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2012
1
Mag

Intervista con Donato Zoppo

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PROG
UNA SUITE LUNGA MEZZA SECOLO
Arcana edizioni, collana saggistica – 24 euro – pp. 350
 
Prog. Una suite lunga mezzo secolo.jpg
 
 
Prog. Una suite lunga mezzo secolo è dedicato al fenomeno del rock progressivo, di cui Zoppo è cultore, dalle sue origini fino ad oggi. Un viaggio nella genesi del "rock di frontiera", di un'esperienza tra rock, musica classica, jazz, folk ed elettronica con i protagonisti King Crimson, Yes, Genesis, Soft MachineVan Der Graaf Generator fino alle più importanti novità degli ultimi tempi. Aperto dalla prefazione di Ray Thomas, flautista e vocalist della leggendaria band inglese dei Moody Blues, il saggio racconta mezzo secolo di progressive rock, cogliendo le caratteristiche principali, il fermento sociale e artistico tra anni '60 e '70, le mutazioni nel corso degli ultimi decenni.
Dal disco-manifesto In The Court Of The Crimson King (1969), debutto dei King Crimson, attraversando il panorama degli anni '70 e dei free festival, dell'avvento new progressive degli anni '80 fino alle nuove tendenze dell'art-rock del nuovo millennio, Zoppo affronta la nascita di un genere nell'Inghilterra appena uscita dalla grande stagione psichedelica, il suo sviluppo grazie ai memorabili contributi dei principali gruppi ma anche al talento delle tante band delle scene nazionali come PFM, Magma, Rush e Can, senza dimenticare gruppi come Echolyn, Dream Theater, Anglagard eThe Mars Volta, artefici in modi diversi del recupero delle forme progressive.
 
 
Il 10 ottobre 1969 esce In The Court Of The Crimson King, il disco d’esordio dei King Crimson. È un album rivoluzionario, che cambia il volto della storia del rock. La copertina con l’uomo che urla, il caleidoscopio di sonorità ora lancinanti ora gentili, i lunghi brani dalle dinamiche tipiche della musica classica, l’atmosfera apocalittica ormai lontana dal sogno hippie: è il manifesto di una nuova corrente musicale. Si comincia a parlare di progressive rock. In America la stagione psichedelica sta giungendo al termine dopo il climax di Woodstock e la tragedia di Altamont, l’Inghilterra rivela la capacità di superare la forma-canzone per aprirsi alla classica, al jazz, al folk, all’elettronica. Yes, Jethro Tull, Emerson Lake & Palmer, Genesis, Gentle Giant, Soft Machine, Van Der Graaf Generator e tanti gruppi dell’underground sprigionano una nuova tensione compositiva, che aveva trovato una significativa radice nella rivoluzione dei Beatles di Sgt. Pepper. L’Europa diventa protagonista: anche Germania, Italia, Francia, Svezia, il Giappone e le Americhe diffondono il proprio stile progressivo. Dopo anni di capolavori e memorabili tour, durante la seconda metà degli anni ’70 termina l’era dei dischi concettuali, degli spettacoli altisonanti, dei progetti ambiziosi: punk e disco music spazzano via la pomposità del prog, ormai troppo lontano dalle radici rock. Solo durante i primi anni ’80 qualcosa di nuovo si muove: Marillion, Twelfth Night, IQ e Pendragon sono i protagonisti di una rinascita new progressive, un revival che nel corso degli anni stimola reunion storiche e coinvolge ogni nazione con una miriade di correnti e sottogeneri, dai Flower Kings ai Finisterre, dai Porcupine Tree agli Yugen, dagli Anglagard ai Dream Theater. Un’entusiasmante fioritura che persiste all’affacciarsi del nuovo millennio e che, tra nostalgie e slanci di innovazione, conquista ancora migliaia di appassionati.
 
