futuro» dal momento che «il futuro ci chiede decisioni critiche e globali di fronte ai conflitti mondiali che aumentano il numero degli esclusi e dei bisognosi»: azioni concrete ed efficaci! Per questo, l’impianto dell’ONU, «migliorabile come qualunque altra opera umana […], può essere pegno di un futuro sicuro e felice per le generazioni future» e lo potrà essere solo «se i rappresentanti degli Stati sapranno mettere da parte interessi settoriali e ideologie e cercare sinceramente il servizio del bene comune», con ciò richiamando anche a questo i rappresentanti di tutte le nazioni riuniti ad ascoltarlo.
 
Diplomazia soft per obiettivi hard
Se difficile risulta dare una valutazione sintetica di un simile e composito intervento, possiamo sicuramente definirlo un egregio esempio di quella diplomazia soft di cui la Santa Sede e in particolare i pontefici romani hanno abituato la comunità internazionale almeno dagli anni ‘60 del secolo scorso a partire dal personale coinvolgimento di Giovanni XXIII per scongiurare lo scoppio di un terzo conflitto mondiale in occasione della crisi cubana tra Stati Uniti e Unione Sovietica.
Diplomazia soft, certo, ma con obiettivi hard, molto pesanti.
Ed ecco che Francesco si cimenta con richiami forti e precisi alla necessità di riformare le organizzazioni internazionali in particolare là dove si concentra il potere politico (riferimento ai membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’ONU) ed economico (il board del Fondo Monetario Internazionale), per rispettare la sovranità di tutti i paesi del mondo e riconoscere loro il dovuto protagonismo nello sviluppo.
Ancora la rivendicazione del diritto a casa, lavoro e terra, quasi da rivoluzionario d’altri tempi, unito alla libertà di spirito, ed ecco il missionario del III millennio: combinazione che rende effettivo il diritto alla vita.
Vita che, però, non è possibile senza la pace. E proprio per la pace, il Papa lancia un ulteriore ammonimento all’Assemblea Generale per l’uso strumentale che alcuni possono fare del diritto internazionale e del sistema dell’ONU: dunque, fatti concreti e non chiacchiere!
Temi quali il contrasto alle armi nucleari, il narcotraffico e la diffusa corruzione sono abbordati e smarcati in maniera semplice ma puntuale richiamando le grandi potenzialità dell’essere umano e la sua connaturata debolezza, accentuata dall’apparente interconnessione pervasiva della società globalizzata e dalla sempre più profonda frammentazione, autentico male dell’uomo e dell’umanità.
Papa Francesco, dunque, invita tutta la comunità a servire non gli interessi settoriali e le ideologie ma il bene comune, unica via per conseguire lo sviluppo integrale cui dobbiamo tendere.
Una lezione di global governance da questo Papa che ne è il miglior rappresentante e maestro.
Confidiamo che il mondo ne colga gli insegnamenti e li metta in pratica.
E, con le parole di Francesco, «Che Dio vi benedica tutti!».

[1] Cfr. http://www.un.org/en/ga.
[2] Cfr. http://www.un.org/sustainabledevelopment/summit.
[4] Cfr. dello stesso A., Benedetto XVI all'ONU. Diritti Umani e Umanesimo Cristiano, in KultUnderground, n.154, maggio 2008.
[5] Cfr. Ris. A/RES/69/319 del 10 settembre 2015, Basic Principles on Sovereign Debt Restructuring Processes e dello stesso A., Ristrutturazione del debito sovrano. G77 contro i fondi avvoltoi, in KultUnderground, n.230, settembre 2014.
[6] Cfr. Massironi S., Mio dovere è costruire ponti, in Occhi sul sociale, 25.09.2015, http://www.occhisulsociale.it/societ%C3%A0/mio-dovere-%C3%A8-costruire-ponti-1.115588.
[7] Si veda ad esempio la lettera enciclica di Giovanni XXIII, Mater et Magistra, 15 maggio 1961.
[8] Si veda ad esempio la lettera enciclica di Benedetto XVI, Caritas in Veritate, 29 giugno 2009.
[9] Si veda ad esempio la lettera enciclica di Paolo VI, Populorum progressio, 26 marzo 1967.
 
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:: Davide Caocci

Davide Caocci, nato a Milano nel 1972, si è laureato in Giurisprudenza presso l'Università Cattolica e specializzato poi in Diritto internazionale, Diritto UE ed Economia. Ha lavorato tra Europa, America latina e Africa subsahariana come esperto di politiche europee e consulente per la cooperazione allo sviluppo. A questo ha sempre affiancato una ricca attività didattica in università italiane e straniere e una altrettanto ricca produzione di articoli sui fenomeni legati alla globalizzazione. Ora vive in Argentina, dall’altra parte del mondo. “Semel Scout Semper Scout”.

 
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