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2013
20
Mag

Intervista con Velvetnojazz

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VelvEtnoJazz -“Non c’è 2 senza 5”
L’album, in Cd da Bull Records, distribuzione IRD, in digitale da New Model Label dal 27 Novembre 2012
 
 VelvEtnoJazz è:
Romeo Velluto – Chitarre
Francesco Piras – Tromba e Flicorno
Vito Zeno – Contrabbasso
Stefano Lecchi – Batteria
 
Il progetto VelvEtnoJazz nasce da Romeo Velluto, i brani sono il risultato di 3 anni di ricerca in studio e dal vivo a testare gli arrangiamenti e gli approcci stilistici. Il presupposto è di liberarsi dagli stretti canoni stilistici del jazz ’40 e ’50 e lasciarsi influenzare da “altro” ed il risultato è una forma “fresca” di jazz intrisa del background mediterraneo dei componenti.
 
Il cd è stato registrato nel corso di 2 sole sessioni di studio, dopo una serie di oltre 30 concerti e jam session notturne.
 
 
Intervista con Romeo Velluto
 
Davide
Ciao. Cominciamo dal vostro nome, direi composito: Velvet, velluto, etno e jazz… Tre parole che vi presentano e rappresentano molto bene la vostra musica, un jazz vellutato e dalle sfumature a tratti etniche. Da quanto tempo suonate insieme e come vi siete incontrati, com’è nato il quartetto di VelvEtnoJazz?
 
VelvEtnoJazz
Il quartetto è nato da una mia idea (è Romeo Velluto che parla) dopo anni di tentativi con altri musicisti, suoniamo insieme da quasi 3 anni e appunto l’idea era di fondere il jazz con sfumature appartenenti alla musica etnica del sud-europea.
 
Davide
Il jazz, in passato, ha dato vita a numerose correnti e trasformazioni, a molteplici stili. Quali vi hanno più influenzato nel gusto e quali sono alla base della vostra formazione? Il vostro si può definire un modal jazz?
 
VelvEtnoJazz
Ovviamente rispondo sempre a titolo personale poiché le composizioni sono mie, sebbene l’apporto dei miei compagni di avventura è stato ed è fondamentale.
Non so dire quali siano le correnti jazz che più ci hanno influenzato, spesso si compone in modo molto intuitivo o sulla base di improvvise idee, e magari siamo stati influenzati da una cantilena sentita al parco… non sono in grado di fare un’analisi  musicologica. Per quanto riguarda i pezzi di questo album, siuramente ci sono influenze di jazz modale, come anche di progrock e di folk balcanico.
 
Davide
Cos’è il vostro background mediterraneo?
 
VelvEtnoJazz
Siamo tutti bene o male legati alla musica mediterranea o al jazz mediterraneo, Francesco ed io soprattutto siamo molto legati ad un’espressione intimista e non virtuosa, molto Fresu e Metheny di certi dischi per intenderci, poi io sono di origine pugliese, Francesco è sardo e Vito siciliano, quindi c’è anche un codice genetico che ci lega a certe sonorità.
 
Davide
“Non c’è “ senza 5” mi ha fatto ricordare una frase di Dostoevskij: “Va bene, sappiamo che due più due fa quattro, ma come sarebbe bello se almeno una volta potesse fare cinque”. Ma viene anche in mente il 2 + 2 = 5 da 1984 di Orwell… Che cosa significa il vostro titolo?
 
VelvEtnoJazz
Il primo pezzo che ho composto è 2 senza 5, nato da uno studio sull’armonia che mi ispirò per quel brano, quando eravamo in studio a registrare il disco, durante una pausa parlavamo del brano in questione, mancava giusto lui e qualcuno disse “Non c’è 2 senza 5”, mi piacque da subito e il titolo era fatto. Poi non so perché mi ha sempro ricordato il film “Pensavo fosse amore e invece era un calesse” di Troisi.
 
Davide
Veniamo ai titoli dei brani… Nella musica strumentale hanno una certa responsabilità nel suggerire una evocazione. Per intanto cosa vuol dire “Tretadaivnia”? Ci raccontate in breve le 10 tracce, che compongono il vostro cd d’esordio in relazione ai loro titoli?
 
VelvEtnoJazz
2 senza 5 è gia spiegato, Intro è appunto un intro, dal vivo è una sorta di trance che ci porta dallo “stato normale” allo “stato concerto”, è un 7/4 che gioca proprio su quest’effetto di ipnosi.
Ostinato cancello ha una storia particolare, il titolo evoca un ragazzo che chiedeva ostinatamente che gli aprissimo il cancello per uscire di casa ma noi eravamo immersi a comporre il pezzo, quindi da lì ha preso il nome.
Primavera è semplicemente un pezzo emerso da una suggestione, il cambiare del tempo, l’arrivo della bella stagione con tutte le energie che può liberare e anche la tensione per il cambiamento.
Una storia simile è Quiete, ero a casa di un amico ad assaporare i resti di un fine settimana molto impegnativo, diciamo che in generale i titoli rappresentano l’emozione, lo stato d’animo o la situazione che ha generato il pezzo.
Invece Tretadaivnia è un omaggio alla Sardegna, posso dire solo questo.
 