 
 
Ufficio Stampa Arcana edizioni
 
Nato a Salerno ma beneventano d’adozione, instancabile divulgatore di musica rock, è autore di Premiata Forneria Marconi 1971-2006. 35 anni di rock immaginifico (Editori Riuniti, 2006), Lingalad. Da Tolkien ai segreti della Natura (Bastogi, 2008), Amore, libertà e censura. Il 1971 di Lucio Battisti (Aereostella, 2011) e Cotto e suonato. La musica immaginifica in cucina (Aereostella, 2011). E’ presente anche in Oschi loschi, la nuova antologia di racconti sanniti (Never Mind, 2011).
 
 
Intervista
 
Davide
Ciao Donato. Anzitutto voglio chiederti perché sei diventato un cultore del rock progressivo. Perché questo genere musicale ti appassiona così tanto da preferirlo, credo, ad ogni altro?
 
Donato
Ciao Davide, è un grande piacere accogliere le tue domande, sempre stimolanti e curiose. Per carattere, curiosità personali e anche per mestiere, ascolto praticamente di tutto ma è vero, il progressive ha uno spazio speciale nei miei ascolti e nella mia formazione, anche se non lo preferisco in maniera assoluta ad altre cose. È sicuramente l’ambito musicale al quale ho dedicato le maggiori attenzioni. Vedi, il prog è come un grande scrigno, passano gli anni ma se sei curioso e intraprendente puoi sempre trovare cose nuove e sorprendenti: penso che la sua caratteristica principale sia l’unione di diverse anime e sensibilità, proprio per questo è una musica appassionante. Credo che sia naturale e possibile per chi ascolta i Soft Machine passare a Miles Davis e a Terry Riley, per chi ascolta King Crimson, Genesis e Renaissance andare alle radici con Holst, Elgar, Britten, Delius e Vaughan Williams, così chi impazzisce per il kraut rock non avrà resistenze nella ricerca dei contatti con l’esperienza di Stockhausen. Un grande segreto del progressive, che sicuramente ha molte “tare genetiche”, è in questo custodire dentro di sé potenziali collegamenti.
 
Davide
La bibliografia in materia, come scrivi tu stesso, è florida ma tuttavia frammentaria. Mancava uno studio nella sua globalità che riassumesse gli elementi fondativi e la loro continuità nella contemporaneità. Puoi riassumerci gli obiettivi  del tuo libro?
 
Donato
Sono proprio quelli che citi tu: elementi fondativi e continuità fino ad oggi. Il mio non è il primo libro sul progressive e non sarà certo l’ultimo, però l’obiettivo che mi sono subito posto è stato quello di sistemare nel migliore dei modi (se poi sia davvero il migliore è un parere che spetta al lettore!) dal punto di vista storico la vicenda del rock progressivo. Questa frammentarietà è comunque un punto di partenza importante: nella prefazione io cito Nanni, Aprile e Mayer ma avrei potuto nominare anche giovani e validissimi autori come Storti, Alfano, Cresti, il cui contributo – assai utile e spesso decisivo, come testimoniano i loro titoli inseriti in bibliografia – però è stato monografico oppure legato alla raccolta di saggi e non alla esposizione storica, se non cronologica, che io ho cercato di perseguire. Mi sono concentrato molto sulle radici del fenomeno prog e ho presentato la sua evoluzione in quasi mezzo secolo, dalla seconda metà degli anni ’60 ad oggi.
 
Davide
L’introduzione di Ray Thomas dei Moody Blues dev’essere stata una bella emozione per te…
 
Donato
Qualche anno fa diedi una mano a Mauro Moroni, titolare della Mellow Records, nel rintracciare un po’ di gruppi per Higher And Higher, il primo album di tributo italiano dedicato ai Moody Blues, band di cui sono grande ammiratore. Nello scavare tra le origini del rock progressivo questo amore per i Moodies è tornato fuori prepotentemente allora ho pensato di contattare Ray Thomas, anche perché è stato un flautista decisivo: un paio d’anni prima del più celebrato e blasonato Ian Anderson, Ray già suonava il flauto. Grazie a Giulia Nuti del Popolo del Blues sono entrato in contatto con sua moglie Lee Thomas e Ray mi ha gentilmente concesso questa prefazione, ne sono molto felice.
 
