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2010
19
Lug

Intervista con MYTHO

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I Mytho nascono nell'estate del 2007 da un'idea dei chitarristi Enzo Ferlazzo e Antonio Machera. I due decidono di utilizzare le chitarre synth come tratto distintivo della band. Al gruppo si uniscono anche Fabrizio Machera (batteria) e Marco Machera (basso/voce). I membri dei Mytho hanno avuto modo di collaborare nel corso degli anni con artisti del calibro di Paul Gilbert (Mr Big), Adrian Belew (Frank Zappa, King Crimson, David Bowie), Kiko Loureiro (Angra), Paul Dianno (Iron Maiden), Jerry Marotta (Peter Gabriel), oltre ad aver partecipato a tour in Europa e USA.
Il lavoro in studio porta i suoi frutti con la composizione di varie canzoni e l'incisione, nel Gennaio 2008, del primo EP della band. L'EP viene recensito con entusiasmo nelle maggiori riviste e fanzine online, attirando l'attenzione dell'etichetta francese Musea Records (Camel, Steve Hackett, Rick Wakeman). L'attività compositiva della band prosegue intensamente, affiancata ad alcune esibizioni live in versione acustica ed elettrica.
Nel Luglio 2009 la band si chiude in studio per registrare il primo full lenght album che vede anche la collaborazione di John Payne, cantante dei GPS e degli ASIA, che canta e scrive il testo del brano New Gemini's Rising. Il disco In The Abstract esce il 10 Giugno 2010 per l'etichetta BTF e viene presentato sul palco della I Edizione di ExProg, festival progressive veneto che vede la partecipazione di Marillion, Clive Bunker, Orme e altri gruppi. I Mytho hanno anche partecipato al fortunato tributo ai Marillion Recital For A Season's End (Mellow Records) con un rifacimento di Go! (da Marillion.com).
Formazione:
Enzo Ferlazzo: guitar synth and backing vocals
Antonio Machera: guitar synth and backing vocals
Marco Machera: bass and lead vocals
Fabrizio Machera: drums
Info:
www.mythoband.com
www.myspace.com/mythoband

 
 
Davide
Un disco eccellente. Parliamone un po'… Anzitutto ho un problema con la pronuncia del vostro nome per colpa del "th": Mito o Miθo? Mircea Eliade ci dice che il mito racconta una creazione, una storia che ha avuto luogo in un tempo favoloso delle origini… Insomma, come qualcosa è nato e ha cominciato a essere… Dove affondano  le vostre origini e in quali "miti" di riferimento?
 
Antonio
Il nome si pronuncia così come si legge, quindi MitoJ. Per quel che riguarda le nostre origini (musicali), non saprei descrivertele con precisione o con un  ordine stabilito, in quanto ti posso assicurare che ho ascoltato quasi di tutto in passato, dall'esplosione della passione per la musica, intorno agli 11 anni, fino ad oggi. Qualcosa non mi ha lasciato nulla, altre, la maggior parte, mi hanno lasciato qualcosa, anche di minore importanza, che è servita comunque, nel suo piccolo, a formarmi a livello musicale.
 
Marco
Avendo due fratelli più grandi che già ascoltavano tanta musica, sono cresciuto a suon di rock anglosassone, e di questo li ringrazio infinitamente! Direi che quando ho scoperto i Rush, a 12 anni, mi si è aperto un mondo.  Un amico mi prestò la cassetta di "Hold Your Fire" e mi innamorai di quel sound. Corsi a comprarmi tutti i loro album, e da lì cominciai ad interessarmi ad altre band; non potevo più fare a meno della musica.
 
Davide
Raccontateci ora la creazione di questo disco, sviluppatosi intorno a quali idee cardine?
 
Antonio
L'album è nato nell'arco di circa un anno, le canzoni che abbiamo scelto per il disco sono quelle che al momento ci rappresentano di più, e devo dirti che sono state scritte anche molto velocemente, nel senso che ci siamo tornati pochissimo sopra. Al momento di riascoltarle, prima della registrazione definitiva, notavamo che suonavano molto bene, quindi non ci siamo incanalati in eterne correzioni e ripensamenti vari. Parlando dell'aspetto lirico l'album, predilige la descrizione dei vari stati d'animo appartenenti a noi persone, che possono andare dalla speranza al cambiamento (Dawn of a New Beginning), alla curiosità innata dell'uomo verso lo sconosciuto (New Gemini's Rising), o al più semplice e classico amore (These Words Are In My Heart). Per quanto riguarda la musica, abbiamo cercato di dare una certa ariosità agli arrangiamenti, affinché il disco scorresse  in maniera non troppo pesante, e soprattutto abbiamo cercato di prediligere "l'immediatezza finale": le canzoni sono, in certi casi, abbastanza complesse dal punto di vista armonico e degli arrangiamenti, ma abbiamo cercato di "non farlo sentire" eccessivamente, proprio per far risaltare prima di tutto la canzone vera e propria nel suo complesso.
 
