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2000
25
Ott

23-01-97

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23-01-97

Non avendo dormito la notte Senzo non aveva potuto scrivere il racconto per il giorno successivo, e benché questo lo preoccupasse non si alzò neppure presto la mattina seguente, anche se non riusciva a dormire.
Un gesto eroico da uomo che domina il mondo e la Sorte, dovuto alla notte insonne trascorsa, che lo faceva sentire tanto maudit.
A decise così di non scrivere nulla per quel pomeriggio, ma di inventare al momento qualcosa da dire.
il coraggio, tuttavia, col passare dei minuti lo lasciava sempre più solo e così si scrisse una traccia basata su un vecchio racconto che non ricordava dove aveva letto, e che lo avrebbe guidato
Giunta l'ora entrò dalla Contessa col passo di chi spera di non essere visto e di poter così dire di essersene andato perché nessuno lo vedeva.
Ma la Contessa subito lo vide, lo invitò a sedersi e a cominciare (convenevoli e offerte di dolci o di bevande sarebbero arrivati come al solito verso le cinque).
Senzo estrasse il suo foglio e iniziò a elaborare il racconto; già in quel momento entrambi sapevano di aver capito cosa stava accadendo. Ma finsero, come finge lo zoppo col suo bastone, sicuri di far la cosa giusta.
E Senzo cominciò.

"Un vecchio uomo in un castello sognava un'isola senza tempo né luogo.
L'isola, di cui nessuno mai aveva sentito parlare, era abitata da due grandi famiglie, che sempre in accordo avevano vissuto, e che la gestivano senza problemi.
Pregavano Dei spesso duri e cattivi che ben poche volte li avevano aiutati, ma comunque la sera cantavano assieme, benedicendo l'acqua e il mangiare, e ringraziando il bel Cielo Pagano.
Ma quando il terreno iniziò a non produrre più copiosamente come sempre era accaduto, e la selvaggina che loro cacciavano diminuì senza chiari motivi, l'accordo e la pace che regnavano nell'isola iniziarono d'un tratto a mancare, e le due famiglie cominciarono a odiarsi e a combattersi.
Così continuò tra furti e ingiurie fino a quando una notte d'inverno non venne trovato sulla sacra pietra il corpo straziato del figlio del capo dell'Antica Tribù.
Il gesto, compiuto con una violenza mai usata fino ad allora, neppure contro animali, aveva anche un chiaro valore politico che nessun dubbio lasciava su chi fosse l'assassino.
Il Capo dell'Antica Tribù aveva infatti voluto avere soltanto un figlio e una figlia per potere lasciare al primo tutto il potere e l'onore del nome e alla seconda gioia e le ricchezze del loro tesoro.
Ora che l'unico discendente maschio era morto, alla morte del Capo tutti gli averi sarebbero andati ad un'altra famiglia: quella di chi avrebbe sposato la figlia.
Così iniziò la strage.
Morti e assassini riempivano le strade, mentre nel cielo anche i candidi gabbiani avevano sporcato di sangue le loro piume.
Pochi i fortunati che venivano sepolti e poche le sepolture degne di tal nome.
Ormai ci si occupava solo di spostare i cadaveri perché non marcissero di fronte alle proprie case e di andare ad attingere acqua un poco più lontano perché fosse pulita.
Ma ciò che complicava la vicenda era un'antica Legge della Tribù gli Dei avrebbero tolto a questa una parola.
Erano passate generazioni, e solo i più anziani credevano ancora a questa leggenda. Fino a quando tutti si accorsero di non ricordare parole che esprimevano concetti che avevano chiari nella mente, ma che non avevano più un nome.
E così alcuni dissero "è una malattia", altri che era un'amnesia passeggera, e cercando scusanti alle gravi conseguenze dei loro inutili gesti continuavano a uccidere.
Col passare degli anni la regione divenne un Inferno: nessuno più coltivava, e si mangiavano i corpi nemici, chi si ammalava veniva buttato nella nemica Tribù perché li propagasse i suoi germi Così continuò fino al punto che gli Dei decisero di fuggire da quelle empie terre poiché troppo era l'odore di morte.
Due sole figure restarono pure in tanto letame, continuando a cibarsi di bacche, a pregare gli Dei e a osservare degli uccelli i voli. Erano il figlio di un capo Tribù e la figlia del Capo nemico: la sorella del ragazzo che ucciso diede inizio alla strage.
Neppure gli Dei si spiegavano come si fossero salvati da tanta malvagità nella quale ogni giorno vivevano, ma il motivo era che ciò che li aveva salvati era più grande degli Dei stessi.
Era l'Amore segreto che li legava, segreto anche agli stessi innamorati, che li aveva salvati dall'odio e dall'empietà in cui caddero tutti, e che li mantenne puri.
Ed arrivò il giorno in cui morirono tutti e loro due, soli, restarono vivi, e il ragazzo salvato dall'Amore si decise ad andare a dichiararsi all'amata. Ma quando volle cominciare a parlare si accorse di non avere più parole, se non una che subito disse a Lei.
E disse "Amore".
La ragazza figlia del Capo dell'Antica Tribù si sentì esplodere di gioia e subito volle rispondere dicendo tutto ciò che provava e che dentro le ardeva. Ma con più si voleva spiegare, con più quella sola parola che le era rimasta riusciva a pensare; fino a quando la disse.
E disse "Odio".
Il ragazzo scappò piangendo lacrime antiche mentre Lei lo seguiva gridandogli quella sola parola, e Lui non capiva il perché di tanto dolore.
E corsero sulle colline dove Lei lo vedeva pascolare e sulle spiagge dove Lui la vedeva nuotare; corsero oltre i Monti di Ghiaccio e oltre i Pascoli Eterni, e arrivarono alla Fine del Mondo.
Lui piangendo la guardò che piangeva, a la supplicò con gli occhi di dirle di sì, e Lei glielo disse, ma ancora con quella sola parola che gli Dei le avevano lasciato.
Gli disse "odio".
Lui si gettò nel vuoto per Amore di Lei, e lei per Odio di Lui lo seguì. E arrivarono nel mondo degli Dei.
Oggi sono loro il Giorno e la Notte. Si amano senza saperlo e si fuggono volendosi entrambi raggiungere.
E ancora oggi, talvolta, le loro lacrime antiche bagnano i nostri stanchi capelli.

Simone Baldrighi
 
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