Davide
Mi ha colpito e affascinato nel libro tutto quello che non è inglese, americano e italiano… Pochi parlano di musica di altre nazioni e so che nei prossimi mesi cercherò tutti quei dischi, gruppi e musicisti da te menzionati dai paesi iberici, scandinavi o dell’est europeo al Sudamerica, al Giappone. Questo è qualcosa che manca nella bibliografia classica sul rock progressivo. Puoi citarci qui qualche nome e qualche disco tra i migliori di queste quasi sempre neglette aree geografiche?
 
Donato
Beh considera che uno dei dati più importanti, anzi uno degli elementi che contribuiscono con maggior forza a disegnare la fisionomia del rock progressivo è proprio la nascita delle “scuole nazionali”, Italia in primis. Dopo il beat - che ha comunque attecchito in ogni nazione, in modo più o meno forte ma con una marcata derivazione anglofona spesso tradottasi nella pratica delle cover – il rock progressivo è stato un vero e proprio trampolino di lancio per tutti i nuovi gruppi che, spinti dall’onda lunga del ’68, hanno rotto con la tradizione precedente dando ampio spazio alle peculiarità musicali delle rispettive nazioni. Scrivendo il libro ho riscoperto molte formazioni dimenticate e invece a mio avviso meritevoli di attenzione, te ne cito alcune senza un ordine preciso: i canadesi Maneige e Harmonium, i tedeschi Birth Control, i giapponesi Yonin Bayashi, i nostri Balletto di Bronzo e Opus Avantra, gli argentini Almendra, gli spagnoli Fusioon e Triana, i francesi Red Noise e Pulsar, infine i finlandesi Haikara. Tutti gruppi autori di ottimi album, spesso vere e proprio one shot bands, che però meritano un ascolto senza pregiudizi.
 
Davide
Allora tutto il progressive è cominciato in fondo con i Beatles di Rubber Soul e i Beach Boys di Pet Sounds? Perché consideri “Rubber Soul” il capostipite del progressive rock? Chi diede invece per primo, e quando e perché, per quale disco, la definizione di progressive?
 
Donato
Occhio, io non ho scritto che il progressive comincia con i Beatles né con Rubber Soul. Ufficialmente il primo album progressive – per struttura, impatto e considerazione, “nomen, tractatus e fama”, direbbero i giuristi… - è e resta In the court of the crimson king dei King Crimson, 10 ottobre 1969. Non è un caso che alcuni giornalisti, tra cui John Peel, popolare dj radiofonico, abbiano usato il termine “progressive rock” per loro. Il termine prima di allora era associato alla parola “pop” (ad es. per i Van Der Graaf si parlava di “progressive pop”, ancor prima i Beach Boys del 1966), “blues” (dal “progressive blues” di Johnny Winter ai Jethro Tull e gli East Of Eden) e jazz (il celebre “progressive jazz” di Stan Kenton).
Nella ricerca delle origini chiaramente ci si imbatte nella sperimentazione dei Beatles avviata prima in maniera timida con Rubber soul poi in modo esponenziale con l’avvio degli “studio years”, ma anche nei dischi di Procol Harum, Moody Blues, Traffic e Family. In particolare la band di Roger Chapman, come analizzato per bene anche da Innocenzo Alfano, è tra le prime a parlare un linguaggio progressive già definito nella varietà delle influenze e nella validità dei risultati.
 
Davide
In un punto, sul progressive italiano, hai premesso che alcune band italiane come i Giganti (quelli di “Terra in bocca”), Dik Dik, Equipe 84 etc. hanno avuto scatti di inventiva, ma sono rimasti confinati nella forma canzone. Cosa distingue esattamente la forma pura del  progressive rock dalle sue forme spurie?
 
