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2013
16
Set

Il sogno di un uomo ridicolo - Fedor M. Dostoevskij

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Nel corteo labirintico dei filosofeggiamenti esistenziali in cui si è cimentato Dostoevskij, ecco, proprio lì, riluce il bagliore di una minuscola perla, ignota ai più, che Fedor ha lasciato in eredità ai posteri. E consentitemi di sostenere, per nostra fortuna.
Prima di svelarvi i segreti del racconto fantastico in questione, un libricino esiguo, poco più di tredici pagine, eppure così immenso, mi fermerò un istante a dirvi
“Io sono l'altro“
Emmanuel Levinas docet.
Rifletteteci. E solo dopo aver toccato con mano, non importa se esitante, più e più volte il pensiero del filosofo lituano, proseguite pure la lettura.
Proprio questa idea, che più netta e trasparente non si può, racchiude in sé il significato autentico del sogno che un uomo ridicolo fece e grazie al quale questi cessò di essere ridicolo
e scoprì, finalmente, che cosa significasse essere un Uomo e vivere: “La cosa principale è: ama gli altri come te stesso”
“Un sogno“ vi starete chiedendo, ora increduli più che mai, “ha in sé tanto potere?“
Zitti. E ascoltate cosa ha da dirvi al riguardo il nostro uomo ridicolo.
“E' proprio questo che i miei derisori non comprendono. “E' stato un sogno“, dicono, “un delirio, un'allucinazione”. Eh! Vi sembra tanto intelligente questo? Un sogno? Ma che cos'è un sogno? E la nostra vita non è forse un sogno?”
Perfino Dostoevskij in persona non si risparmia di redarguirci a tal proposito poiché, al tirar delle somme, “non è forse lo stesso che si sia trattato di un sogno oppure no?”, se il supposto sogno ci rivela l'eccelsa Verità?
Sfoderando la sua indubbia strabiliante maestria e, tocco inusuale, una semplicità narrativa dalle sfumature fiabesche che non passerà inosservata agli occhi degli aficionados e non mancherà di lasciare piacevolmente stupefatti e vagamente disorientati, Dostoevskij ci conduce in esplorazione dell'entroterra più intimo e recondito dell'animo umano poiché “Il sogno di un uomo ridicolo“ assume solo superficialmente le mentite sembianze di un romanzo ma strada facendo, man mano che le pagine si susseguono fruscianti l'una all'altra, va acquistando le forme di un vero e proprio viaggio...
Concorderete no? Ogni viaggio che si rispetti restituisce alla propria casa il viaggiatore diverso, tant'è, non c'è ritorno in cui si è identici ai se stessi che partirono, il viaggio ripone in colui che vagabondeggia le tracce del cambiamento.
Così, alla stessa stregua, Fedor disegna un quadro graffiante e incantevole, dai contorni filosofici, in cui una creatura sola e alla deriva, un perdente, un fallito fino al midollo, verrà scaraventata nei bassifondi della propria anima e si scontrerà con con ciò che di più sublime e orrendo qui giace e infine riemergerà da questo viaggio spaventoso e straordinario migliore di quanto egli si fosse mai pensato.
 
Un uomo dal cuore spento. Solo e alla deriva. Uomo per metà, resosi con le proprie mani tale poiché permise all'angoscioso orrore di esistere di sopraffare il proprio animo.
E così, tutto, al mondo, gli è indifferente. Perfino il mondo stesso: che importanza può ormai avere che un mondo esista oppure che non vi sia nulla da nessuna parte?
Della vita ecco cosa l'uomo ridicolo percepisce: la vacuità, la nullità.
Ed ecco allora in cosa consiste l'angoscioso orrore di esistere che egli prova: non è nient'altro che horror vacui.
E in una notte particolarmente nera e ombrosa l'uomo ridicolo nega il proprio aiuto, disperatamente richiesto, a una bambina, una stracciona urlante che affoga nelle proprie lacrime.
Dostoevskij tratteggia qui un essere la cui coscienza sbarra le porte all' Altro, e dunque alla vita stessa e ancora, dunque, a se stesso.
Perché cos'è la vita se non apertura verso il prossimo?
E' questa la sacra verità che la nostra creatura rassegnata e impotente scoprirà. E avverrà proprio grazie al fortuito incontro con la stracciona di cui sopra.
Sì, perché quella stessa notte, poi, seduto nella sua casa, sentì che qualche cosa gli pungeva il cuore: la pietà, la compassione, il più nobile tra i sentimenti, il più umano, forse.
Fioriva timidamente in lui l'intuizione, seppur appena accennata, che fosse impossibile, per l'uomo, fuggir dinanzi a quel che egli è, e per sua natura intrinseca l'uomo è in primis vibrazioni del cuore, sentimenti.
 
