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1999
25
Ott

Addio

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Addio

Victor aveva una doppia vita. Anzi, aveva una grande quantità di vite che si intersecavano e si rincorrevano, da sempre il suo unico modo di vivere.
Aveva conosciuto centinaia di donne e uomini, ma nessuno di loro aveva mai conosciuto veramente Victor. Così senza che lui se ne fosse accorto ognuno di loro aveva portato via uno dei tanti "se stesso" che aveva costruito fra lui e gli altri.
- Mi avessero almeno lasciato scegliere quale tenere-.
Ed invece di lui era rimasta quella che pensava essere la parte peggiore, quella che non credeva nemmeno di avere. Provava un senso profondo di dolore, quasi fisico, all'idea che spogliato di tutte le finzioni Victor non fosse altro che il ritratto della banalità.
Grigio, era ormai un anno che era in quelle condizioni ma era sempre riuscito a non pensarci. Ora l'idea di ciò che era veramente, la consapevolezza di sé gli era esplosa nel cervello come una bomba.
- Una schifezza! Non è possibile! Non c'è una, dico una cosa che vada per il verso giusto. Victor, non mi costringa a prendere decisioni irreparabili nei suoi confronti! - Dan Atkinson quel pomeriggio al lavoro aveva esagerato alla grande ma Victor sapeva che lui lo odiava e per questo lo teneva continuamente sotto torchio. Che ricordasse, non si era mai rivolto a lui, in quell'anno che lavorava come impiegato alla Daney's, con un atteggiamento che potesse sembrare anche vagamente gentile od almeno umano.
Ma quel pomeriggio aveva esagerato davanti a tutti i suoi colleghi che d'altro canto lo avevano lasciato solo già da un pezzo.
Dan era diventato tutto rosso in faccia e si era messo ad urlare, per una delle solite stupidaggini che prendeva come scusa per insultarlo.
- Mi dispiace, Signore - era tutto quel che lui era riuscito a rispondere. - Si ricordi, signor Victor, che qui paghiamo dei dipendenti perché lavorino, non siamo un ente assistenziale! - e dopo quest'ultima affermazione, urlata nelle orecchie, era uscito sbattendo la porta.
- Fatti coraggio, Victor - aveva mormorato qualcuno dei colleghi. - Non prendertela, Victor, vedrai che gli passa presto. - Questo era il momento peggiore; i colleghi, un vero allevamento di serpenti, si accorgevano che lui esisteva solo quando Dan lo insultava o gli buttava in faccia le pratiche che riteneva sbagliate, da rivedere, da correggere. Dieci minuti prima di uscire si sentiva svuotato, praticamente morto e privo di ogni sentimento, incapace di provare sensazioni.
La stessa storia si ripeteva sempre più di frequente, quasi ogni giorno ed ogni sua più intima fibra era sottoposta ad una tensione costante.
Forse Victor non commentava che con qualche parola di scusa perché in fondo Dan, dieci anni meno di lui e suo capo/tiranno, comunque gli ricordava con violenza che lui era vivo.
Per il resto, ogni momento della sua vita era come riproduzione perfetta di tutti gli altri e di tutti i successivi; tutto perfettamente identico a sé, necessario come la stessa insignificante qualità dei cambiamenti.
Aveva già indossato il cappotto quando la porta si aprì e Victor trasalì incrociando lo sguardo di Dan. Questi lo raggiunse a grandi passi, erano tutti e due in piedi e stavano per affrontarsi.
Victor venne trafitto dallo sguardo dell'altro che buttò sulla sua scrivania un gruppo di fogli, alcuni stropicciati. - Questa merda è da rifare, stronzo! - ed usci nuovamente dalla stanza.
Mentre raccoglieva alcuni fogli a terra, Victor sentì nelle ossa un gelo indicibile.
Ora stava andando a casa, le mani in tasca e i passi lenti lo stavano portando verso la periferia dove lo aspettava nulla di nuovo, niente che non fosse prevedibile e già esistito.
- Il caso si ripercuote nella più grande ed universale banalità ed ogni piccola, minuscola onda è dimenticata nell'attimo in cui si genera - Victor mormorava fra sé e sé queste parole, camminando lungo la stradina ghiaiosa sul bordo del fiume.
L'acqua copriva le sue parole e lui non si accorse di aumentare gradatamente il tono di voce, forse per raggiungere la propria disperazione.
- Questo rumore di acqua che scorre si sta portando via i miei giorni e non trasporta nulla, non si infrange contro nulla ed insistentemente uguale fino alla nausea appiattisce tutto... - Guardava lontano l'orizzonte e restò imprigionato (poco? a lungo?) nell'unto dei suoi pensieri.
Improvvisamente gli era caduto sulle spalle tutto il peso di angosce mai narrate, la disperazione di essersi perso, la voglia di piangere.
- Acqua piatta, lenta, trascorrere dei giorni tanto inutili da rendere indesiderabile viverci dentro. - Ora il mormorio era diventato un grottesco monologo misto a singhiozzi, le lacrime gli rigavano il viso e quell'acqua lo attirava sempre più, liscia, culla eterna dove non c'è una reale profondità di spazi ma un'infinità di piani che scorrono uno sull'altro. E scorre, imbeve, sfilaccia, strappa.
Poi lentamente i suoi pensieri rientrarono nell'ordine delle cose e la sua angoscia lo avvolse di nuovo come nebbia sottile.
Si rese conto di lei, sconosciuta, quando gli sfiorò la guancia con una carezza. Dopo un tempo immemorabile i suoi occhi, di nuovo per la prima volta penetravano lo sguardo in un mondo che non era ostile.
I due non si dissero nulla perché quel momento era inesprimibile, poteva solo essere vissuto.
Richiamando alla mente gesti che pensava perduti, si presero per mano e Victor, risvegliando muscoli intorpiditi dal sonno promosse un sorriso.
Sapeva che domani non sarebbe più esistito Dan Atkinson, Herma l'irlandese, Jeyon il portinaio e tutti gli altri suoi incubi.
L'acqua del fiume continuava a scorrere e Victor vide Victor che si allontanava trasportato dalla debole corrente, mentre fibra per fibra ogni suo microscopico elemento si dissolse con una lentezza impercettibile ma certa.
La nebbia continuava a salire e due ombre camminavano, strette, sull'orlo del tramonto.
Una delle due figure, ormai troppo distanti per distinguerle, sussurrò voltandosi verso la città lasciata alle spalle - Addio! - in un soffio troppo sottile da essere udito mentre ora l'unico possibile atto di trasgressione era continuare ad esistere. Questa notte non sarà così fredda.


Enrico Miglino
 
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:: Enrico Miglino
Enrico Miglino è nato a Torino, il 10 marzo 1961. Vive e lavora a Collegno. Continua imperterrito a scrivere le proprie storie. Esse non gli appartengono, è prigioniero dei personaggi in ciascuno dei quali abbandona un pezzo dei suoi piccoli dolori. Forse un giorno starà meglio.
 
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