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2005
25
Feb

Esperienze di Scrittura 3: un'altra lingua

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Esperienze di Scrittura 3:
Un'altra lingua
(ovvero, Scrivere in terra straniera)

Questo mese un articolo un po' diverso, o almeno su un tema che poco ha a che vedere con l'idea di scrittura di cui di solito si racconta.
In effetti, in questa occasione, si parlerà degli stranieri che si impegnano nei corsi e nelle lezioni di italiano. Non si riporterà solo di scavo interiore, di attenti e profondi psicologismi, e questo ci allontana dalla sfera che abbiamo affrontato sino ad ora. Ma, solo in parte.
Perché se è vero che, da un lato, abbiamo le difficoltà linguistiche e la necessità, primaria, di imparare, dall'altro si ritrova comunque un bisogno di espressione che da più parti si sente impedito.
La difficoltà, oltre a quella materiale e grammaticale, sembra essere anche di un altro tipo: non riuscire a riferire quel carico che ciascuno si porta dentro, se non in modo puramente approssimativo. In un'altra lingua, in un altro mondo.
Molto spesso si pensa che le parole siano solo parole. E basta.
Ed, invece, stando ad osservare incontri simili a quelli di cui vi metterò a parte, si può capire e scoprire che esse ci rappresentano più di quanto crediamo.

L'invito ad assistere ad una lezione di italiano per stranieri mi arriva inaspettato e, a mio avviso, un po' fuori luogo. Ma da amante dell'inatteso quale sono, decido comunque di andare a dare un'occhiata, sfidando il mio scetticismo. Non voglio parlare di didattica della lingua e neppure di come si fa (se si può davvero) imparare a scrivere.
Ma come ho già detto, adoro le curve improvvisate e decido di provare, vedere, ascoltare.
Mi reco in un edificio dall'aria pesante e grave.
Mi sorprendo perché c'è una gran quantità di persone che si agita su e giù per i corridoi, vicino all'entrata. Marocchini, algerini, qualche albanese, ci sono anche due indiani.
Mi sento un po' a disagio perché avverto una loro strana tensione. Esatto, sono ansiosi, nervosi.
All'arrivo degli insegnati, un uomo ed una giovane donna, la folla di divide in due gruppi.
Mi sembra avanzare composta e la cosa mi fa sorridere.
L'ingresso in aula acquista una sorta di solennità.

La stanza in cui capito con la ragazza che gestirà la lezione, Arianna, è spoglia, con qualche cartolina di mare e di sabbia appiccicata qua e là.
Mare e sabbia per sognare qualcosa di migliore che si spera arrivare, credo.
La lezione comincia lenta. Silenzi imbarazzati. Qualcuno non ha studiato, "Dovevo lavorare", altri mi guardano,"Sei una maestra?".
Nel brusio di sussurri che si sovrappongono, l'insegnante parla e spiega gli articoli determinativi, maschile e femminile.
Mi guardo attorno, amo osservare, e vedo che nonostante il mormorio queste persone si mettono alla prova, cercano di acchiappare il filo del discorso, scrivono nei loro quaderni un po' in italiano, un po' in una lingua lontana, che sa di casa loro.
Dopo molti esercizi c'è un po' di pausa.
Arianna, con le mani in tasca, si fa avanti, è stanca. Mi confessa che tenere la classe non è facile, "perché se c'è la voglia di imparare è anche vero che c'è una gran voglia di fuggire".
Ed effettivamente, mi rendo conto che non deve essere affatto semplice per queste persone venire qui. Molti sono indigenti (il corso è gratuito) e hanno milioni di cose per la testa, altri hanno figli che rimangono soli a casa, altri ancora vorrebbero essere nella loro terra, a fare qualcosa di differente. Per di più c'è sempre la paura per la lezione vera e propria, "c'è paura di non essere all'altezza, di non capire. Che sia tutto inutile!"

