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2010
8
Apr

Il Profeta

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Non sappiamo perché Malick El Djebena vada in galera. Vediamo il suo volto tumefatto, il viaggio verso la prigione, gli ultimi squarci di libertà che filtrano tra le sbarre del cellulare, i rituali di ingresso, la nuova vita che lo aspetta.
L'educazione di Malick, la sua formazione, avviene tra le mura del carcere. Qui il ragazzo impara a leggere e a scrivere, a parlare corso, ad uccidere, a sapersi sottomettere, ad organizzarsi e a comandare. Malick ritrova le sue radici e la sua identità culturale, seguendo un percorso di crescita violento e crudele, dove nel microcosmo della prigione diventano ancora più evidenti i meccanismi bestiali delle relazione umane private della libertà. In questo luogo si sviluppano le sottotrame del genere carcerario, mentre il respiro e l'anima oscura del noir si incarnano nella figura di Cesàr Luciani, nel suo passato, nell'illusorietà del suo presente.
Intorno a Malick si muovono e vivono gruppi di uomini ingabbiati, ancor più che in una cella, in pericolose quanto inutili idee. L'ossessione per il rispetto e il potere di Cesàr Luciani, padre putativo e maestro, al di là di ogni giudizio morale, di Malick, la vocazione autodistruttiva per la droga dello Zingaro, l'integralismo religioso dei musulmani.
Nella mente di Malick si agita, di notte, il fantasma della propria coscienza, che assume le sembianze di un uomo sgozzato; davanti agli occhi del ragazzo appaiono improvvise illuminazioni come la visione di un cervo, momenti sospesi, onirici e inquietanti in cui il regista si allontana dal crudo realismo dell'intera pellicola per immergersi nella pura percezione filmica, come nel momento in cui Malick si ritrova ad uccidere tre uomini all'interno di un fuoristrada e respira estasiato sotto il corpo di un uomo morto, assaporando intensamente la vita, assordato dal rumore dei colpi di pistola che non riescono a ferirlo.
Un profeta.
La cui parola è scritta con il sangue. Un ragazzo che diventa uomo senza perdere la propria purezza. Capace di emozionarsi per il primo volo in aereo mentre guarda fuori, il cielo e le nuvole. Un ragazzo che impara ad uccidere senza pietà e che tiene con infinita dolcezza un bambino appena nato in braccio.
Un profeta.
Che affonda nel baratro della sofferenza umana e ne riemerge incontaminato e una volta diventato uomo, fuori dalla prigione, seguito dalle ombre scure e sfuocate delle proprie azioni, decide di non voltarsi e di proseguire sulla propria strada, guardando avanti, verso il futuro, dove le profezie abbiano il profumo dell'amore e di una vita diversa.
 
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:: Emiliano Bertocchi
Mi chiamo Emiliano Bertocchi. Sono nato a Roma il 22 giugno 1979. Perchè scrivo? Credo sia questa la domanda a cui debba rispondere. Scrivo perchè ne ho bisogno. Niente di più e niente di meno. Scrivere non è un hobby, o uno svago, o una cosa da fare tanto per fare. Almeno non per me. Io ne Sento il bisogno. Quando sto male, quando mi rode, quando sono incazzato, quando vorrei distruggere qualsiasi cosa ho davanti, quando amo, quando sto fuori, quando vivo. L' altra volta sono andato a un reading di poesie e mi sono accorto che leggere le mie poesie davanti ad altri è stato come andare in giro a raccontare a degli sconosciuti la propria vita. Preferisco stamparle e farle leggere le mie cose, piuttosto che leggerle io stesso. C'è meno intimità. E poi il lettore ritrova sempre se stesso nelle pagine che legge ed è preferibile che non si specchi troppo con chi le ha scritte. Scrivere è la mia libertà, il foglio bianco è la mia Anarchia, perchè lì sono veramente libero di poter dire, essere e fare tutto quello che voglio e come lo voglio. Gli scrittori che mi hanno fatto iniziare sono stati Charles Bukowski e Jack Kerouac. Grazie. E un grazie anche alle parole... le mie dolci amiche... vi prego non lasciatemi... non lasciatemi mai.
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