Donato
Io credo che la forma pura del progressive si colga proprio nell’antitesi della forma-canzone, ovvero nella suite, o comunque nella composizione articolata che rifugge dalla canonica struttura della canzone. Certo è che spesso forme pure e spurie si confondono: non sono pochi i gruppi che si definiscono “progressive” pur suonando pop-rock arrangiato in modo enfatico e ricco di sfumature, magari con strumenti che possono richiamare l’estetica progressive.
 
Davide
La stessa domanda ma da un diverso punto di vista: cosa accomuna davvero dischi e gruppi molto diversi come Welcome to the Canteen dei Traffic a Kraftwerk 2, gli Indian Summer e i Doors ai Neu! e agli Henry Cow…? Non ci sarebbe invece più similitudine, per esempio, tra i Neu! e il punk?
 
Donato
Tutti i nomi che citi hanno una sola cosa in comune: l’aver concorso, in modi, forme e tempi diversi, alla costruzione del fenomeno progressive, pur lambendolo, costeggiandolo o addirittura osservandolo – magari anche sdegnosamente – da lontano. I Kraftwerk, ad esempio, vengono da una concezione del suono ben precisa, per niente accostabile a quella dei Gentle Giant: lineari e pulsanti i primi, multidirezionali e stratificati i secondi. Eppure come gli Yes, i Kraftwerk hanno portato un retroterra colto e “artistoide” in una scrittura popular: era questo il riferimento che mi interessava maggiormente specificare, visto che il progressive in fin dei conti non è che una corrente del rock che ingloba riferimenti extra-popular come la classica, il jazz, il folk, l’elettronica. È vero quello che dici sui Neu! ma anche loro a pari titolo – e per certi versi con incredibile influenza – hanno partecipato all’indimenticabile esperienza del “kraut rock”, per cui era doveroso citarli.
 
Davide
Perché David Bowie non è mai considerato progressive con dischi come Low, Heroes e Lodger (vi suonarono per altro anche Fripp, Belew, Simon House degli Hawkwind…)? Breaking Glass, Joe the Lion, African Night Flight, Teenage wildlife  sono per altro tutto meno che una classica forma canzone… Peraltro Bowie ha lavorato sovente con musicisti progressive. In quel periodo lavorò anche con il cofondatore dei Magma Laurent Thibault al basso in The idiot. Perché Bowie per te non è stato anche “progressive” con tutto il “progresso” che ha portato nella musica, soprattutto negli anni ‘70? E Brian Eno, non è considerabile anche lui in qualche modo progressive?
 
Donato
Non ho citato il Bowie berlinese perché altrimenti saremmo usciti fuori tema, idem per Eno: l’avvicinamento del primo ad atmosfere e musicisti di estrazione prog è indiscutibile (e probabilmente neanche tanto sorprendente: il suo Ziggy Stardust era pur sempre un lavoro concettuale, stilema così caro al prog) ma arriva in una fase di decadenza per il genere, e nel libro ho preferito di più soffermarmi sui motivi del calo di ispirazione prog e sull’avvento del punk e più in generale del revival rock.
 
Davide
A proposito di progressive italiano, il 31 marzo di quest’anno è mancato Arvid Andersen, basso e voce dei Trip. Puoi ricordarci qualcosa di questa band?
 
Donato
I Trip sono stati tra i prime mover del prog italiano: è interessante ricordare che il loro primo album The Trip (1970) presentava l’inequivocabile dicitura “musica impressionistica”, a sottolineare l’impatto visivo e “immaginifico” tipico di un rock di ricerca, incentrato sulle tastiere di Joe Vescovi, autentico eroe dei tasti d’avorio nei primi anni ’70 italiani. Andersen ha fatto parte di ogni album della band e la sua provenienza straniera ha sicuramente accentuato il fascino che i Trip avevano all’alba degli anni ’70 da noi. Lo ricordo un po’ “acciaccato” due anni fa alla Prog Exhibition romana, ma la performance dei Trip con Vescovi e Chirico fu accolta con incredibile affetto, davvero commovente!
 
