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2014
28
Mag

Il futuro dell’Europa

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all’indomani del rinnovo dell’europarlamento

 
«Dalle coste dell’Africa dove sono nato, si vede meglio il volto dell’Europa.
E si sa che non è bello
»
(Albert Camus)
 
Il voto per il rinnovo dell’europarlamento
Domenica 25 maggio si è conclusa la settimana di voto per il rinnovo del Parlamento Europeo: i cittadini dei 28 Stati membri dell’Unione si sono recati alle urne per eleggere i 751 eurodeputati che li rappresenteranno a Strasburgo per il prossimo quinquennio.
Il primo dato da rilevare a questo proposito è quello sulla partecipazione, indice pure del sentiment provato dagli europei per le loro istituzioni: 43,09%, con picchi del 90% in Belgio e Lussemburgo e del 13% in Slovacchia. Con un gioco di parole, potremmo dire che ciò descrive bene “quanto poco europei si sentano ancora i cittadini europei”.
Di poco superiore a quello della scorsa tornata elettorale (43%, del 2009), questo fatto obbliga a riflettere sulla reale legittimazione di una istituzione che, a norma dell’art. 14 del Trattato UE, «è composto di rappresentanti dei cittadini dell'Unione». Difatti, se già dalla prima elezione del 1979, quando l’affluenza toccò il massimo storico del 61,99% ma gli Stati membri erano solo 9, si discuteva sulla rappresentatività di una assemblea eletta da pochi cittadini, oggi a maggior ragione, con 28 Paesi e più di 500 milioni di abitanti, l’Unione Europea deve verificare efficacia ed efficienza delle proprie istituzioni rappresentative, visto che solo 4 europei su 10 hanno votato.  
I risultati emersi, poi, aprono ulteriori capitoli di discussione: se indubbia risulta essere la prevalenza dei deputati aderenti alla famiglia del Partito Popolare Europeo, che ha raggiunto il 28,36% dei seggi, confermandosi il gruppo di maggioranza relativa, davanti al S&D, Alleanza Progressista di Socialisti & Democratici, che si attesta sul 25,43%, preoccupante è l’ascesa di movimenti politici dichiaratamente nazionalisti e anti-europei che sono riusciti ad inviare propri rappresentanti nell’emiciclo con il dichiarato scopo di frenare dall’interno la crescita dell’Europa.
A solo titolo di esempio, citiamo i 24 eurodeputati del Front National dalla Francia, i 17 del Movimento 5 Stelle dall’Italia e i 3 di Alba Dorata dalla Grecia.
Altro dato significativo è costituito dalla caduta del gruppo dei Verdi, ora al 6,92%: storicamente importante e filo-europeista, il gruppo ha visto il progressivo svuotamento delle sue fila, dovuto anche alla nascita del gruppo della Sinistra Unitaria Europea/Sinistra Verde Nordica (al 5,59%), dove sono confluiti alcuni suoi esponenti.
Gli altri gruppi parlamentari si attestano all’8,52% dell’Alleanza Democratici e Liberali per l’Europa, al 6,13% dei Conservatori e Riformisti europei e al 5,06% dell’Europa della Libertà e della Democrazia. Da ricordare, infine, che ben 105 deputati non aderiscono a nessuna delle grandi famiglie politiche europee.
 
