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1995
30
Lug

Introduzione

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Quando ho letto per la prima volta l'articolo che segue ho provato una scarica di emozioni e tutte ugualmente strazianti.
Questo mese la mia rubrica non potrà farvi sorridere e nemmeno informarvi in maniera obiettiva. Al diavolo l'ironia o la politically correctness. Se state solo 'sfogliando' queste pagine oppure siete in un ambiente affollato, lasciate stare, è meglio se in questo momento vi dedichiate ad articoli, con rispetto parlando, 'più leggeri'. Se al contrario avete un po' di tempo, fermatevi e ascoltate.

 

BOSNA I ERCEGOVINA

Come la maggioranza degli Italiani quando è scoppiato la guerra nei territori della ex Jugoslavia, dopo un iniziale momento di shock ho cominciato a leggere i giornali per cercare di capire che cosa stava effettivamente accadendo in un paese a noi così prossimo, anche se gravitante per molti anni nel blocco filo sovietico.
La televisione non faceva che trasmettere immagini senza senso. Gente che doveva abbandonare le proprie case, contadini e impiegati che imbracciavano il fucile, nuovi leaders che spuntavano come funghi, famiglie che scappavano in Occidente, carceri che si svuotavano e assassini a piede libero che diventavano comandanti.
Quale era il fronte, e perchè quella gente cominciava a spararsi all'improvviso con una crudeltà e un accanimento che già si riusciva ad intuire ?

Sono passati quasi quattro anni da allora, da quel primo momento in cui cercavo di orientarmi leggendo rapporti contraddittori di giornalisti incapaci di spiegare quello che succedeva e assolutamente impreparati di fronte a quello cui assistevano.
Sono passati quattro anni e ormai ho smesso di informarmi.
Si fa presto a dire che chi si 'disinteressa della guerra in Bosnia' lo fa perchè sente molto lontano da sè questo avvenimento e magari si appassiona di più ai destini societari della Lazio o del Napoli, o piuttosto della tendinite e della pubalgia del 'Divin Codino' .
Si fa molto presto a dire o a scrivere queste e molte altre banalità.

In realtà io ho smesso di cercare di capire quello che vedevo sui teleschermi o leggevo sui quotidiani quando mi sono reso conto che stavamo cominciando a convivere con la guerra 'di carta e di immagini'. Ormai vedere le immagini di una strage a Sarajevo, leggere dell'ennesimo tentativo di fuga, guardare le lapidi di bambini o i soldati rannicchiati nelle trincee, era come guardare un'interruzione pubblicitaria o leggere del matrimonio di Michael Jackson.
Quando ho capito che stavo cominciando ad 'abituarmi' a tutto ciò, quando ho intuito che stavano parlando di cose vere e concrete, come può essere il freddo pungente che ti scava le guance d'inverno, da noi come sulle colline di Sarajevo.
Quando sono solo riuscito a immaginare senza doverla vedere in una scatola di plastica o su di un pezzo di cellulosa, la disperazione di un uomo travolto dalla guerra, quando ho stretto un pugno fino a sentire le unghie delle dita premere nel palmo della mano e ho compreso che questo straordinario mondo di immagini e suoni che l'uomo si è costruito gli è servito solo a spostare la soglia dell'attenzione, a spingere sempre più in là il record dello scandalo, del pudore, della paura, della commozione come della sensibilità umana, beh allora ho smesso di cercare di capire, ho smesso di cercare di informarmi.
Ormai quando scorrono le immagini dalla Jugoslavia, per quanto possano essere strazianti, ho imparato a non mettermi a guardarle. Ho imparato a voltarmi dall'altra parte di fronte alla 'informazione spettacolo', ai servizi televisivi volutamente commoventi, ma sterili e improduttivi se non in termini immediati di audience e di ritorno pubblicitario (intendiamoci, sia per i privati che per il servizio pubblico), ma non per questo ho imparato a rinunciare a pensare.

