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2013
24
Nov

La risposta è la domanda

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Ci sono domande universali, che accompagnano il genere umano dagl’albori della sua esistenza; quesiti inevitabili, scintille causate dal fuoco della nostra coscienza.
Esse sono l’essenza stessa dell’uomo, come tafani agguerriti lo pungolano finché il cerchio del Tempo non si chiude come un cappio, lasciando precipitare ogni risposta nell’oblio.
Così, quando Paul Gauguin lasciò alle spalle il presente trasferendosi prima in Bretagna e poi a Tahiti, in cerca d’un ancestrale Paradiso Perduto, trovò le stesse domande che lo avevano spinto a partire.
L’artista sintetizza magistralmente migliaia d’anni di ricerca sotto la volta di tre semplici domande, che racchiudono in sé l’essenza stessa della filosofia, ne sono la culla, la vita e il sepolcro.
“Da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo?”
Sarebbe riduttivo definirle soltanto come il titolo del quadro, poiché esse sono il titolo della nostra esistenza; Gauguin con le sue pennellate immortala lo scorrere d’una vita intera, cogliendone tre momenti fondamentali in un solo istante.
Lo sfondo in cui tutto si svolge è una sorta di Eden, un locus amoenus in cui uomini e animali convivono pacificamente immersi nella vergine Natura.
“Da dove veniamo?” è la prima domanda, sollevata dal fiorire d’una nuova nascita alla destra dell’osservatore; qui un bambino, dolcemente assopito s’una roccia levigata, è vegliato con amore dai genitori. Ma i loro sguardi sono assenti, gl’occhi tipici di chi medita su qualcosa d’intricato e irrisolvibile, quale appunto il segreto della Vita, un dilemma che tentano di trasmettere con il loro atteggiamento.
Ma c’è un’altra presenza in questo squarcio di dipinto; una donna voltata di spalle, velata da un’ombra misteriosa.
Il suo corpo è l’unico a non possedere quel giallo sgargiante, simile al colore delle altre tre figure, nonostante sia posta sul loro stesso piano.
E’ forse un errore cromatico di Gauguin? Assolutamente no; la donna è completamente disinteressata dalla nuova nascita; il suo viso è apatico, rivolto verso il basso, dà addirittura le spalle al nascituro in segno di totale distacco.
Di conseguenza la sua vita è buia, la luce della Verità proveniente dal fioco spiraglio che i genitori hanno aperto con le loro domande non la sfiora nemmeno, poiché la Verità si disvela solo a chi ha il coraggio d’interrogarsi, per questo motivo non la vedremo più per il resto del dipinto.
L’apoteosi di questa ricerca iniziata con la nascita del bambino avviene però al centro del dipinto.
“Chi siamo?” è la seconda domanda, che evoca il sussurro d’un uomo smarrito nel cuore della notte.
Il padre, che prima potevamo osservare sommerso dai dubbi, ora si mostra in tutta la sua prestanza fisica mentre coglie il frutto d’un albero di cui non ci è dato vedere.
E’ chiaro il secondo richiamo veterotestamentale di Gauguin, ma questa volta è l’uomo a compiere l’errore fatale.
Il giovane, in cerca di risposte sulla propria esistenza, ha attinto dalla fonte diretta della conoscenza, una fonte esterna per altro, errore che gli sarà fatale, come si potrà osservare nella terza parte del dipinto.
“Dove andiamo?” è la domanda che qui sorge spontanea osservando l’anziano moribondo tormentato dalla morte, mentre un idolo dal colore ceruleo fissa l’osservatore quasi fosse un monito apparso dalle profonde viscere dell’Oltretomba.
Ma chi è quell’uomo giunto al termine dei suoi giorni, oppresso sotto la scure del Tempo?
Lo stesso giovane che ha raccolto il frutto dall’albero, frutto della conoscenza che, lungi dal soddisfare la sua bramosia, ha in realtà corroso il suo animo, lo ha consumato sino a raggiungere i lineamenti del suo fisico.
Al contrario la moglie, rimasta a contemplare la Natura, a cercare le risposte in se stessa, è rimasta giovane nell’anima e nel corpo, nonostante gl’anni passati, come si può desumere dalla bambina ormai cresciuta.
Ma il quadro, sviluppato alle stregua d’un racconto, non termina con il volto della disperazione del padre avventato.
La vita infatti è proseguita dopo la sua morte. Sul fondo del dipinto è possibile osservare la madre, ormai vedova, contemplare l’orizzonte al di là dell’Oceano e delle montagne; sembra quasi di udirne i pensieri scanditi dal suo pianto malinconico e silenzioso. “Dove sarà andato?” pare domandarsi, cercando risposte lì dove la mente umana non può arrivare, mentre il quesito irrisolto viene trasportato lontano da un soffio di vento.
A cosa abbiamo assistito? Ci si domanda una volta scrutato ogni singolo particolare del dipinto.
Come i migliori novellisti Gauguin riserva all’osservatore un inaspettato colpo di scena.
Nella nera notte della propria esistenza, evocata da una nube scura che tende verso l’inizio del dipinto, una ragazza pone una domanda alla madre ormai anziana, il cui rassicurante abbraccio è d’immenso conforto in quelle scure tenebre.
Al che la donna risponde raccontandole una storia, la stessa che noi abbiamo udito osservando le pure pennellate dell’artista, che, come un fulmine, ci rivela la morale della fiaba: ciò che conta non è la risposta, ma la domanda.
 
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:: Daniele Palmieri
Daniele Palmieri (29/11/1994) studia filosofia presso l’Università Statale di Milano. Appassionato di cultura sin dalla tenera età, nonostante la disastrata condizione della Pubblica Istruzione aspira a un posto in cattedra, per sollevare le sorti di una cultura bistrattata e aiutare i giovani a trovare se stessi.
 
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