L’astronave Europa
Se questi sono i freddi numeri dell’ultima consultazione elettorale, più calda è sicuramente la lotta che si sta combattendo all’interno dei palazzi ove hanno sede le istituzioni europee e nelle cancellerie degli Stati membri.
I punti nodali all’ordine del giorno sono costituiti dalle nomine nei ruoli chiave a Bruxelles, Strasburgo e Francoforte, dalla direzione da prendere per la prosecuzione del cammino di aggiustamenti strutturali che l’Unione deve far adottare ai suoi partner e, non ultimo, dal processo di riforma dell’intero impianto “costituzionale”.
Le posizioni aperte su cui si sono già aperti gli accesi confronti sono quelli relativi alla Presidenza della Commissione, rivendicata da molti ma oggetto di veti incrociati, del Consiglio e del Parlamento.
Ovviamente, questo accanimento a far prevalere i pesi dei singoli Stati membri e dei loro governi sottolinea quanto lontano dal vero sia la previsione dell’art. 17 del Trattato UE per il quale «La Commissione promuove l'interesse generale dell'Unione [...]. I membri della Commissione sono scelti in base alla loro competenza generale e al loro impegno europeo e tra personalità che offrono tutte le garanzie di indipendenza. La Commissione esercita le sue responsabilità in piena indipendenza»: presidenza della Commissione e portafogli quali gli affari economici, l’antitrust e le relazioni esterne sono gli incarichi più ambiti su cui Regno Unito, Francia, Germania e Italia pretendono di avere qualche prelazione, senza alcun rispetto del bistrattato “interesse generale dell’Unione”.
Di notevole importanza anche la presidenza dell’Eurogruppo che riunisce i ministri economici dei Paesi aderenti alla moneta unica.
Da una simile descrizione della situazione, potremmo dire che l’Unione in questo momento assomigli molto ad una complessa astronave progettata e costruita per arrivare sino agli estremi confini dell’universo, per esplorare galassie sconosciute ed incontrare nuovi mondi (il sogno europeo dei padri fondatori), affidata ad un equipaggio di tecnici molto ben preparati (i circa 25.000 eurofunzionari) che, però, sono stati addestrati a pilotare solo nei simulatori di volo e, dunque, conoscono tutte le procedure e le eccezioni alle procedure, ma sono incapaci di “sognare” oltre il proprio orizzonte. Se a ciò aggiungiamo che il comando dell’astronave è affidato non ad un eroe, stile Comandante Kirk di Star Trek, ma a 28 ufficiali che si contendono il timone e che non hanno fatto altro che del semplice cabotaggio nella loro esperienza e riescono a ragionare solo in termini di “legislatura” (5 anni, quando va bene) e non di “anni luce”, e che al contempo i passeggeri ormai soffrono tutti di nausea spaziale e vorrebbero semplicemente essere teletrasportati sulla più vicina luna o, al massimo, su qualche tranquillo pianeta off shore, comprendiamo come si sia oggi davanti a scelte obbligate: ammutinamento, abbandono dell’astronave alla deriva, ridefinizione della rotta magari secondo i desideri dei passeggeri, oltre la via lattea.
L’ammutinamento, purtroppo, è la soluzione più facile e viene propugnato da populisti ed antieuropeisti, ma condurrebbe ad una involuzione degenerativa molto pericolosa per tutti, Europa, Stati membri, cittadini, imprese. In questo momento, non si può arrestare il processo europeo di integrazione, ne andrebbe della pur residua stabilità sociale.
L’abbandono alla deriva significa, invece, farebbe sì che l’Europa si trasformasse in un club aristocratico ove gli Stati membri giocano le loro partite secondo le regole dell’economia e della finanza, ove le persone non contano se non come consumatori e contribuenti, ove i numeri sostituiscono le parole, i pensieri, i sentimenti. Questa è la via che, a molti, sembra aver intrapreso l’UE negli ultimi anni, ma questa non è l’Europa dei cittadini, non è l’Europa che vogliamo.
La ridefinizione della rotta, da ultimo, comporta la soluzione più vantaggiosa per tutti, ma anche quella che richiede il maggior investimento in termini di impegno nel fare e nel non-fare: agire per aggiornare il sogno di Adenauer, De Gasperi e Schuman e farlo divenire “sogno condiviso” di tutti gli europei, reprimere egoismi e protagonismi, personali e nazionali. Solo in questo modo si potrà restituire all’Europa il ruolo che le spetta e agli europei uno strumento di realizzazione e miglioramento della propria esistenza.
 
Il futuro del progetto europeo
Se l’immagine dell’astronave ci aiuta a guardare verso il futuro in maniera romantica e sognatrice, dobbiamo però riconoscere che il presente dell’Europa è carico di contingenze molto terrene e materiali che richiedono risposte altrettanto concrete e, se possibile, immediate.
Il progetto europeo ha e avrà un futuro se riusciremo a ridefinire le modalità di partecipazione dei cittadini alla gestione del governo del sistema Europa: la governance deve essere ridisegnata per colmare il gap democratico proprio dell’originario sistema comunitario, alla luce dei moderni modelli di cittadinanza attiva e in vista del perseguimento di quel “bene comune” che sempre più risulta essere l’obiettivo comune nell’impegno socio-politico a livello mondiale.
Tale processo di riforma dovrà portare anche a concepire nuovi percorsi di politica economica, ove le priorità siano dettate dalle persone (i loro bisogni, le loro possibilità, i loro desideri) e non dalle banche, con una ridefinizione dell’austerity, incentrata più sulla sobrietà che sui tagli, più sulle politiche sociali sostenibili che sull’insostenibile sostegno ai sistemi finanziari.
Così facendo, l’Europa sarà il futuro, e il progetto continuerà a crescere!
 
 
 
 
Nota: immagine dell'Astronave USS Enterprise NCC-1701 Proprietà: Paramount Pictures
 
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:: Davide Caocci

Davide Caocci, nato a Milano nel 1972, si è laureato in Giurisprudenza presso l'Università Cattolica e specializzato poi in Diritto internazionale, Diritto UE ed Economia. Ha lavorato tra Europa, America latina e Africa subsahariana come esperto di politiche europee e consulente per la cooperazione allo sviluppo. A questo ha sempre affiancato una ricca attività didattica in università italiane e straniere e una altrettanto ricca produzione di articoli sui fenomeni legati alla globalizzazione. Ora vive in Argentina, dall’altra parte del mondo. “Semel Scout Semper Scout”.

 
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