Davide
A quale astrazione fate riferimento nel titolo? Per esempio, alla musica come invito per astrarci da tutto ciò che accade intorno o a considerare uno o più particolari di qualcosa per giungere a un qualche concetto generale; in tal caso quale?
 
Marco
Come hai suggerito nella domanda, mi piace pensare che qualcuno possa "staccare la spina" per 45 minuti ascoltando la nostra musica, concentrandosi esclusivamente su di essa. "L'astratto" del titolo può essere inteso come quel luogo intangibile nel quale ci si addentra ascoltando un disco, o leggendo un libro, oppure osservando un quadro. È un luogo al di fuori del tempo e dello spazio: un angolo di mente, uno stato emozionale, una sensazione provocata da un qualsivoglia stimolo creativo.
 
Davide
Non sfugge che l'elegante  copertina del cd è stata concepita come quelle dei dischi 33 giri di un tempo. Un gruppo progressive, dunque sempre in "progressione" anche rispetto alle tecnologie, che tipo di nostalgia prova per il vinile e perché?
 
Antonio
Io sono un amante del vinile, ne ho tantissimi e li ascolto quasi tutti i giorni. Certo il cd è molto comodo, lo ascolti in macchina e non devi girare lato, mi piace molto, ma il disco ha un non so che di artigianale. È "fisico", la puntina scorre sui solchi, devi averne cura, la polvere e i graffi non perdonano; inoltre le splendide copertine degli anni 70 sono tutta un'altra cosa, viste in dimensione da vinile.
 
Davide
Bella anche la grafica, con quella particolare variante dell'anello di Möbius. Le copertine del progressive storico sono rimaste tra i più ammirati esempi di arte del Novecento; in Inghilterra, dove la musica è considerata Cultura, le poste britanniche hanno di recente scelto di usare come francobolli le copertine di alcuni album. Escher ha reso il nastro di Möbius un simbolo del cambiamento, della stranezza, dei cicli, del rinnovarsi e del ringiovanire. Cosa rappresenta sulla copertina di "In the abstract"?
 
Marco
In un certo senso, producendo questo disco, ognuno di noi nel gruppo ha intrapreso un percorso di cambiamento, di rinnovamento. "In The Abstract" segna una svolta nella nostra carriera di musicisti, poiché rappresenta il primo passo in una nuova direzione, musicale ed umana. Noi quattro siamo i "superstiti" di una vecchia formazione, afflitta da continui problemi di line-up, dedita ad una musica completamente diversa da quella che proponiamo oggi. Dunque, non solo nastro di Möbius, ma anche Nodo Gordiano e "soluzione alessandrina": una situazione complicata risolta con un "taglio netto", come da leggenda; e al contempo, l'evoluzione, l'esplorazione di nuovi territori. Evoluzione che, tra l'altro, è il tema centrale della canzone "Dawn of a New Beginning".
 
Davide
La scelta di usare sintetizzatori musicali controllati dalle chitarre è abbastanza insolita, ma decisamente interessante. Pregi e limiti delle chitarre synth rispetto alle tastiere? 
 
Marco
Non saprei individuare limiti delle chitarre synth… da un punto di vista tecnico, posso dire che offrono un'alternativa interessante alle tastiere in quanto gli accordi sono suonati con la diteggiatura tipica dei chitarristi, quindi si ottiene una combinazione di note che un tastierista solitamente non utilizzerebbe.  Considero le chitarre synth come degli strumenti a parte, che non devono per forza essere paragonati alle tastiere. Credo che lo sbaglio più grande che si possa fare sia usare i guitar synth cercando di imitare una tastiera. Non emuleranno mai le dinamiche di un vero pianoforte, per esempio, ma è quello il bello. Non bisogna pensare troppo al fatto che il synth passa per il manico di una chitarra, o che il suono somiglia a quello di una tastiera. Bisogna solo pensare al fatto che il synth mette a disposizione una vasta gamma di suoni da poter utilizzare all'interno di una canzone. Si possono usare e combinare come si vuole. Spesso e volentieri nei nostri brani le chitarre synth suonano una sola nota per volta, e tanto basta per creare la giusta atmosfera.
 
