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2012
22
Lug

The European dream has failed

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a new project is needful!

 
 
«Non si possono tirare le cose per le lunghe con una strategia di logoramento,
 quando il mantenimento di milioni di persone richiede un dispendio di parecchi miliardi»
(Alfred Graf von Schlieffen, 1833-1913)
 
Quale era il sogno
Nel 2004, l’economista statunitense Jeremy Rifkin pubblicava il suo appassionato saggio[1] Il sogno europeo, il cui sottotitolo introduceva la lettura che avrebbe offerto del fenomeno sviluppatosi nel vecchio continente nei precedenti cinquant’anni di storia, Come l'Europa ha creato una nuova visione del futuro che sta lentamente eclissando il sogno americano.
Ma questo sogno, basato sulla crescita condivisa, sulla coesione sociale, sul rispetto dei diritti civili e politici prima, economici poi, sulla consapevolezza di essere “unita nella diversità”, l’Europa l’ha non solo perduto ma, cosa ancor più grave, tradito. Ed oggi, in mezzo alla crisi economica che strangola cittadini e imprese, e che fa porre in discussione l’esistenza della moneta comune e, ad alcuni, la bontà stessa della costruzione europea, pochi ricordano la capacità profetica che ebbero, invece, le parole di Robert Shuman che già nel 1950 affermava «L'Europa non potrà farsi in una sola volta, né sarà costruita tutta insieme; essa sorgerà da realizzazioni concrete che creino anzitutto una solidarietà di fatto»[2].
Dobbiamo riconoscere che, dai primi passi della Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio[3], le concrete realizzazioni che attuarono la solidarietà tra i partner europei si susseguirono in maniera continua: in certi periodi lentamente e tra mille tentennamenti, in altri con fare caotico e disordinato, in altri ancora spinti dai più autentici aneliti federalisti. Sempre e comunque «rammentando l'importanza storica della fine della divisione del continente europeo e la necessità di creare solide basi per l'edificazione dell'Europa futura»[4].
Il sogno, che ora pare essersi infranto, è tuttora consacrato nel preambolo del Trattato istitutivo dell’Unione Europea, ma sembra che nessuno se ne ricordi: lì ci si riferisce ai Paesi membri definendoli «decisi a conseguire il rafforzamento e la convergenza delle proprie economie e ad istituire un'Unione economica e monetaria che comporti, [...], una moneta unica e stabile», «determinati a promuovere il progresso economico e sociale dei loro popoli, tenendo conto del principio dello sviluppo sostenibile nel contesto della realizzazione del mercato interno e del rafforzamento della coesione e della protezione dell'ambiente, nonché ad attuare politiche volte a garantire che i progressi compiuti sulla via dell'integrazione economica si accompagnino a paralleli progressi in altri settori», «decisi a portare avanti il processo di creazione di un'unione sempre più stretta fra i popoli dell'Europa, in cui le decisioni siano prese il più vicino possibile ai cittadini, conformemente al principio della sussidiarietà».
Coesione sociale, sviluppo sostenibile, convergenza delle economie, moneta unica, sussidiarietà, tutte parole che sono uscite dal lessico europeo soppiantate dalla politica dell’emergenza crisi. Purtroppo, sappiamo bene che non si ragiona bene sotto la pressione di necessità impellenti e, allo stesso modo, la legislazione d’emergenza sovente porta al sacrificio di importanti conquiste senza le dovute valutazioni costi-benefici.
 