 (la coscienza dell'uomo ridicolo, trincerato in sé, diviene a poco a poco sempre meno ridicola poiché sempre di più si dischiude alla vita)
 
In preda a tali dissertazioni la sua mente si fa via via più flebile, e si assopisce, mentre il suo cuore sogna...
“I sogni” infatti “non sono mossi dalla ragione, ma dal desiderio, non dalla testa, ma dal cuore”
 
E l'uomo ridicolo sogna di una terra pura, non lordata dal peccato, in cui non il male ma la bontà è l'energia plasmatrice dell'animo umano, la conditio sine qua non che caratterizza l'esserci nel mondo di ogni uomo.
Gli abitanti di questa terra radiosa, “i figli del sole“, non conoscono malvagità, falsità, menzogna, gelosia, disonestà:le loro menti e i loro spiriti sono privi di maschere feroci, sono aperti e completamente rivolti al prossimo: essi si amano, reciprocamente, d'un amore incondizionato.
Esseri candidamente ignari, vivono  rispettandosi gli uni con gli altri, rispettando la Natura, loro compagna e protettrice, rispettando gli animali, rispettando insomma ogni forma di vita in un'appagante ed estatica simbiosi con la Totalità dell'Universo.
Conducono questi uomini, uomini come noi eppure così distanti da quel che noi siamo, una vita piena poiché sanno che la vita è superiore alla coscienza della vita e che la felicità anch'essa vale più della conoscenza delle leggi che la governano: ecco perché pur non possedendo la nostra scienza, che mira a tenere in mano le redini della vita, riuscendovi malamente, la loro sapienza , innocentemente semplice, risulta essere estremamente profonda.
Qui non sono neppure lontanamente contemplati i concetti di “bene“ e di “giustizia“ poiché non vi sono né male né ingiustizie: difatti, perché si parli razionalmente di “bene“ è necessario che da qualche parte esista l'opposto dell'idea di “bene” su cui fondare, per contrappasso, la definizione di quest'ultimo.
 
Rapito ed estasiato da quel che scopre e conosce, così, l'uomo ridicolo, sarà parimente ammaliato e anche turbato dalla facilità con cui egli, “come un atomo di peste“ , finì per corromperli tutti
“Sì, sì, la causa della loro caduta nel peccato sono stato io. Io infettai tutta quella terra felice e innocente prima del mio arrivo”
 
Quegli uomini scoprirono la malvagità, la falsità, la menzogna, la gelosia, la disonestà, presero ad amarle, rimasero affascinati dal potere che queste esercitavano e nell'esatto istante in cui divennero cattivi cominciarono a parlare di fratellanza, di giustizia, di umanità, di innocenza e compresero queste idee.
Nel frattempo continuarono però tristemente a lottare gli uni contro gli altri e a dichiararsi guerre a non finire.
Si smarrirono.
Conobbero il dolore.
Divennero uomini non poi così lontani da quel che noi siamo. Esseri lucidi ora, consapevoli di se stessi.
Dostoevskij schiude qui il sipario sull'irrazionalità della ragione umana: essa non veste forse l'abito di una forza ostile allo spirito ancestrale, primigenio, dell'uomo? Non è proprio lei, una volta nata, a portare sul suo vassoio d'argento degrado, decadenza e corruzione morale?
 
Ma come dice l'uomo ridicolo lasciandoci, “se soltanto tutti lo vorranno tutto andrà a posto in un momento“…
 
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:: Elena Cafarelli
Elena Cafarelli, ventenne appena, di Lodi. Persa nelle sue buffe stramberie, tessitrice di progetti di vita, studia filosofia alla Statale di Milano.
 
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