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2013
23
Gen

Parigi-Bruxelles-Bamako

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La guerra del Nobel per la pace

 
«Se tu non sai dove stai andando,
rischi di metterci molto tempo per arrivarci!»
(proverbio tuareg)
 
Il premio Nobel per la Pace all’Unione Europea
Il conferimento del premio Nobel per la Pace all’Unione Europea ha permesso, lo scorso anno, di manifestare comprensibilmente la nostra soddisfazione per il cammino intrapreso da oltre sessant’anni e per quei risultati che tanto stavano a cuore ai padri fondatori che avevano vissuto sulla loro pelle ben due conflitti mondiali. 
Bisogna però riconoscere che se tale riconoscimento ha rappresentato una importante opportunità politica per riaffermare il ruolo che l’Unione Europea e le sue istituzioni potrebbero e dovrebbero giocare sullo scenario internazionale, l’effettività alla quale ci confrontiamo storicamente è ben diversa: il ruolo dell’Europa ha manifestato una grande capacità “pacificatrice” tra i popoli dei suoi Stati membri, impegnati a percorrere insieme la via verso un comune sviluppo socio-economico, ma si è dimostrato debole, per non dire inefficace, nel riverberare tale autorità nei confronti dei contenziosi violenti che si accendevano in paesi vicini e lontani. Anzi, spesso tali occasioni minavano la tenuta della costruzione europea rintuzzando gli egoismi nazionali e risvegliando antiche rivalità o moderne smanie di egemonia regionale[1].
Tutto questo, probabilmente, per il fatto che la pace, una volta conquistata per sé dai nostri padri (o nonni), ha assunto quel valore di bene acquisito e patrimonializzato su cui costruire il resto: la nuova Europa, quella delle democrazie, del welfare state diffuso, della coesione sociale, del benessere per tutti. Anche a costo di miopie colpevoli nei confronti del resto del mondo!
 
L’impegno militare francese in Mali
Ultimo episodio, ma non meno importante, che sta impegnando tutte le cancellerie europee è il conflitto scoppiato già da un anno in Mali. Dopo il colpo di stato del gennaio del 2012 e la proclamata secessione del Nord del paese[2], gli scontri si sono succeduti stancamente tra le parti locali destando scarso interesse degli osservatori internazionali e ciò nonostante l’adozione di ben tre risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite[3] negli ultimi sei mesi.
Le cose sono cambiate verso la metà di gennaio per l’avvio dei bombardamenti dell’aviazione francese su vaste regioni del Mali al grido «di lotta al terrorismo, di ristabilimento dell’integrità territoriale del paese, di ritorno della democrazia, di ragioni umanitarie»[4].
Certamente l’Eliseo non nasconde il suo timore per l’aumento dell’estensione delle zone di influenza ove gruppi più o meno di ispirazione quadista si impongono ai poteri ufficiali, ma è ugualmente vero che Parigi non ha mai accettato veramente di aver perduto il ruolo di madrepatria della FrancAfrique. Detto questo, però, se possiamo comprendere il moto revanchista dei cugini d’oltralpe, diventa inconcepibile che il presidente della Commissione Europea, lo stesso che andò a Oslo a ritirare il premio Nobel per la Pace, manifesti solidarietà e sostegno ai raid a titolo personale e istituzionale, e che lo stesso facciano pure altri paesi, tra cui l’Italia[5].
La Francia, dunque, ha avviato operazioni militari per bombardare tribù tuareg in un deserto a seimila chilometri di distanza; l’Italia pare offrirà il proprio contributo in tecnologia e supporto logistico; il Canada ha fatto decollare i suoi uomini; Germania e Inghilterra decideranno a breve; gli altri seguiranno di sicuro.
Con quale legittimazione?
Se abbiamo detto che il Consiglio di Sicurezza dell’Onu ha adottato ben tre risoluzioni in merito, nell’esaminarle veniamo a scoprire che solo nella terza, la 2085 (2012), si autorizzano future operazioni militari ma a ben precise condizioni. Nello specifico, al numero 7, si domanda agli Stati membri di «fornire alle Forze di difesa e di sicurezza del Mali un sostegno coordinato sotto forma di aiuto, competenze specializzate, formazione, ivi compreso in materia di diritti dell’uomo e di diritto internazionale umanitario, e di rinforzo delle capacità», senza con questo consentire l’uso della forza. Al successivo numero 8, si riconosce la disponibilità per l’invio di una futura missione sotto l’egida dell’Unione Europea ma a soli fini di “formazione” e “consigli”.
A seguire, dal numero 9 al 12, si dettano le condizioni per l’autorizzazione di una Missione internazionale di sostegno al Mali (MISMA) sotto l’egida delle Nazioni Unite e a guida africana (Unione Africana e CEEAO-Comunità Economica degli Stati dell’Africa Occidentale). Anche tale missione, comunque, non potrà far uso della forza e dovrà attenersi strettamente al mandato dettato dalla risoluzione stessa. Gli altri Stati membri delle Nazioni Unite sono invitati a «fornire contingenti alla missione per darle i mezzi di espletare il proprio mandato» in particolare «sotto forma di formazione militare, fornitura di materiale, informazioni, appoggio logistico e ogni tipo di aiuto necessario per ridurre la minaccia posta dalle organizzazioni terroristiche».
Dunque, nessun uso della forza ex Art. 42 della Carta dell’Onu[6]!
A questo punto, non resta che riconoscere il fatto che l’operazione militare condotta in Mali dalla Francia e appoggiata da UE e da vari altri paesi del vecchio continente sia completamente illegittima dal punto di vista del diritto internazionale e si possa configurare come atto di aggressione, altrimenti detto “atto di guerra”.
Attenzione però: qualcuno potrebbe far notare che una qualche legittimazione all’invio dei propri bombardieri verrebbe a Parigi dalla richiesta d’aiuto giunta dall’alleato maliano, il presidente ad interim Dioncounda Traorè, prigioniero della sua giunta militare da una parte e dei ribelli nordisti dall’altra. Ma anche da questo punto di vista, l’argomento è debole dal momento che il potere in capitale è detenuto de facto dalle forze armate e Amadou Haya Sanogo, comandante in capo e autore del colpo di stato, si è esplicitamente dichiarato contrario a qualsiasi intervento straniero, tanto più di provenienza extra-africana. Con le parole di un attento osservatore[7], «la volontà manifestata nella circostanza da una figura come il capo dello stato ad interim, non fornita a sua volta di piena legittimazione, resta dunque un elemento troppo debole per offrire una solida base giuridica al pur necessario, ancorché rischioso, intervento francese».
Gli interessi in gioco, allora, sono proprio grandi, o la cupidigia degli attori è immane.
 
