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2013
19
Set

Siria

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Dagli USA un nuovo colpo alla credibilità del diritto internazionale

«L'attacco militare alla Siria minacciato dagli Stati Uniti (...)
Potrebbe far saltare l'intero sistema internazionale giuridico
e dare un duro colpo agli attuali equilibri internazionali»
(Vladimir Putin, Presidente della Federazione Russa,
11 settembre 2013, The New York Times[1])
 
La Siria
Nel marzo del 2011, sull'onda lunga dei movimenti popolari che hanno dato vita in numerosi paesi del Nord Africa a quella che è stata chiamata “Primavera Araba”, anche in Siria si sono avute manifestazioni di piazza trasformatesi ben presto in un cruento confronto tra lealisti fedeli al presidente Bashar al Assad e oppositori riuniti nella Coalizione nazionale siriana.
Il livello della bellicosità delle parti e il perdurare degli scontri ha fatto sì che, nell'estate dell'anno seguente, il CICR[2] abbia dichiarato che la situazione fosse divenuta un vero e proprio “conflitto armato non internazionale”[3] così come delineato dal sistema del diritto umanitario di Ginevra[4] e pertanto soggetta alle previsioni delle vigenti convenzioni in materia.
Per quanto riguarda lo stato dei fatti, pur senza entrare nelle questioni politiche sulla natura della contrapposizione tra le parti e sulle reciproche motivazioni, c'è da rilevare che l'ong Human Rights Watch[5] ha calcolato che dall'inizio degli scontri le vittime del conflitto siriano siano almeno 110.000, di cui più di 40.000 civili, circa 22.000 ribelli, anch'essi civili, e oltre 45.000 tra i militari delle forze fedeli al governo. Secondo altre fonti, il dato è in forte difetto.
Per l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati - UNHCR[6], inoltre, il numero di rifugiati nei paesi confinanti ha superato i 2 milioni e contando anche gli sfollati interni si arriva alla cifra di 6,25 milioni, di cui più della metà rappresentata da bambini: livello che non si era mai toccato dalla fine del secondo conflitto mondiale.
L'UNICEF[7], l'Agenzia delle Nazioni Unite per l'infanzia, da parte sua precisa che sono almeno 7.000 i bambini che hanno perso la vita in Siria da quando sono esplose le rivolte e, purtroppo, anche questo dato sembra essere sottostimato.
Queste, però, non sono solo sterili cifre: sono persone, uomini, donne, bambini, che soffrono e muoiono a causa di una guerra, mentre il mondo resta a guardare interrogandosi su chi siano i buoni e chi i cattivi, sulla possibilità, necessità, opportunità di un intervento armato internazionale, e in questo caso sulla direzione da dare ai propri cacciabombardieri, verso le forze leali al governo centrale, per alcuni guidato da un dittatore dispotico, o verso i ribelli, per altri manovrati da frange jihadiste legate ad al-Qaeda.
 
