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2010
9
Mag

Strategia Europa 2020

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per una crescita intelligente, sostenibile e inclusiva

 
«Dobbiamo costruire un nuovo modello economico basato su conoscenza,
economia a basse emissioni di carbonio e alti livelli di occupazione.
Questa battaglia impone di mobilitare tutte le forze presenti in Europa»
(José Manuel Barroso, Presidente della Commissione Europea)
 
Il 9 maggio si ricorda la presentazione da parte di Robert Schuman della sua proposta di creare un'organizzazione di Stati europei che avesse come obiettivo il mantenimento di relazioni amichevoli al fine di allontanare per sempre l'incubo della guerra che, nei precedenti 35 anni, aveva già insanguinato il continente per ben due volte. Questa proposta, contenuta in quella che è passata alla storia come la "dichiarazione Schuman"[1], è considerata universalmente l'atto di nascita di quella che è ora l'Unione Europea e questo giorno, festa dell'Europa, è diventato uno dei suoi simboli: occasione per celebrare il nostro essere cittadini europei e per avvicinarci a questa casa comune.
È proprio in questa occasione che riteniamo significativo illustrare quanto la Commissione Europea ha lanciato nello scorso mese di marzo con la sua comunicazione[2] "Europa 2020 - Una strategia per una crescita intelligente, sostenibile e inclusiva", elaborata per rispondere in maniera innovativa ed efficace alla sfida della crisi globale che sta scuotendo il pianeta da ormai due anni.
Crisi che, seppur generatasi in uno specifico settore finanziario del mercato statunitense, a causa delle interrelazioni dei sistemi economici mondiali, ha contagiato tutte le piazze causando più di 20 milioni di disoccupati all'interno dell'UE (circa il 10% della forza lavoro attiva!), almeno altrettanti negli USA, e richiedendo un intervento delle istituzioni finanziarie internazionali e dei Paesi "ricchi" per oltre 3 trilioni di dollari. E la crisi non è ancora passata, anzi il caso Grecia sta dimostrando che il peggio deve ancora arrivare!
Cercando di trarre il dovuto insegnamento da ciò che è successo in questo biennio, la Commissione Europea ha varato la "Strategia Europa 2020" che dovrebbe consentire all'UE di riguadagnare le posizioni perdute nei confronti degli altri players internazionali (nello specifico USA e Giappone, ma pure Cina e India), uscire dalla crisi con dignità e segnare l'ingresso in una nuova era «che trasformi l'UE in un'economia intelligente, sostenibile e inclusiva caratterizzata da alti livelli di occupazione, produttività e coesione sociale».
La strategia Europa 2020 risponde a queste esigenze: è destinata alle istituzioni europee e agli Stati membri e tiene conto di tutte le specificità nazionali, al fine di promuovere una comune crescita.
Interessante sarebbe, a questo punto, domandarsi a quale modello di crescita la Commissione faccia riferimento nel suo documento; la risposta sarebbe, senza dubbio, univoca e condivisa: si tratta di "crescita economica", concetto riferito alla capacità di un sistema di incrementare la disponibilità di beni e servizi atti a soddisfare il fabbisogno di un data popolazione. La crescita economica è spesso associata al benessere della popolazione, anche se tale relazione è molto complessa e controversa. Analogamente, si tende a considerare la crescita economica come sinonimo di sviluppo, ma lo sviluppo è ritenuto un concetto ben più ampio di quello di crescita[3].
La strategia proposta dalla Commissione si sviluppa su 3 priorità di crescita che devono rafforzarsi a vicenda:
1.    una crescita intelligente, al fine di sviluppare un'economia basata sulla conoscenza e sull'innovazione;
2.    una crescita sostenibile, per promuovere un'economia più efficiente sotto il profilo delle risorse, più verde e più competitiva;
3.    una crescita inclusiva, che promuova un alto tasso di occupazione e favorisca la coesione sociale e territoriale.
Queste priorità andranno a delineare un quadro d'azione per il XXI secolo che dovrà portare a realizzare un sistema europeo di economia sociale di mercato[4].
È opinione diffusa che l'UE debba concordare un numero limitato di obiettivi per il 2020 verso i quali dirigere energie e progressi e questi obiettivi devono essere misurabili, riflettere la diversità delle situazioni degli Stati membri e basarsi su dati sufficientemente attendibili da consentire un confronto.
I 5 obiettivi individuati sono:
I.        il tasso di occupazione delle persone di età compresa tra 20 e 64 anni (la forza lavoro attiva) deve passare dall'attuale 69% ad almeno il 75%, anche mediante una maggior partecipazione delle donne e dei lavoratori più anziani e una migliore integrazione dei migranti nella popolazione attiva;