Cosa è successo
Ma come siamo giunti a questo punto? Dal disastro della II guerra mondiale, l’Europa è uscita in ginocchio ma con la rinnovata consapevolezza che solo un comune sforzo poteva portarne i popoli a riconquistare il posto che storicamente ha avuto nel contesto internazionale.
I grandi ideali dei padri fondatori, in particolare la virtuosa fusione del civismo di matrice classica e del pragmatismo tipico di una certa Europa continentale, hanno consentito di arrivare dove siamo, o meglio dove nel 2008, allo scoppio conclamato e convenzionalmente accettato della presente crisi, eravamo: con una costruzione europea che, citando l’articolo 3 del Trattato UE, «Si adopera per lo sviluppo sostenibile dell'Europa, basato su una crescita economica equilibrata e sulla stabilità dei prezzi, su un'economia sociale di mercato fortemente competitiva, che mira alla piena occupazione e al progresso sociale, e su un elevato livello di tutela e di miglioramento della qualità dell'ambiente. […] L'Unione combatte l'esclusione sociale e le discriminazioni e promuove la giustizia e la protezione sociali, […]. Essa promuove la coesione economica, sociale e territoriale, e la solidarietà tra gli Stati membri».
Tutto ciò si è realizzato, e si stava continuando a perseguire, con notevoli risultati anche in quegli Stati che avevano da poco aderito al sistema proposto
dall’UE: i livelli di ricchezza e di benessere raggiunti tra i partner europei, seppur con notevoli discrasie al loro interno, lasciavano presagire un XXI secolo improntato a fulgidi obiettivi. A sostegno di questo, basti confrontare la portata e il tenore degli Obiettivi di Sviluppo del Millennio[5], che l’Onu ha varato per i Paesi del Sud del mondo, con quelli che, invece, la Commissione europea fissò nella sua strategia “Europa 2020”[6]: di là, un accorto equilibrismo senza concessioni né implicazioni personali, pur condito da una buona dose di paternalismo neo-colonialista, di qua una overdose di euro-ottimismo adolescenziale (nonostante i cinquant’anni suonati della nostra Europa).
La crisi economico-finanziaria è piombata su un’Europa troppo sicura di sé per i risultati raggiunti ad intra e ad extra, proprio come un adolescente che pensa di poter sfidare il mondo sotto l’effetto degli ormoni che impazzano in lui.
Anche i successi dell’euro sui mercati internazionali hanno contribuito all’ubriacatura comune (nonché alla contrazione delle vendite delle imprese nostrane verso i clienti stranieri), ritardando l’elaborazione di un passaggio obbligato dalla semplice adozione di una moneta comune al più impegnativo “governo comune delle economie”, indispensabile per gestire un sistema di sistemi complessi (quale l’Eurozona all’interno dell’Unione all’interno dell’orizzonte globalizzato in cui ci si trova ad operare).
La crisi, dunque, ha trovato l’UE nei panni di un quindicenne ubriaco al ritorno a casa dopo un sabato sera in discoteca: il problema è che non sarà sufficiente una domenica di sonno e caffè nero per smaltirne l’onda lunga degli effetti.
E non basterà nemmeno approntare technicalities finanziarie di dubbia validità normativa, tanto per l’ordinamento europeo quanto per quello italiano, e di altrettanto criticabile valenza economica[7].
 