Davide
Ho una domanda forse un po’ provocatoria che riguarda il neoprogressive cosiddetto o, comunque, una parte del progressive anche del nuovo millennio. Dopo la fine del progressive dei “dinosauri”, a cominciare dagli anni ’80, il progressive è tornato in auge ma spesso in una forma revivalistica nei modi e nei suoni, ricalcando a volte in tutto quanto già detto, fatto e consegnato negli anni ’70. Del resto molti dei protagonisti di quella prima stagione hanno poi veleggiato verso altri generi, sperimentazioni e lidi (penso a Peter Gabriel per esempio, ma anche a  un nostro Battiato). Ecco, la domanda è questa: non si è poi fatto del progressive qualcosa di canonico e molto conservatorista? Non sarà che il progressive di oggi si è attorcigliato sulla sua stessa tradizione?
 
Donato
Questa è una vexata quaestio caro Davide. In linea di massima, se guardiamo il fenomeno del new progressive e di ogni forma di neo-neo-neo prog contemporanea, notiamo immediatamente una ferma adesione al “canone”. A partire dai Marillion che guardavano con attenzione ai Genesis per arrivare alle band degli anni ’90 come Flower Kings e Spocks Bears, notiamo questo atteggiamento derivativo, per quanto spesso gli album siano anche gradevoli e coinvolgenti. Se poi ci muoviamo “al di sotto”, sono molti i gruppi che tengono fede allo spirito originario del progressive e tentano un percorso personale e originale: faccio nomi italiani come Garden Wall, Syndone e Yugen , o gli spagnoli Kotebel che mi hanno colpito di recente. Volendo si potrebbero seguire anche formazioni che non aderiscono esplicitamente al termine prog né all’estetica prog più canonica, ma propongono strutture e composizioni che vanno in quella direzione: credo che i Mars Volta siano l’esempio più eclatante.
 
Davide
Una cosa che mi sono sempre chiesto: perché da sempre i gruppi progressive si cimentano spesso in Bach e non, per dire, in Stravinsky? Stravinsky, di fatto come concettualmente, non è molto più “progressive”? Bach non rappresenta invece la tradizione?
 
Donato
Se osservi i due compositori dal punto di vista “classico” hai perfettamente ragione, ma molto spesso gli autori prog hanno utilizzato strumenti di area colta senza citare direttamente o esplicitamente la fonte, a meno che non si sia trattato di citazioni dichiarate, pensiamo all’Ars longa vita brevis dei Nice, che ha incorporato proprio il Bach dei Brandeburghesi. Il modello classico di riferimento più gettonato è stato il concerto sinfonico, a partire dalle composizioni dei King Crimson fino a quelle dei Renaissance. Però è anche vero che figure come Stravinsky e Bartòk sono state ampiamente utilizzate in area prog: gli strappi, le dinamiche accentuate, i barbarismi percussivi, se pensiamo a Banco, Gentle Giant, King Crimson e PFM, li troviamo in modo abbondante e anche assai efficace.
 
Davide
Ernesto De Pascale ci ha lasciati un anno fa; perché gli hai dedicato questo libro?
 
Donato
Ho imparato molto da Ernesto, anche se l’ho conosciuto personalmente poco tempo fa, nel 2007, quando cominciai l’esperienza in radio con il mio programma Rock City Nights. Ernesto era un ospite molto frequente in trasmissione, lo invitavo a commentare vecchie pubblicazioni nella rubrica del venerdì Time Machine. Ha lasciato un vuoto incolmabile: sarà difficile trovare giornalisti con competenza, entusiasmo e aggiornamento costante come lui. So che questo libro gli sarebbe piaciuto tanto… in una recente presentazione fiorentina con i suoi strettissimi colleghi Michele Manzotti e Giulia Nuti lo abbiamo ricordato con grande emozione.
 