Il diritto internazionale
Il quadro giuridico pertinente, d'altronde, non è certo lineare e i membri della comunità internazionale contribuiscono con il loro comportamento a renderlo ancor più oscillante.
Il sistema di diritto internazionale generale imperniato sulla Carta delle Nazioni Unite[8] appare chiaro quando al suo art. 2, par. 4, pone un divieto perentorio non solo all'uso della forza armata per la soluzione delle controversie tra Stati ma lo estende pure alla “minaccia”, indicando quale unica eccezione quella della legittima difesa (individuale o collettiva). Spetta comunque al Consiglio di Sicurezza deliberare in merito alla legittimità dell'uso della forza[9].
Nel caso della Siria, la situazione si complica per le posizioni che hanno assunto i cinque membri permanenti dello stesso Consiglio di Sicurezza, quelli dotati di diritto di veto: gli Stati Uniti, pronti a un intervento armato per riaffermare lo sbiadito ruolo di “gendarme del mondo” ormai non più di moda, la Russia, assurta a promotrice dei diritti ovunque purché fuori dai propri confini, la Francia, disponibile ad affiancare lo Zio Sam per farsi strada tra i grandi, il Regno Unito, oscillante tra una fedeltà storica al partner atlantico e una opinione pubblica interna stanca di impegni militari, la Cina, salda sul rispetto di assoluta non ingerenza anche per non creare precedenti “scomodi” per analoghe situazioni interne.
In tutto questo, l'Unione Europea farfuglia e si dimostra incapace di prendere una incisiva e reale posizione comune, dimostrando ancora una volta la sua insignificanza sulla scena internazionale, nonostante il recente Premio Nobel per la Pace[10], d'altronde conferito pure al presidente Obama[11].
Lo stesso principio di ingerenza umanitaria, poi, si è dimostrato assai labile per l'effettiva tutela delle popolazioni civili dei territori ove sono stati attuati gli interventi: solo per citare alcuni recenti episodi, Kosovo e Libia[12] non sembrano aver beneficiato granché dei bombardamenti “umanitari” promossi dalle alleanze straniere (guarda caso sempre sotto la guida USA e senza la legittimazione del Palazzo di Vetro).
Da parte sua, il Segretario Generale dell'ONU, il sud-coreano Ban Ki Moon, ha provato a riguadagnare un posto da protagonista sulla scena minacciando il deferimento alla giustizia internazionale del presidente Assad per crimini contro l'umanità per aver utilizzato armi chimiche contro i civili. Interessante dichiarazione, sennonché inutile e incapace di produrre qualsiasi conseguenza: la Siria, infatti, non ha mai ratificato lo Statuto della Corte Penale Internazionale[13] e non ne riconosce dunque la giurisdizione, al pari degli Stati Uniti. Per quanto riguarda invece il sistema di diritto internazionale umanitario ginevrino, la Siria aderisce alle quattro Convenzioni del 1949 e al I Protocollo addizionale del 1977 (quello relativo alla protezione delle vittime dei conflitti armati internazionali), ma non al II (relativo ai conflitti non-internazionali, quale quello in atto) che sarebbe applicabile al caso di specie.
Per onor di cronaca, gli USA sono parte ai quattro strumenti del 1949 e solo al III Protocollo del 2005.
Ma non formalizziamoci. Esperienze[14] degli ultimi anni dimostrano che la giustizia internazionale può venire bypassata dalla storia, specialmente se questa storia è scritta da autori che siedono a Washington: Saddam Hussein, presidente iracheno, catturato durante la II guerra del Golfo, è stato giudicato da un tribunale speciale creato dalle forze di occupazione americane, condannato a morte e impiccato in mondovisione; Osama Bin Laden, vecchio amico dell'amministrazione USA, divenuto il nemico pubblico numero uno dopo l'11 settembre, è stato ucciso dopo una caccia all'uomo inverosimile e consegnato agli abissi del mare in località segreta; Muammar Gheddafi, presidente libico, inseguito e stanato da un gruppo di civili in armi, ha ricevuto un colpo in testa in maniera quanto meno dubbia, da un anonimo ribelle o da un altrettanto anonimo agente straniero infiltrato.
Se questi sono i precedenti, il presidente siriano non ha da stare allegro e la possibilità di comparire dinanzi a un giudice internazionale all'Aja è assai più remota di quella di finire tra le mani di qualche tagliagole più o meno professionista visto che, purtroppo, la legge, anche quella internazionale, “non è uguale per tutti”[15].
 