Davide
Parliamo di John Payne: com'è avvenuto questo incontro e come ha lavorato con voi?
 
Marco
Volevamo un ospite di rilievo per il nostro debutto; un cantante, nello specifico, che fosse riconoscibile, che potesse offrire un apporto significativo all'album. John Payne era una delle opzioni possibili. Siamo grandi ammiratori degli Asia, in tutte le loro incarnazioni, e quando John si è detto disponibile a collaborare ne siamo stati onorati, nonché gratificati, perché ha ritenuto il nostro materiale degno di un suo contributo. Non ci siamo mai incontrati personalmente: la collaborazione è stata portata avanti via internet. La tecnologia ha giocato un ruolo determinante, ma il tutto si è svolto in modo molto "umano": non si è trattato soltanto di una prestazione canora, di "lavoro", quanto piuttosto di uno scambio di idee. C'è stato effettivamente un apporto creativo da parte di John. Gli abbiamo affidato una "New Gemini's Rising" ancora priva di melodia vocale, e lui l'ha rimandata indietro in forma pressoché definitiva. Insomma, un vero professionista.
 
Davide
Cosa avete imparato suonando con Paul Gilbert (Mr Big), Adrian Belew (Frank Zappa, King Crimson, David Bowie, Talking Heads), Kiko Loureiro (Angra), Paul Dianno (Iron Maiden), Jerry Marotta (Peter Gabriel, Hall&Oates, Tony Levin)… e John Payne (Asia e molto altro)?
 
Marco
Francamente, l'insegnamento più importante che traggo da queste persone è l'umiltà. Potrei dilungarmi elencando le doti artistiche di ognuno di questi personaggi, ma non nego che tutte le volte è il lato umano dell'esperienza a regalare le sensazioni più forti. Discorrere amorevolmente con Adrian Belew a proposito della sua casa a Nashville e dei Beatles, mentre cambia le corde della chitarra prima di un soundcheck, non ha prezzo. Oppure, quando ho suonato con Paul Gilbert l'anno scorso, l'emozione più grande (escluso il concerto vero e proprio) è stata quella di passare la giornata in sua compagnia, con lui che mi dava "dritte" sui pezzi che avremmo suonato la sera. Vogliamo parlare di Steven Rothery dei Marillion? Abbiamo trascorso del tempo con lui in occasione del recente ExProg Festival di Mogliano Veneto, al quale abbiamo partecipato presentando "In The Abstract". Una persona piacevolissima, molto disponibile, un vero signore, di un'umiltà quasi disarmante, esagerata. Così come Pat Mastelotto, con cui sto collaborando per delle registrazioni, o Jerry Marotta, che sento abitualmente. Ognuno di loro vive la musica in modo speciale, con semplicità. È questo l'insegnamento di cui far tesoro.
 
Davide
Come create i vostri pezzi? Inoltre, avendo oggi a disposizione 80 minuti di registrazione nel cd, cosa detta la scelta di restare intorno ai 45 minuti del long playing di un tempo? Cosa invece motiva l'esclusione di altri lavori (le cosiddette out-takes)?
 
Marco
I pezzi solitamente nascono in sala prove. Si comincia con un riff di chitarra, o di basso, poi cerchiamo il groove giusto e… dopo non so spiegarti esattamente cosa succede. Improvvisiamo su una struttura provvisoria finché il brano non prende una forma soddisfacente. A volte è determinante il suono di synth che si usa: ti suggerisce l'atmosfera che pervaderà l'intera canzone, e in un certo senso ti guida nella composizione. Una volta che abbiamo una struttura definita, procediamo con l'arrangiamento, aggiungendo dettagli e rifiniture, stratificando i suoni. Spesso la melodia vocale e il testo arrivano per ultimi, perché è la musicalità della canzone che ci porta ad affrontare una tematica piuttosto che un'altra. Ma non è sempre così. È capitato che uno di noi proponesse un titolo o stralci di testo, e da lì siamo partiti aggiungendo tutto il resto. Mi sembra che "These Words Are In My Heart" sia nata in questo modo. Enzo aveva delle parole e io ho ideato il riff di chitarra, poi l'abbiamo completata tutti insieme durante le prove. Non abbiamo un metodo fisso per comporre, in realtà. Se alcuni di questi brani non ci convincono appieno, preferiamo metterli da parte per un po' e riprenderli a distanza di tempo. Non scartiamo mai niente, a meno che non si tratti di una vera schifezza! Accumuliamo sempre un gran numero di canzoni, poi facciamo una scrematura. Ne abbiamo tenute fuori alcune per "In The Abstract", perché abbiamo ritenuto che potessero essere migliorate; inoltre non avevano molto a che fare con il "mood" generale dell'album. Le riutilizzeremo sicuramente per una futura incisione. Per quanto riguarda la durata del disco, che si aggira intorno ai 45 minuti, ti dico che non l'abbiamo fatto di proposito. Meglio così, comunque: secondo me è la durata ideale per un cd, e non volevamo che il nostro fosse troppo prolisso. 
 
