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2010
11
Nov

Séraphine

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La lentezza si riempie di rado d'intensità drammaturgica e i vuoti, più che contribuire alla scansione dei tempi, dilatano la scena e la sgranano con fastidiosi eccessi. Il racconto, tuttavia, supportato dalla straordinaria bravura interpretativa di Yolande Moreau, vincitrice del premio Sandouz, è talmente intenso, che si soprassiede volentieri su alcune defaillance di Provost, arguto regista premiato con sette César, che in Francia ha messo insieme un milione di spettatori.
Séraphine è un film sul disagio femminile, sulla follia, sull'arte e sulla mistica ispirata alla figura di Teresa D'Avila, fondatrice dell'ordine delle carmelitane scalze grazie al quale, cinque secoli fa, venne concessa alle donne una delle poche prerogative possibili ossia quella di inebriarsi di estatici sguardi verso l'alto, considerando che la loro diffusa estromissione dalla vita pubblica e da quella religiosa, non offriva la possibilità di incrociare sguardi più immanenti e paritari.
Il film è ambientato nei primi anni del secolo scorso, in una Francia pre-bellica  che puniva ogni minima manifestazione di stravaganza, seppure incanalata in atteggiamenti profondamente cristiani, e acuiva in tal modo quella sindrome bipolare che genera insanabili conflitti tra società e personalità.
 
Un artista semplicemente bizzarro, all'epoca, poteva trovarsi facilmente nel pericolo "folle" di essere rinchiuso in manicomio e così accadde a Séraphine, che ebbe la triste sorte di apparire nelle gallerie parigine soltanto tre anni dopo la sua morte da reclusa.
Ma questo è soprattutto un film sulla pittura primitiva intesa come passione senza dottrina, purezza senza sovrastruttura, nella difesa e nell'affermazione del proprio "daimon" interiore, ben oltre ogni condizione di marginalità, di livello d'istruzione, dannazione esistenziale o difficoltà economica. Séraphine non è una strega bensì una sguattera che quasi clandestinamente, almeno all'inizio, si isola creativamente in un suo intenso mondo autodidattico. Per dipingere i suoi quadri, che esprimono una natura vivida e semplice quanto dolente e onirica, utilizza terriccio, bacche e il sangue degli animali macellati .
Se è vero che il daimon può essere letto come talento o genio ma anche come coscienza, in ogni caso come entità bisognosa di nutrimento per trasformarsi in conoscenza e dunque in "anima", ciò a cui si dovrebbe puntare per affrancarsi dall'incubo demoniaco-dionisiaco, potrebbe rivelarsi nell'attitudine alla ragionevolezza, a quel socratico "conosci te stesso", orientato successivamente alla sana temperanza platonica che tuttavia nell'arte coglieva solo l'aspetto inautentico della mimesi.
Purtroppo la dotata Séraphine Senlis fallì perché non riuscì a trasformare il suo impeto in ciceroniana "mediocritas", in osmotica armonia tra vivacità e pacatezza. L'impaziente ansia di riscatto e il potere dell'immaginazione, la travolsero.
 
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:: Simonetta Ruggeri
SIMONETTA RUGGERI vive e lavora a Roma. Dopo una tesi sullo stile di Italo Calvino e la prosa d’arte, inizia a pubblicare negli anni ‘90 con la Armando Editore. Nel 2001 vince il premio nazionale di poesia ''Dario Bellezza'' e nel 2008 il premio “Poesia e Immagine” indetto dalle Pari Opportunità di Cesena. Partecipa ad eventi letterari e ha pubblicato articoli, poesie, saggi su riviste specializzate. Nel 2009 pubblica la silloge di poesie “Fotosmosi” (Arduino Sacco Editore).
 
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