Le prossime mosse
La situazione risulta in stallo, ma può evolvere o degenerare rapidamente.
Gli Stati Uniti, responsabili consapevoli del processo di global deregulation che sta interessando il mondo intero, mordono il freno e stanno già scaldando i motori dei propri caccia; Putin, dal canto suo, con la lettera dello scorso 11 settembre si è proposto come morigerato pedagogo della tolleranza universale; le Nazioni Unite languono e attendono le decisioni di Cremlino e Casa Bianca; i siriani continuano a morire.
L'Occidente teme l'avanzata del fondamentalismo, l'Oriente attende l'implosione del modello euro-americano. Tra i due, la Santa Sede con la telefonata di Papa Francesco al presidente Assad fa riscoprire alle ingessate diplomazie l'antico il ruolo di mediatore super partes giocato spesso dai nunzi d'Oltretevere. Il risultato immediato è stata la disponibilità del governo di Damasco ad aprire i propri arsenali agli osservatori internazionali e programmare un calendario di smantellamento delle armi chimiche.
Per il momento, quindi, sembra scongiurato un allargamento del fronte esterno, anche se nel Mediterraneo le flotte di molti paesi hanno iniziato a prendere posizione in prossimità delle coste siriane: confidiamo che le parole del Vescovo di Roma siano riuscite a scongiurare l'esplosione di questa ennesima “guerra mondiale” e restiamo vigili ai prossimi sviluppi, sperando che il buon senso abbia il sopravvento.

[1] Cfr. V. Putin, A Plea for Caution From Russia. What Putin Has to Say to Americans About Syria, in The New York Times, September 11, 2013, in http://www.nytimes.com.
[2] Cfr. http://www.cicr.org.
[3] Quale definizione di “conflitto armato non internazionale” offriamo quella data dal Comitato Internazionale della Croce Rossa nel suo Opinion paper, How is the term - Armed Conflict Defined in International Humanitarian Law?, March 2008: «Non-international armed conflicts are protracted armed confrontations occurring between governmental armed forces and the forces of one or more armed groups, or between such groups arising on the territory of a State [party to the Geneva Conventions]. The armed confrontation must reach a minimum level of intensity and the parties involved in the conflict must show a minimum of organisation».
[4] Cfr. di A. Monari, Il Diritto nella Guerra, in KultUnderground, n.15, Gennaio 1996.
[5] Cfr. http://www.hrw.org.
[6] Cfr. http://www.unhcr.org.
[7] Cfr. http://www.unicef.org.
[8] Cfr. http://www.un.org/en/documents/charter.
[9] Cfr. dello stesso A., Legitimatio ad bellum: II guerra del Golfo e uso della forza in diritto internazionale, in KultUnderground, n.96, Aprile 2003.
[10] Cfr. dello stesso A., Parigi-Bruxelles-Bamako: la guerra del Nobel per la pace, in KultUnderground, n.210, Gennaio 2013.
[11] Cfr. dello stesso A., Premio Nobel per la pace a Obama: scommessa o investimento per il futuro?, in KultUnderground, n.171, Ottobre 2009.
[12] Cfr. dello stesso A., Il paradosso delle bombe di pace in Libia, in KultUnderground, n.190, Maggio 2011.
[13] Cfr. dello stesso A., Pluralità di giurisdizioni e unicità del diritto internazionale, in KultUnderground, n.88, Luglio 2002.
[14] Cfr. dello stesso A., La fine della legalità internazionale, in KultUnderground, in KultUnderground, n.195, Ottobre 2011.
[15] Cfr. dello stesso A., Giustizia internazionale: quando la legge NON è uguale per tutti, in KultUnderground, n.191, Giugno 2011.

 

 
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:: Davide Caocci

Davide Caocci, nato a Milano nel 1972, si è laureato in Giurisprudenza presso l'Università Cattolica e specializzato poi in Diritto internazionale, Diritto UE ed Economia. Ha lavorato tra Europa, America latina e Africa subsahariana come esperto di politiche europee e consulente per la cooperazione allo sviluppo. A questo ha sempre affiancato una ricca attività didattica in università italiane e straniere e una altrettanto ricca produzione di articoli sui fenomeni legati alla globalizzazione. Ora vive in Argentina, dall’altra parte del mondo. “Semel Scout Semper Scout”.

 
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