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2012
6
Giu

Pessime scuse per un massacro - Enrico Pandiani

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Che il commissario Jean-Pierre Mordenti non fosse il classico eroe da romanzo noir e, meno che mai da romanzo d'avventura[1] (1), l'avevamo ben compreso nei precedenti capitoli della saga edita dalla torinese Instar Libri che Enrico Pandiani ha dedicato a lui e al suo gruppo di sbirri francesi di origine italiana. Con "Pessime scuse per un massacro" Pandiani approda a Rizzoli mentre il suo personaggio approda a Fontainebleu per un'indagine sulla morte di un senatore, stroncato da una raffica di mitra.
Anche questa volta il commissario fa le cose a modo suo, con la solita aria deconcentrata e di mal sopportazione che lo contraddistingue, quella da "randagio che cerca di farsi un pedigree" e che lo spinge, come se fosse del tutto normale, ad allontanarsi se si sta (parole sue) "rompendo le palle" mentre interroga un testimone. D'altronde è così che Mordenti ha sempre condotto le indagini, con l'attitudine di chi ha la testa da un'altra parte e sta semplicemente aspettando che ogni pezzo vada a incastrarsi da solo nel posto giusto. 
In un panorama letterario che sempre più si appiattisce nell'omologazione a certi canoni narrativi e di linguaggio, Pandiani ha indubbiamente trovato una strada a sé su cui si muove con disinvoltura, fatta di ironia, azione, considerazioni argute, vicende che si intrecciano e si sovrappongono senza forzature di sorta.
Il ritmo di "Pessime scuse" è serrato: seppure molto "francese" nell'ambientazione, il romanzo non sembra aver fortunatamente assorbito il lento incedere delle storie d'Oltralpe. D'altro canto l'autore non si lascia nemmeno contagiare dalla bulimia tutta americana che costringe, in poche pagine, a stipare forsennate serie di avvenimenti buoni soltanto per frastornare il lettore. In "Pessime scuse" la misura è dosata con sapienza, in un equilibrio che diverte e attira rendendo coinvolgente lo sviluppo della storia.
La narrazione, consegnata ai pensieri del protagonista,  procede al passato prossimo e contribuisce a creare una rappresentazione decisamente realistica dell'impossibilità che l'uomo ha di percepire ciò che sta accadendo se non immediatamente dopo che è accaduto, quando già il presente è scivolato nel passato. L'immediatezza è, quantomeno, alle nostre spalle, perché nonostante gli sforzi, non possiamo afferrare l'attimo che passa se non quando è già passato.
E di attimi, nel romanzo, ne passano molti, costellati non solo da una lunga serie di omicidi che affonda le radici nella seconda guerra mondiale, ma da amori spesi per donne troppo indipendenti di cui gli uomini sono terrorizzati, pensieri sulla società e sull'abitudine alla democrazia[2], tentativi di ingerenza del potere che si scontrano con il desiderio di Mordenti non tanto di scoprire una verità fine a se stessa quando di assecondare la propria indole e di fare al meglio il mestiere che si è scelto.
Eppure, alla fine, la verità viene fuori, per quanto scomoda sia, e i conti con la morte, il dovere, i sentimenti e le pieghe della vita bisogna farli. Se ne esce coperti di ferite e ammaccature[3] che, tuttavia, sembrano non appesantire troppo l'incedere di Mordenti, quasi fosse più commissario che uomo. E anche quando il magone gli si sistema sulla schiena e lo tiene ben stretto per il collo, è la fisicità liberatoria di "una bella pisciata prima di andare a dormire" che rende tutto meno pesante, inevitabilmente quotidiano e quindi più sopportabile.
 
Enrico Pandiani - "Pessime scuse per un massacro"
Pag. 383 - € 16,00
ISBN 9788817055970
Rizzoli 2012
Blog dell'autore: lesitaliens.wordpress.com
 

[1] "Una volta ho attraversato Parigi appeso ai pattini di un elicottero. Cercavo di rimanere aggrappato mentre dei brutti ceffi facevano di tutto per sbattermi di sotto". (...) Sta parlando sul serio?" "No (...) solo avvicinarmi a un elicottero è sufficiente a farmi venire la nausea".

[2] "quando ogni giorno ne bevi la libertà, ebbene, appena essa scompare ti senti morire"

[3] "ne ho bevuto un lungo sorso e la cosa mi ha fatto così bene che ne ho bevuto subito un altro. Nel mio futuro vedevo diverse sedute presso gli alcolisti anonimi. (...) Lo specchio mi ha rimandato un'immagine di me stesso che mi ha spaventato".

 

 
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:: Andrea Borla
 
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