Davide
Il brano “2 senza 5”, molto bello, mi ha rievocato certo jazz ascoltato in casa nell’infanzia negli anni ’60, cose tipo Dave Brubeck, Chet Baker eccetera, diciamo sul versante intimista e cool. Perché avete deciso di metterlo due volte, anche a concludere con una alternate take?
 
VelvEtnoJazz
Per vari motivi, è stato il primo brano scritto, perché in un certo senso è la title track e soprattutto perché ci piacevano entrambe le versioni per motivi diversi, non esistono uguali take dello stesso pezzo, ognuna a modo suo è unica.
 
Davide
Dal comporre all’arrangiare, dal suonare insieme dal vivo e improvvisarvi al registrare e quindi mixare e una volta per tutte… Quando siete finalmente certi che il pezzo è concluso senza più ripensamenti?
 
VelvEtnoJazz
Mai, un pezzo non finisce mai, già a qualche mese dall’uscita del disco alcuni pezzi hanno assunto un carattere diverso, poi cI sono brani che riescono subito e altri che invece hanno bisogno di molto tempo per essere metabolizzati.
 
Davide
Come descrivereste la scena jazz attuale in Italia?
 
VelvEtnoJazz
La scena è molto viva e ci sono un sacco di progetti interessanti che oltre al jazz abbracciano altre sonorità, purtroppo manca interesse del pubblico e manca mercato, i più grandi italiani non a caso registrano all’estero.
 
Davide
E quella milanese in particolare?
 
VelvEtnoJazz
Milano e Roma in un certo senso sono i fulcri del jazz italiano, e Milano rappresenta esattamente il triste trend nazionale.
 
Davide
Come siete arrivati al disco e alla Bull Records?
 
VelvEtnoJazz
Tramite un professore del conservatorio, Gaetano Liguori, in realtà era semplicemente un modo per dire “ok, abbiamo un’etichetta”, ma in buona sostanza, a questo livello è assolutamente ininfluente, devi comunque sempre fare tutto da solo. Il prossimo cd infatti, previsto per l’autunno, sarà messo online, niente spese di stampa e niente vendita ai concerti, se stamperò lo farò in vinile!
 
Davide
Quali sono i vostri obiettivi e cosa seguirà a questo esordio discografico?
 
VelvEtnoJazz
VelvEtnoJazz è un filone della mia vita, ora sento che devo dedicarmi anche ad altri progetti, dopotutto vengo dal rock e sento che ho voglia di tornarci e sporcarmi le mani, il secondo disco avrà con un probabile cambio di formazione, si vedrà…
 
Davide
Il jazz, se si vuole chiamarlo così, è un'espressione musicale; e questa musica è per me espressione degli ideali più alti. C'è dunque bisogno di fratellanza, e credo che con la fratellanza non ci sarebbe povertà. E con la fratellanza non ci sarebbe nemmeno la guerra. Così parlò John Coltrane. Cos’è il jazz per voi?
 
VelvEtnoJazz
Max Roach ha detto un’altra cosa “Il jazz è la musica della democrazia, se hai qualcosa da dire, dillo.” Mi ci rivedo molto, cadere nello scolasticismo è molto molto facile, è importante salire sul palco affamati e scenderne esausti, avere uno scambio fra musicisti e con il pubblico, non capita sempre, ma quando capita lo senti.
 
Davide
Grazie e à suivre…
 
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:: Davide Riccio
Davide Riccio, di Torino, educatore, musicista polistrumentista, compositore e giornalista. Ha collaborato con molti musicisti italiani e internazionali. Ha scritto poesie, racconti e saggi, che ha pubblicato su antologie e riviste sparse dal 1983 ad oggi (tra le ultime opere pubblicate “Il Musico David Rizzio” (biografia, ebook, 2006), “Povertssiment” (Genesi 2006), “Sversi” (Libellula, 2008), Neumi, cantus volat signa manent – La musica che lascia il segno (con cd di autori vari, Genesi-Into my Bed-Unamusica 2011). Dal 1998 è stato inquirente e articolista ufologo, copywriter in pubblicità e giornalista (il settimanale La Val Susa, il quotidiano Torino Sera, e il mensile Oblò di Livorno) occupandosi di cultura in genere e divulgazione.
 
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