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1999
25
Apr

Attesa

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Attesa

Era arrivato come al solito con molto tempo di anticipo, quel giorno alla stazione di Roma-Termini.
Ottobre nella capitale aveva un fascino magico che lo stupiva ed incuriosiva sempre mentre girava fra quella città cosmopolita, in cui ognuno si sentiva a casa ma era portato a fare l'ospite.
Tutti gli impegni li aveva sbrigati, con un'ansia sempre crescente durante la mattina; un pranzo consumato in fretta dietro Piazza di Spagna e poi a piedi fino alla stazione.
Man mano che si avvicinava accelerava il passo, poi un occhio all'orologio gli diceva che era presto, allora rallentava di nuovo.
Ora, sempre in anticipo, era arrivato all'appuntamento e misurava a passi controllati ogni millimetro della sala d'attesa.
Da sempre aveva imparato a spingere le sensazioni all'estremo, finché il suo cervello riuscì a fargli cogliere l'attimo. Dapprima provò un piacere smisurato su tutti gli altri, riusciva a frazionare lo scorrere del tempo in microsecondi e sentirli trascorrere uno dopo l'altro per poter scegliere in ogni momento cosa farne.
Non si era accorto che anche il resto di sé, i suoi sentimenti, il suo cuore, la sua sintonia con il resto della realtà (?) lo attraversavano con sempre più intensità e dolore, ora che portava ogni evento, ogni momento all'esasperazione, e tutto non era che l'esasperazione più completa della sua esistenza.
Non si rese conto di aver sfondato a poco a poco il limite, come non si accorse che gli era sfuggito il controllo, perso com'era a percepire ogni attimo, godendo di saper cogliere ogni sensazione, ma ogni attimo si prolungava ormai inesorabilmente fino al dolore.
Quell'attesa lo stava esaltando a percepire in tutti quelli che stava arrivando un possibile incontro che non arrivò mai, o forse aspettò un solo istante ma era infinito. Sentiva, con quel poco di lucidità che gli lasciavano le crisi profonde di angoscia in cui precipitava, che doveva cercare una soluzione: doveva annullare qualunque possibile attesa per chiunque.
Mentre fischi di locomotori si incrociavano con annunci di ritardi e anticipi, i suoi attimi si cristallizzavano nelle mani sudate, nelle sue tasche, nei suoi occhi, nella sua anima svuotata che stava aspettando.
Alcuni attimi li dedicava totalmente all'attesa, e non respirava neppure per sentirsi riempire mentre migliaia di persone passavano attraverso di lui e il suo cuore piangeva senza che dai suoi occhi uscissero lacrime. Polvere: sollevata dalle corse nei prati sotto il cielo stellato o sotto un sole accecante, ogni ricordo diventava una incisione nel suo animo, mentre il cervello, per alcuni versi estremamente lucido, dipingeva i ricordi in modo da non farli sbiadire, tracciando con la mente giorno per giorno, attimo per attimo, il suo cammino e piangeva per le locomotive, per i saluti commossi di chi partiva, per la gioia di chi si rincontrava.
Aveva la faccia di uomo molto stanco; il concerto era stato suonato con i suoi nervi ed ora era stanco di soffrire e di gioire, non poteva più sopportare nulla di ciò che era ora la sua vita ma sapeva che comunque non ci sarebbe stato ritorno.
Questo era semplicemente un modo di finire, un altro cambiamento, come tutte le fini, che sono principio di qualcosa. Sicuramente.
Quando lei arrivò non la vide nemmeno perché era troppo perso a perdersi per poterla vedere e non vide più nessuno, e lei non lo incontrò ma semplicemente lo raccolse, senza capire, come certo nessuno avrebbe capito.
Non provocò in lui nessuna emozione, come non accadde per tutto il resto che seguì: le sirene delle ambulanze, la calma, il sonno, la veglia, caldo, freddo, buio, luce, piacere o dolore.
Aveva varcato la soglia senza che nessuno avesse potuto seguirlo né forse desiderato. Da fuori (da dentro ?) lui li vedeva tutti, attraverso la finestra, mentre camminava nella sua stanza bianchissima, digiuno da quindici giorni senza sapersi commuovere per loro che piangevano, per quelli che scrollavano la testa, per le parole.
Sapeva che una volta quelle parole avevano avuto un significato, le comprendeva, ma ora non sapeva più che cosa fossero: suoni che arrivavano alle sue orecchie, echi di ricordi così lontani che non sembravano suoi, ed a tratti, chiaro e lucido, qualche attimo gli tornava alla mente solo per non essere più ricordato.
Si sarebbe spento di lì a poco ma era solo un problema materiale perché lui se ne era già andato da un pezzo ed ora camminava lungo viali che nessun altro uomo avrebbe mai visto, con le stelle consigliere che lo guidavano ad esplorare il suo mondo. Fuori dal mondo.

Enrico Miglino
 
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:: Enrico Miglino
Enrico Miglino è nato a Torino, il 10 marzo 1961. Vive e lavora a Collegno. Continua imperterrito a scrivere le proprie storie. Esse non gli appartengono, è prigioniero dei personaggi in ciascuno dei quali abbandona un pezzo dei suoi piccoli dolori. Forse un giorno starà meglio.
 
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