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1999
25
Nov

AuGen

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AuGEN


Bruciando la nostra carne abbiamo
segnato confini di fuliggine spargendo in
terra ceneri perché qualcosa restasse per
gli occhi



Tre ragazzi in riva al mare tirano sassi che rompono lo specchio argenteo dell'acqua, affondano.
Senza che loro mi scorgano li osservo da qui. Accendo una sigaretta. Gli occhi mi bruciano: li terrei tra le mani per poi lasciarli in terra tra le linee grigie; e attendere che qualcuno passi e accortosi della loro presenza li raccolga per sovrapporli ai suoi.
I ragazzi stanno chini sulle ginocchia. Uno dei tre si alza. La forma nera del suo corpo sottile si staglia sul chiarore dell'acqua oltre la riva, sfarfallando. Tiene le nocche serrate.
Una volta avevo la realtà tra le mie mani, ne riconoscevo le forme al tatto; ora tutto mi si sforma tra le dita come argilla umida. Mi restano soltanto gli occhi.
Il ragazzo si avvia verso l'acqua. Vi entra con indosso i vestiti. Gradualmente il corpo si assottiglia: ora è una linea nera, metallica incastrata tra smagliature d'argento. Si muove lenta. La seguo con lo sguardo. I miei occhi hanno visto il grano diventare sterile, tafani divorare scarabei, il muro stendersi lungo la terra su cui adesso sono disteso nell'attesa che le linee grigie mi portino via la carne.
Chiudo gli occhi, la sigaretta tra le dita.
Ora la linea esce dall'acqua, si scrosta il nero di dosso, mi si fa sempre più vicina; si mette su un sorriso sfatto di denti irranciditi, accosta alle sue le mie labbra. Sento la bile aprirsi nello stomaco. Si stende di fianco a me in terra; mi entra nella carne. Stendo i palmi in terra a malleare polvere, a consumarmi la pelle sui tessuti acri della sua veste gettata lì di lato. Il suo respiro mi riempie le orecchie. Le sue dita mi scarnificano il volto, affondandomi tra gli occhi. Ora è in piedi, ride di me che nudo mi tengo insieme il corpo con le braccia; si allontana.
Avverto un calore sempre più intenso tra l'indice e il medio della mano sinistra. Di scatto getto in terra ciò che resta della sigaretta.
Riapro gli occhi. Non so quanto tempo è trascorso. Il ragazzo è già uscito dall'acqua: è disteso un poco discosto dagli altri; guarda il mare. I vestiti bluastri gli si sono incollati addosso. Mi alzo, volgo le spalle al mare, seguo con gli occhi il sentiero: questo si svolge stretto lungo la collina; mi volto ancora per guardare il ragazzo. Cosa può saperne lui del mare…

Christian del Monte


 
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:: Christian Del Monte
Christian Del Monte nasce a Matera il 08/04/1975. Dopo aver conseguito la maturità classica presso il liceo classico ginnasio ''Quinto Ennio'', a Taranto, e aver frequentato per due anni l'università di Salerno, è adesso laureando presso l'Università di Bologna in Semiotica del testo di Scienze della Comunicazione, con una tesi sul libro The Soft Machine, di William Burroughs. Nel corso degli anni, Christian del Monte si è accostato nei più svariati modi alla scrittura. Prima come giornalista: tra il 1990 e il 1994 collabora con diverse testate giornalistiche tarantine. Poi come poeta: tra il 1995 e il 1996 scrive due raccolte di poesie: Intermezzi e Princìpi. Infine, dall'estate del 1997 si interessa di scrittura in prosa e di saggistica semiotico-testuale. Inizia in quel periodo a scrivere Marta. In questo lavoro Del Monte si propone di liberare la scrittura dai vincoli imposti dai concetti di trama e di personaggio, attraverso una focalizzazione, non simbolista, posta sugli oggetti presenti nelle storie narrate, una totale semplificazione della trama e l'appiattimento del personaggio sulle sue azioni fisiche e percettive. Nel 1998 scrive Écru una raccolta di cinque racconti brevi: Martedì, Silvestro, DùNAMIS, Stretto e Fiore. che sviluppano ulteriormente le problematiche emerse in Marta. In particolare, Martedì approfondisce la tecnica del cut-up e del fold-in, utilizzando come base Marta. Silvestro oggettualizza i personaggi, trasponendo in prima persona le tecniche narrative elaborate in Marta. DùNAMIS continua a esplorare la problematica del dialogico in prima persona, con una particolare attenzione alla ritmicità del suo intrecciarsi. Stretto si costruisce intorno all'intento di realizzare una topografia dello spazio dialogico e di quello narrativo. Fiore, infine dichiara con la sua peculiare prosa i confini poetici entro cui écru si pone. Nel 1999 scrive Steady-cam, un racconto lungo in cui le tematiche espresse dai precedenti lavori si sposano con una struttura narrativa, pur entro certi limiti tradizionale. Tra gli altri lavori realizzati in questo periodo sono da annoverare un lavoro teatrale per l'infanzia: Diavolo e Angelo e due sceneggiature per cortometraggi: Frattaglie e John Wayne e la lumaca.
 
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