Non sono d'accordo con Matteo che elenca i mali dell'Italia nel
"berlusconismo, buttiglionismo e celodurismo", la soluzione del conflitto nella ex Jugoslavia non risiede certo nella politica di un partito o di un movimento piuttosto che di un altro. Se l'Italia deve, e certamente ha questo dovere, contribuire a risolvere una guerra a lei così vicina deve farlo con un governo stabile e duraturo, all'interno di una comunità internazionale coscienziosa e concreta, non certo con le opinioni di un leader politico di sinistra piuttosto che di destra, di uno schieramento piuttosto che di un altro.

Cerchiamo di assumere un atteggiamento obiettivo di fronte a questa tragedia.
Certo, non è facile avere un opinione libera da preconcetti quando gli avvenimenti accadono. Ma a maggior ragione non riusciamo a farci un idea veritiera di vicende ormai consegnate alla storia.
Cosa sta succedendo in realtà, politicamente parlando, nel territorio della ex Jugoslavia?
Che cos'è che ha portato a questa situazione?
Non sono in grado di rispondere, se non con delle supposizioni.
Le convinzioni di Matteo espresse nel suo bellissimo articolo sono probabilmente solo uno dei possibili punti di vista da cui è possibile analizzare la guerra.
Recentemente mi sono capitate fra le mani le dichiarazioni di Emir
Kustarica di cui apprezzo lo straordinario talento. Non so se corrispondano al vero, certo offrono qualche altro spunto di lettura, da parte di un regista che è stato messo al bando dalla sua stessa gente perchè si è rifiutato di combattere.

La mia opinione è che l'Uomo sia stato e rimarrà sempre uguale a se stesso.
La guerra è sempre stata una immane e distruttiva catastrofe per l'umanità.
Nonostante si possa argomentare, senza andare nemmeno troppo distanti dalla realtà, che l'aggressività è insita nell'animo umano e che per certi risvolti in una prospettiva storica di ampio respiro sia evidente come i conflitti armati siano serviti a scaricare tensioni e problemi ad ampio raggio, la verità è che una guerra ha sempre prodotto dolore, nient'altro che Dolore.
La propaganda ci ha sempre fatto credere il contrario, la visione del vincitore ci ha sempre mostrato la guerra come un fatto inevitabile e
"giusto" , ma nella storia dell'umanità le battaglie che valeva veramente la pena di combattere sono state veramente poche.
Le atrocità che la guerra nei Balcani ci mostra forse dunque sono sempre appartenute al genere umano, ma l'uomo negli ultimi decenni era troppo impegnato a seguire la pubblicità di un dentifricio o di un deodorante per l'auto per accorgersene, succube come era di un'idea del progresso e della superiorità intellettuale del primate 'uomo'.

Mi sento comunque, di sottoscrivere in pieno dell'articolo che avete appena letto o che vi accingete a leggere, quel sentimento di diffusa impotenza, quel rancore che covo contro le organizzazioni internazionali capaci solo di ricoprirsi di ridicolo e di farsi sbeffeggiare da una parte come dall'altra del conflitto.
Anche dal punto di vista giuridico-internazionale mi pare che ci siano tutte le basi per concretizzare quell'atteggiamento di condanna che generalmente circonda il lassismo dell'Occidente, la lentezza e l'indecisione dell'O.N.U.
Non credo di passare per un 'militarista' se come ormai avviene di sovente mi associo al grido di quanti vogliono che si metta la parola fine al massacro sistematico di persone indifese.
Se solo la comunità internazionale si mostrasse 'concreta', se l'opinione pubblica non corresse dietro all'attuale moda
'greenpeaceiana' ma guardasse dietro casa, a pochi chilometri da casa, se gli Americani continuassero a far volare gli aeroplani ad una quota accettabile, non a quelle quote cui volano adesso, lontane dai razzi serbi, ma anche troppo lontane per rendere efficaci i bombardamenti sulle postazioni che sparano sulla gente che fa la fila per comprare il pane, se solo l'atteggiamento contro questa maledetta guerra cambiasse...
Mi auguro che le parole del Papa e la sotterranea diplomazia del
Vaticano riescano laddove le grandi potenze hanno fallito sino ad oggi.

 
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