Davide
Gershwin disse: "Mi piace pensare la musica come una scienza emozionale". Sembra una contraddizione, ma chi sa e fa buona musica può capire cosa volesse dire. Qual è il vostro rapporto tra tecnica e mondo emozionale?
 
Marco
È una questione difficile da affrontare. La tecnica è merce rara, di questi tempi. Non rappresenterebbe un problema, se solo uscissero fuori delle figure geniali con un carisma tale da relegare in secondo piano la tecnica strumentale. Ovviamente, la soluzione migliore è il giusto dosaggio degli ingredienti. Pensa a David Sylvian: non è un musicista vero e proprio, è piuttosto un "creativo", un artista a tutto tondo. Ma per dare forma alle sue idee, si è sempre avvalso di musicisti formidabili, da Ryuichi Sakamoto a Robert Fripp, da Bill Frisell a David Torn; musicisti non solo dotati di grande tecnica, ma anche di estrosità, di forti personalità. La tecnica, a mio avviso, è  molto importante, ma va contestualizzata. Ci vuole tanto buon gusto. Se hai una Ferrari, non devi continuamente spingere al massimo sull'acceleratore.
 
Davide
La vostra musica è un progressive AOR (ascoltando ho ricordato Alan Parsons, Toto, Journey, Kansas, Styx, soprattutto gli Asia…) Ma questo acronimo per Adult o Album Oriented Rock forse non ha più senso, dal momento che definiva dei potenziali commerciali e un format radiofonico degli anni '70… A proposito di mass media e del rapporto con chi sta tra il vostro messaggio e il destinatario, pur quest'ultimo nella sua pluralità di "indistinti"… In questo momento io rappresento un medium… cosa vorreste che vi aiutassi a dire di un qualcosa che non sono riuscito a dire o a farvi dire?
 
Antonio
Non ti preoccupare, hai fatto ottime domande! Quel che mi preme dire alle persone che ascolteranno il nostro disco è di credere all'assoluta onestà artistica del nostro operato. Abbiamo cercato di scrivere canzoni che, anche fra 50 anni, piaceranno a noi che le abbiamo scritte, e che non rinnegheremo. Quello che abbiamo inciso è la nostra idea di musica, maturata in tanti anni di attività personale e di gruppo, e ci sono ancora tante sfaccettature che possiamo esplorare. Ci siamo sforzati per quanto è possibile di creare un sound abbastanza personale e riconoscibile, sempre tenendo presente che la stragrande maggioranza dei fruitori di musica vuole sentire soprattutto belle canzoni , e se una canzone è già bella non serve metterci per forza un assolo di chitarra al centro.
 
Davide
Prossimamente?
 
Marco
Per ora ci stiamo concentrando sulla promozione di "In The Abstract". Vorremmo organizzare dei concerti promozionali, se possibile. Ci piacerebbe molto suonare queste canzoni dal vivo. Abbiamo avuto un paio di occasioni per presentare il disco ed è andata benissimo, il pubblico ha reagito bene. Non smettiamo mai di vederci una volta a settimana per mettere insieme nuove idee. Vedremo cosa succederà. Come ha detto una volta Steve Hackett, il futuro è una strada aperta.
 
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:: Davide Riccio
Davide Riccio, di Torino, educatore, musicista polistrumentista, compositore e giornalista. Ha collaborato con molti musicisti italiani e internazionali. Ha scritto poesie, racconti e saggi, che ha pubblicato su antologie e riviste sparse dal 1983 ad oggi (tra le ultime opere pubblicate “Il Musico David Rizzio” (biografia, ebook, 2006), “Povertssiment” (Genesi 2006), “Sversi” (Libellula, 2008), Neumi, cantus volat signa manent – La musica che lascia il segno (con cd di autori vari, Genesi-Into my Bed-Unamusica 2011). Dal 1998 è stato inquirente e articolista ufologo, copywriter in pubblicità e giornalista (il settimanale La Val Susa, il quotidiano Torino Sera, e il mensile Oblò di Livorno) occupandosi di cultura in genere e divulgazione.
 
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