Da quello che mi dice l'insegnate un momento importante arriva dopo la pausa. Come se si volesse separare la parte di insegnamento puro da una più creativa, fantasiosa, espressiva.
Ed, infatti, appena rientriamo in aula, coi caffè sulla punta delle dita e sulle labbra, il clima è già più sereno.
Si sorride, come per un pericolo scampato.
Arianna, anche lei è più serena, l'ultima oretta sarà dedicata alla composizione.
"Che brutto nome!", penso tra me.
Il titolo del contenitore, in realtà, non rende giustizia a quello che accade.
L'obiettivo è quello di farsi conoscere dagli altri, raccontando e scrivendo qualcosa di sé, poche frasi, in italiano. L'insegnante potrà correggerle e ognuno tenterà di esprimersi, narrandosi.
"Scrivete quello che sentite di voler dire!", l'imperativo.
E' un momento straordinario, scende un grande silenzio che ovatta e ricopre tutti.
Mi sembra di stare come sotto ad un lenzuolo, la domenica mattina, in attesa di svegliarmi.
Alcuni cancellano, altri leggono con le labbra che si muovono seguendo i pensieri, cercando di afferrare un'idea. Arianna sistema registro e compiti fatti a casa.
Il tempo si dilata e mi sembra di vedere spuntare da tutte quelle nuche profumi e odori di posti distanti, e mi ritrovo a desiderare di voler andare con loro, in quei pensieri.
Alla fine, quando manca circa una trentina di minuti, ciascuno si alza a turno e si avvicina ad Arianna che allunga le mani, stringendo una penna rossa nella sinistra.
L'autore comincia a leggere con una certa fatica, dovuta ad una specie di imbarazzo piuttosto che a difficoltà reali.
Dopo qualche commento, qualche voce di incoraggiamento, l'insegnante lo fa avvicinare di più e parlano del testo, "Cosa volevi dire? Allora potevi usare anche questa parola per quel sentimento. Qui è sbagliato!"
Si danno strumenti per capire se stessi, in un'altra lingua, in un altro modo, per poter dire a chi ti sta affianco cosa ti sta succedendo, qualora questo qualcuno sia diverso da te.
Il mio cuore sussulta. La sensazione è che la lezione sia una scommessa.
Provare a comprendere, imparare, per migliorare e comunicare.
Le parole sono un gran problema per queste persone.
Non solo, nel senso che la lingua italiana è un affare complicato di per sé, ma anche per ciò che esse rappresentano.
C'è un desiderio incredibile di sapere per poter capire quello che succede, per avere una voce in capitolo. Queste le motivazioni principali, quelle della sopravvivenza.
Poi, vengono le altre.
Arianna mi dice che una volta qualcuno aveva scritto che andava a "imparare l'italiano per non pensare più le cose solo bianche o nere".
Una dichiarazione di intenti e di poetica difficile da eguagliare!

Elisa Rocchi
 
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:: Elisa Rocchi

Elisa Rocchi Nata a Cesena, nel cuore di Romagna, ventiquattro anni fa, comincia a scrivere fin da piccola, scoprendo passo dopo passo un grande amore per le parole.

Diplomata nel 1999 (Liceo Socio-Psico-Pedagogico) si iscrive, nello stesso anno, alla Facoltà di Scienze dell’Educazione.

Nel Marzo 2004 consegue la Laurea con Lode con una tesi dal titolo “Il senso del Fare Formazione. Processi di sensemaking nelle strutture formative dell’Emilia-Romagna”. Il lavoro svolto le vale, nel Giugno 2004, il conferimento, da parte del Rotary International – gruppo Felsineo Bologna -, del “Premio per le Facoltà dell’Università di Bologna” come “Migliore Laurea in Scienze della Formazione”.

Partecipa a diversi Laboratori di Scrittura Creativa per sperimentarsi in situazioni e stili differenti, si qualifica tra il 2° e il 10° posto ex-aequo al Concorso Nazionale “Scrittori in Erba. Fiabe per il Terzo Millennio” e si piazza al secondo posto nel Concorso Nazionale “Scrivi l’Estate” patrocinato dal Comune di Roma-Fiumicino e dall’IRRE del Lazio.

Da quasi cinque anni svolge attività di volontariato culturale presso la Biblioteca Malatestiana di Cesena, sez. Ragazzi. Da cui comincia la sua attività di ricerca: crea alcune bibliografie di libri per l’infanzia sul tema del randagismo e dell’abbandono di animali in concomitanza con un Progetto, gestito dalla Provincia di Forlì-Cesena, per spiegare il fenomeno all’interno delle scuole elementari e medie.

Attualmente è iscritta presso l’Accademia Drosselmeier, gestita dalla Cooperativa Culturale Giannino Stoppani di Bologna, al Master in Editor di Libri per l’Infanzia.


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