L’Europa sulla scena internazionale
Difficile è certo spogliarsi dell’abito della potenza coloniale che si è indossato con orgoglio per secoli, ma ugualmente agevole è cercar sfogo a problemi nazionali aprendo valvole “lontane”; dubbia invece l’utilità di sventolare il feticcio del pericolo rappresentato dai gruppi terroristici, come oramai vano il tentativo di presentarsi come difensori degli oppressi invocando la duttile “responsabilità di proteggere” che legittimerebbe qualsiasi intervento militare finalizzato a prevenire prevedibili violazioni di diritti umani.
Dobbiamo allora riconoscere di essere di fronte a precisi interessi, francesi nello specifico ed europei più in generale, di mantenere una qual certa influenza nella regione dell’Africa occidentale. E ciò per controllarne le ricche risorse (petrolio, oro e uranio, ancora scarsamente sfruttati), contenere i flussi migratori in direzione dell’Europa, limitare la diffusione dell’Islam; senza comprendere che, in un paese ove il PIL pro capite è di circa 3$ al giorno, e la maggior parte della popolazione vive con meno di 1$, i costi dell’operazione militare della coalizione europea sarebbero più che bastanti ad avviare un serio ed effettivo programma pluriennale di cooperazione il cui concreto risultato sarebbe poi quello di sradicare la miseria e, con essa, il pericolo di derive oltranziste.
Quanto dovrà ancora crescere l’Unione Europea per dimostrare la sua maturità sulla scena globale?
Purtroppo non abbiamo ancora imparato che è meglio creare ambiti di partenariato allo sviluppo piuttosto che vedove ed orfani di guerra, e questo nonostante il Nobel per la Pace!

[1] Si vedano per esempio le posizioni prese per le varie crisi in Iraq e Afganistan, in Somalia, in Costa d’Avorio, in Birmania, in ex-Yugoslavia prima e in Kosovo poi, in Bielorussia, solo per citarne alcune.
[2] Cfr. http://www.mnlamov.net, sito del Movimento Nazionale di Liberazione dell’Azawad.
[3] Cfr. Risoluzioni nn. 2056 (2012), del 5 luglio 2012, 2071 (2012), del 12 ottobre 2012, 2085 (2012), del 20 dicembre 2012.
[4] Cfr. Trincia L., Ma perché la Francia è in guerra in Mali?, in Linkiesta, 16 gennaio 2013.
[5] Cfr. Informazione libera, Italia in guerra. Monti ha stanziato 2 milioni per “iniziative in Mali”: previsto l’uso di militari, in http://paesevivo.wordpress.com.
[6] L’Art. 42 dispone: «Se il Consiglio di Sicurezza ritiene che le misure previste nell’articolo 41 siano inadeguate o si siano dimostrate inadeguate, esso può intraprendere, con forze aeree, navali o terrestri, ogni azione che sia necessaria per mantenere o ristabilire la pace e la sicurezza internazionale. Tale azione può comprendere dimostrazioni, blocchi ed altre operazioni mediante forze aeree, navali o terrestri di Membri delle Nazioni Unite».
[7] Cfr. Spinelli P.G., Nuova “coalizione dei volenterosi”: quanto legittima?, in Ispionline, 13 gennaio 2013.

 

 
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:: Davide Caocci

Davide Caocci, nato a Milano nel 1972, si è laureato in Giurisprudenza presso l'Università Cattolica e specializzato poi in Diritto internazionale, Diritto UE ed Economia. Ha lavorato tra Europa, America latina e Africa subsahariana come esperto di politiche europee e consulente per la cooperazione allo sviluppo. A questo ha sempre affiancato una ricca attività didattica in università italiane e straniere e una altrettanto ricca produzione di articoli sui fenomeni legati alla globalizzazione. Ora vive in Argentina, dall’altra parte del mondo. “Semel Scout Semper Scout”.

 
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