Verso un nuovo progetto di Europa
A questo punto, se conveniamo sul fatto che oramai si è conclusa la stagione del grande sogno europeista, dobbiamo parimenti riconoscere che è obbligatorio inaugurare un periodo di responsabile maturità in cui varare concreti progetti che rispondano ai reali e contingenti bisogni dei cittadini e dei popoli europei e ove l’obiettivo da raggiungere sia necessariamente la creazione degli Stati Uniti d’Europa.
Non più “Fondi Salva Stati”, bensì “fondi per salvare gli europei”: vale a dire commissariamento delle banche nazionali da parte di una autorità centrale (magari la BCE, Banca Centrale Europea) e trasferimento condizionato di risorse economiche al fine di concedere crediti alle imprese e ai consumatori al tasso politico dell’1%.
Inoltre, si deve prevedere la possibilità di giungere all’emissione di titoli di “sviluppo europeo” (EDB, European Development Bonds), garantiti dalla BCE per il finanziamento di innovativi progetti di crescita: non autostrade e ponti, ma istituti di ricerca integrata scientifico-umanistica, sistemi di reddito sociale garantito, incubatori di nuove imprese accanto a realtà scolastiche e universitarie.
Al contempo, è augurabile una stretta regulation del settore bancario: divieto per gli istituti bancari di operare contemporaneamente nei settori della raccolta del risparmio e dell’investimento speculativo.
Tali interventi rappresentano, però, solo l’antipiretico per abbassare l’elevata temperatura del paziente febbricitante, altri debbono essere gli interventi strutturali per andare a curare le cause profonde del suo stato patologico.
Improcrastinabile diviene l’avvio di una radicale riforma dell’impianto “costituzionale” dell’Unione Europea in due direzioni: la realizzazione di una vera e propria “unione politica”, gli Stati Uniti d’Europa, e la semplificazione normativa del sistema istituzionale quale si è venuto a creare sino ad oggi.
All’interno del primo indirizzo, dovrà essere ricompreso un forte potenziamento della rappresentatività democratica del Parlamento europeo e una ridefinizione dei rapporti tra lo stesso Parlamento da una parte e Commissione e Consiglio dall’altra, con il recupero e l’adattamento del classico principio illuministico di divisione dei poteri alla costruzione europea.
A fronte di tutto ciò, agli Stati membri resteranno competenze delegate e sussidiarie coerenti con le loro “capacità” (o incapacità) di governance.
Meno Stati nazionali e più nuova Europa: non solo la Grecia del default, ma tutti hanno dimostrato di non essere in grado di onorare il contratto sociale concluso con i propri cittadini!
Il pericolo di implosione che stiamo correndo è reale: necessita un comune sforzo di ideazione di nuove strategie da attuare. Dobbiamo offrire a noi e ai nostri figli un nuovo Rinascimento europeo! E possiamo farlo, insieme!

[1] Cfr. Rifkin J., The European Dream: How Europe's Vision of the Future is Quietly Eclipsing the American Dream, 2004.
[2] Per il testo completo del discorso dell’allora ministro degli Esteri francese Robert Schuman del 9 maggio 1950 (generalmente conosciuto come “dichiarazione Schuman”), cfr. http://europa.eu/about-eu/basic-information/symbols/europe-day/schuman-declaration/index_it.htm.
[3] La Comunità Europea del Carbone e dell'Acciaio (CECA) fu istituita nel 1951 tra sei paesi (Belgio, Francia, Italia, Lussemburgo, Paesi Bassi e Rep. Fed. di Germania) al fine di mettere in comune la produzione e gestione di queste vitali materie prime.
[4] Per le versioni consolidate del Trattato sull'Unione Europea e del Trattato sul funzionamento dell'Unione Europea, cfr. http://eur-lex.europa.eu/JOHtml.do?uri=OJ:C:2010:083:SOM:IT:HTML.
[5] Cfr. http://www.endpoverty2015.org.
[6] Cfr. dello stesso A., Strategia Europa 2020: per una crescita intelligente, sostenibile e inclusiva, in KultUnderground, n.178, 2010.
[7] Cfr., tra gli altri contributi, dello stesso A., Ingegneria finanziaria in risposta alla crisi: l’Europa al lavoro, in KultUnderground, n.189, 2011 e Il Trattato sulla stabilità economica: rafforzamento o fine dell’idea di Europa, in KultUnderground, n.200, 2012.

 

 
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:: Davide Caocci

Davide Caocci, nato a Milano nel 1972, si è laureato in Giurisprudenza presso l'Università Cattolica e specializzato poi in Diritto internazionale, Diritto UE ed Economia. Ha lavorato tra Europa, America latina e Africa subsahariana come esperto di politiche europee e consulente per la cooperazione allo sviluppo. A questo ha sempre affiancato una ricca attività didattica in università italiane e straniere e una altrettanto ricca produzione di articoli sui fenomeni legati alla globalizzazione. Ora vive in Argentina, dall’altra parte del mondo. “Semel Scout Semper Scout”.

 
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