Davide
Ti occupi di musica come giornalista, divulgatore, scrittore, disc-jockey radiofonico, ufficio stampa ecc. Non ti ho mai chiesto se suoni anche qualche strumento…
 
Donato
Nella prossima vita, quando avrò tempo per dedicarmi alla manualità, riprenderò il mio amato – ma trascurato, mea culpa – studio del basso elettrico. Sono un amante della black music e del funk e figure come James Jamerson e Larry Graham, o lo stesso Flea, sono dei riferimenti indiscutibili, il primo in particolare per le sue memorabili linee di basso, che nel mio piccolo cerco di emulare ma con risultati discutibili... E che dire del basso di McCartney? Imprescindibile anche quello! Tanto per restare in ambito performativo, spesso faccio dj-set oppure reading con ampia musica di repertorio: non è affatto suonare, ma è molto piacevole…
 
Davide
Le reunion che ti hanno più appassionato negli ultimi anni?
 
Donato
Ce ne sono due e per diversi motivi: la reunion delle Orme a metà anni ’90 mi entusiasmò moltissimo poiché ero e sono un ammiratore di Tagliapietra e soci. Il fiume, Elementi e L’Infinito sono ottimi album di prog moderno, realizzato bene, con mestiere e sentimento. La reunion artisticamente più interessante però è stata quella dei Van Der Graaf Generator: niente revival ma tre dischi di materiale originale, concepito e realizzato con classe e profondità. E il loro concerto in trio – Hammill, Banton, Evans – che vidi a Trieste nel 2009 fu qualcosa di mozzafiato. Indimenticabile davvero.
 
Davide
Per concludere: cosa ci sarà dopo il Progressive e il New Progressive? Quale futuro ti immagini a questa musica che quaranta, cinquant’anni fa, immaginava e cercava di anticipare molto il futuro?
 
Donato
Immagino un futuro un po’ triste a dire il vero, e non per incapacità del prog di aggiornarsi ma perché il panorama musicale che stiamo affrontando ha dinamiche assolutamente inconciliabili con quelle che generarono il prog. Un genere nato per il 33 giri, per l’ascolto collettivo, per il disco concepito come esperienza totalizzante e sinestetica, per l’apertura ad aree non solo extra-popular ma anche extra-musicali, come può convivere con una contemporaneità fatta di ascolto parcellizzato, “liquido” e convulso? Quello che andrà avanti del prog saranno le continue ristampe, le reunion, la discografia fai da te del mercato di nicchia, la passione incrollabile di tanti ascoltatori – fedeli ed esigenti – in tutto il mondo.
 
Davide
Prossimamente?
 
Donato
A breve avrò in uscita un libro su Claudio Baglioni per la nuova collana di Aereostella dedicata ai cantautori: è una sfida perché si tratta di raccontare un’intera carriera in 100 pagine. Riccardo Storti con i suoi saggi su Vecchioni e Battiato ci è riuscito ampiamente, io credo di aver dato un intrigante punto di vista sul Divo Claudio…
 
Davide
Grazie e à suivre…
 
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:: Davide Riccio
Davide Riccio, di Torino, educatore, musicista polistrumentista, compositore e giornalista. Ha collaborato con molti musicisti italiani e internazionali. Ha scritto poesie, racconti e saggi, che ha pubblicato su antologie e riviste sparse dal 1983 ad oggi (tra le ultime opere pubblicate “Il Musico David Rizzio” (biografia, ebook, 2006), “Povertssiment” (Genesi 2006), “Sversi” (Libellula, 2008), Neumi, cantus volat signa manent – La musica che lascia il segno (con cd di autori vari, Genesi-Into my Bed-Unamusica 2011). Dal 1998 è stato inquirente e articolista ufologo, copywriter in pubblicità e giornalista (il settimanale La Val Susa, il quotidiano Torino Sera, e il mensile Oblò di Livorno) occupandosi di cultura in genere e divulgazione.
 
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