II.        l'obiettivo attuale dell'UE per gli investimenti in R&S (ricerca e sviluppo), pari al 3% del PIL, è riuscito a richiamare l'attenzione sulla necessità di investimenti pubblici e privati, ma più che sul risultato si basa sui mezzi utilizzati per raggiungerlo. È chiara l'esigenza di migliorare le condizioni per la R&S privata nell'UE, cosa che molte delle misure proposte nella presente strategia faranno. La Commissione propone di mantenere l'obiettivo al 3% definendo al tempo stesso un indicatore tale da riflettere l'intensità in termini di R&S e innovazione;
III.        i traguardi "20/20/20" in materia di clima/energia, vale a dire ridurre le emissioni di gas a effetto serra almeno del 20% rispetto ai livelli del 1990 o del 30%[5], se si verificheranno le necessarie condizioni, portare al 20% la quota delle fonti di energia rinnovabile nel nostro consumo finale di energia e migliorare del 20% l'efficienza energetica;
IV.        un obiettivo in termini di livello d'istruzione che affronti il problema dell'abbandono scolastico riducendone il tasso dall'attuale 15% al 10% e aumentando la quota della popolazione di età compresa tra 30 e 34 anni che ha completato gli studi superiori dal 31% ad almeno il 40% nel 2020;
V.        il numero di cittadini europei che vivono al di sotto delle soglie di povertà nazionali dovrebbe essere ridotto del 25%, facendo uscire dalla povertà circa 20 milioni di persone[6].
Per raggiungere questi traguardi, la Commissione propone un programma che consiste in una serie di iniziative faro, la realizzazione delle quali dovrà essere una priorità comune che richiederà interventi a tutti i livelli: istituzioni dell'UE, Stati membri, autorità locali e regionali.
Le 7 iniziative faro, che saranno varate nei prossimi mesi, sono:
a.    "L'Unione dell'innovazione", per migliorare le condizioni generali e l'accesso ai finanziamenti per la ricerca e l'innovazione, facendo in modo che le idee innovative si trasformino in nuovi prodotti e servizi tali da stimolare la crescita e l'occupazione;
b.    "Youth on the move", per migliorare l'efficienza dei sistemi di insegnamento e agevolare l'ingresso dei giovani nel mercato del lavoro;
c.    Un'agenda europea del digitale", per accelerare la diffusione dell'uso di internet ad alta velocità e sfruttare i vantaggi di un mercato unico del digitale per famiglie e imprese;
d.    "Un'Europa efficiente sotto il profilo delle risorse", per contribuire a scindere la crescita economica dall'uso delle risorse, favorire il passaggio a un'economia a basse emissioni di carbonio, incrementare l'uso delle fonti di energia rinnovabile, modernizzare il nostro settore dei trasporti e promuovere l'efficienza energetica;
e.    "Una politica industriale per l'era della globalizzazione", per migliorare il clima imprenditoriale, specialmente per le piccole e medie imprese, e favorire lo sviluppo di una base industriale solida e sostenibile in grado di competere su scala mondiale;
f.     "Un'agenda per nuove competenze e nuovi posti di lavoro", per modernizzare i mercati occupazionali e consentire alle persone di migliorare le proprie competenze in tutto l'arco della vita al fine di aumentare la partecipazione al mercato del lavoro e di conciliare meglio l'offerta e la domanda di manodopera, anche tramite la mobilità dei lavoratori;
g.    la "Piattaforma europea contro la povertà", per garantire una maggiore coesione sociale e territoriale in modo tale che i benefici della crescita e i posti di lavoro siano equamente distribuiti a livello europeo e le persone vittime di povertà e esclusione sociale possano vivere in condizioni dignitose e partecipare attivamente alla vita sociale.
Affinché questa strategia possa risultare vincente, sarà necessario realizzare una autentica alleanza allargata tra le istituzioni dell'UE e i 27 Stati membri, tra le pubbliche autorità e il sistema privato, in pratica tra tutti gli attori della vita economica e, per far questo, l'Europa prevede di valorizzare ed implementare l'uso di alcuni propri strumenti tradizionali quali il mercato unico, i programmi finanziari e la politica esterna comune (resa ancor più efficace dall'entrata in vigore del Trattato di Lisbona[7]).
In questa ottica, la Commissione si propone, come priorità immediata, di individuare le misure idonee per definire una strategia di uscita credibile dall'attuale crisi, portare avanti la riforma del sistema finanziario al fine di prevenire futuri default, garantire il risanamento dei bilanci statali per consentire una crescita a lungo termine, intensificare il coordinamento all'interno dell'Unione economica e monetaria.
Risulta dunque necessario elaborare un nuovo modello di governance economica che sia più forte e più credibile e che si ritiene debba poggiare su due pilastri:
i.        un approccio tematico (che combini priorità e obiettivi principali);
ii.        le relazioni sui singoli paesi (che aiuteranno gli Stati membri a elaborare le proprie strategie per ripristinare la sostenibilità della crescita e delle finanze pubbliche).
Se questa è la prospettiva istituzionale in cui si muoverà la strategia dell'UE per il prossimo decennio, alcune osservazioni critiche si debbono inevitabilmente avanzare, e lo si intende fare utilizzando il classico modello dell'analisi SWOT, e andando a evidenziare all'interno di "Europa 2020" alcuni punti di forza (strengths), di debolezza (weaknesses), le opportunità (opportunities) e le minacce (threats) per, poi, cercare di trarne dei suggerimenti e delle indicazioni operative.
Il primo è più rilevante punto di forza risulta essere il richiamo all'economia sociale di mercato quale linea su cui far muovere la ripresa: tale modello è un proprium dell'UE e ritengo che abbia rappresentato, e possa continuare a rappresentare anche in futuro, un fattore vincente del sistema Europa. Condizione imprescindibile, però, è che sappia evolvere e modificarsi per rispondere al meglio al mutato contesto ambientale (interno ed esterno).
Ulteriore aspetto positivo è dato dall'orizzonte temporale di 10 anni (2010-2020) sul quale si vuole sviluppare il programma: è indubbio che per l'avvio di un processo di ripresa che sia effettivo, sostenibile e duraturo, la prospettiva non possa essere limitata ad una stagione, o ad una legislatura, ma occorrono almeno due lustri (nel panorama europeo, due legislature complete).
Terza caratteristica che dà forza e credibilità alla strategia è l'ampia partecipazione della società civile, nelle sue variegate configurazioni, alla fase di elaborazione della stessa, aspetto che la rende veramente frutto di una "concertazione" diffusa che può rappresentare l'inizio di un nuovo e reale modello di democrazia da applicare anche al governo dell'economia.
I punti di debolezza del documento, d'altra parte, sono davanti agli occhi di tutti. In primis, il considerare unicamente l'aspetto dell'homo oeconomicus, nelle sue dimensioni di consumatore, lavoratore, produttore, contribuente, dovuto alla premessa metodologica di tendere alla "crescita economica" intesa in senso tradizionale, cosa che però potrebbe poi entrare in conflitto con una completa attuazione di quella economia sociale di cui sopra.
In seconda battuta, la classe politica che rappresenta l'establishment dell'UE non è ancora stata in grado di dimostrare una maturità europea, sia per vision che per mission, e troppo spesso si ripiega su particolarismi ed egoismi nazionali o locali che non permettono un respiro continentale.
Da ultimo, è esperienza quotidiana che l'euroburocrazia ha procedure sempre più ingolfate che minano la celerità di risposta necessaria per risultare efficaci in caso di interventi sistemici. In questo caso, proprio per il bisogno di avviare modalità di cooperazione rafforzata tra istituzioni e organi europei, governi centrali e locali degli Stati membri, società civile e attori economici, sarà fondamentale individuare strumenti o canali innovativi e più snelli.
A questo punto, i rischi a cui l'Europa può andare incontro, e che dunque dobbiamo cercare in tutti i modi di evitare, sono a mio avviso principalmente tre:
-       non essere in grado di rispondere in maniera performante alle sfide della crisi ma in maniera provvisoria (fino alla prossima crisi) e limitata (solamente per alcuni nodi);
-       arenarsi nel burocratismo istituzionale europeo (con una iperproduzione di atti) senza giungere alla attuazione delle azioni previste dalla strategia;
-       perdere il legale con i cittadini europei e la società civile, che un ruolo tanto importante ha svolto nella fase di elaborazione di questo piano.
Ovviamente, e per fortuna, emergono anche grandi opportunità da cogliere, come il confrontarsi con la necessità di elaborazione di nuovi strumenti di governance e government dal punto di vista politico ed economico, la possibilità di offrire nuovi contenuti ai termini di partecipazione e cittadinanza attiva e ai principi di sussidiarietà e solidarietà a livello europeo e, da questo, ad ogni Stato membro, il contributo che si può dare allo svecchiamento e al rinnovamento della classe politica europea, e nazionale, per "voltare pagina" e affrontare adeguatamente il futuro prossimo.
Da euroentusiasta quale sono, non posso che dirmi contento per l'opera presentata dalla Commissione e per le prospettive che da essa si aprono, pur avendo ben chiari gli scogli che potrebbero delinearsi lungo la navigazione e che ho cercato qui di sintetizzare.
L'augurio conclusivo è, quindi, che gli europei tutti, a prescindere dal ruolo, dall'impegno, dal paese, si sentano corresponsabili nell'attuazione di questa strategia e, con rinnovata forza e autentica convinzione, contribuiscano alla sua migliore riuscita per rendere migliore questa nostra Europa.


[1] Cfr. http://europa.eu/abc/symbols/9-may/decl_it.htm.
[2] Cfr. Commissione Europea, "Europa 2020 - Una strategia per una crescita intelligente, sostenibile e inclusiva", COM(2010) 2020, del 03.03.2010.
[3] Cfr. Crescita e Sviluppo, in http://www.utopie.it/sviluppo_umano/crescita_e_sviluppo.htm.
[4] L'economia sociale di mercato è un modello di sviluppo dell'economia che si propone di garantire sia la libertà di mercato che la giustizia sociale, armonizzandole tra di loro. L'idea di base è che la piena realizzazione dell'individuo non può avere luogo se non vengono garantite la libera iniziativa, la libertà di impresa, la libertà di mercato e la proprietà privata, ma che queste condizioni, da sole, non garantiscono la realizzazione della totalità degli individui (la cosiddetta giustizia sociale) e la loro integrità psicofisica, per cui lo Stato deve intervenire laddove esse presentano i loro limiti. L'intervento non deve però guidare il mercato o interferire con i suoi esiti naturali: deve semplicemente prestare il suo soccorso laddove il mercato stesso fallisce nella sua funzione sociale e deve fare in modo che diminuiscano il più possibile i casi di fallimento (da Wikipedia, l'enciclopedia libera).
[5] Il Consiglio Europeo del 10-11 dicembre 2009 ha concluso che, nel quadro di un accordo globale e completo per il periodo successivo al 2012, l'UE ribadisce l'offerta condizionale di passare a una riduzione del 30% entro il 2020 rispetto ai livelli del 1990, a condizione che altri paesi sviluppati si impegnino ad analoghe riduzioni delle emissioni e i paesi in via di sviluppo contribuiscano adeguatamente in funzione delle loro responsabilità e capacità rispettive.
[6] La soglia di povertà nazionale corrisponde al 60% del reddito medio disponibile in ciascuno Stato membro. 
[7] Cfr. dello stesso A., In vigore il Trattato di Lisbona, finalmente l'Unione Europea del XXI secolo!, in KultUnderground, n.173, 2009. 
 
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:: Davide Caocci

Davide Caocci, nato a Milano nel 1972, si è laureato in Giurisprudenza presso l'Università Cattolica e specializzato poi in Diritto internazionale, Diritto UE ed Economia. Ha lavorato tra Europa, America latina e Africa subsahariana come esperto di politiche europee e consulente per la cooperazione allo sviluppo. A questo ha sempre affiancato una ricca attività didattica in università italiane e straniere e una altrettanto ricca produzione di articoli sui fenomeni legati alla globalizzazione. Ora vive in Argentina, dall’altra parte del mondo. “Semel Scout Semper Scout”.

 
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