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Benigni, ti volevo bene

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BENIGNI, TI VOLEVO BENE
(Diverso parere)

Sono nato a pochi chilometri da dove ha visto la luce il nostro eroe, ho frequentato fin da piccolo case del popolo e balere, ho conosciuto tanti di quei personaggi che, come lui, ogni giorno inventavano le più fantasiose imprecazioni popolari, mescolando blasfemia e saggezza, ho amato "Berlinguer, ti voglio bene" e Cioni Mario, ma ora, scusate tanto, di fronte a questo consenso planetario a "La vita è bella" mi tiro indietro.
Credetemi, non sono animato da acredine ideologica come Giuliano Ferrara1 (oddio!) che, su Il foglio, ha per lungo tempo inanellato stroncature quotidiane al film. Il mio è solo uno sfogo di un amante tradito, e non certo da oggi: l’accoppiata Benigni-Cerami aveva già colpito duramente la mia capacità di sopportazione, con film sciatti come "Il mostro" o "Johnny Stecchino", ma si rimaneva sempre nell’ambito di un cinema comico senza pretese. Invece, su "La vita è bella" ne abbiamo sentite di tutti i colori: pubblico e critica entusiasti, commosse lodi al coraggio degli autori, paragoni con Chaplin, successo oltralpe e oltreoceano, in un crescendo alimentato dai media, che hanno fatto filtrare poche voci di dissenso (presenti peraltro anche all’interno della comunità ebraica), Benigni che bacia sempre tutti ("è una gran puttana" ha detto giustamente Stephen Frears), ecc.
Eppure qualcosa non torna. Dove sta il coraggio che viene attribuito a Benigni? Nell’essersi inserito nel filone di sfruttamento commerciale dell’olocausto, avviato con successo miliardario e onori personali da Spielberg con "Schindler’s list", attraverso una storiella normalizzante buona per mettere a posto le coscienze di spettatori distratti e senza memoria? Ecco, un vero coraggio Benigni lo avrebbe dimostrato se il suo film si fosse intitolato, come lucidamente ha commentato Jean Luc Godard, "La vita è bella ad Auschwitz". Non voglio dire che Benigni abbia sbagliato a scegliere il tono della favola per parlare dell’Olocausto: i romanzieri possono essere più fedeli degli storici, anche se certe superficialità nella ricostruzione sono un po’ gravi, soprattutto pensando all’impressione che ne possono aver ricavato tanti ragazzi a cui la scuola non ha insegnato niente, o quasi, sulla storia del Novecento. In realtà, poi, nella seconda parte il film vira verso un tono più realistico (il treno, le baracche, le casacche dei deportati), che serve per toccare di più le corde degli spettatori (secondo la lezione di Spielberg), ma è subito contraddetto dall’idea sulla quale si regge l’intera struttura, secondo cui nel lager si può giocare e, con la buona volontà, l’umorismo e una sana innocenza, si può anche vincere (un carro armato!): certo, ci sono stati momenti tristi ma, in fondo, la vita è bella e questo è il migliore dei mondi possibili! La strada della fiaba andava invece percorsa interamente, ma con toni più onirici e allegorici, per costruire un apologo sulla possibilità dell’uomo di resistere al male: forse però questo andava oltre le capacità degli autori e anche le loro intenzioni. Ma vi ricordate, tanto per dire quali erano le profonde motivazioni di Cecchi Gori, come il film è stato pubblicizzato? Con un manifesto rassicurante in cui si vedono Benigni e la moglie sorridenti su uno sfondo di cielo stellato. Il Natale non andava disturbato troppo.
Persino un piccolo film come "Train2 de vie" ha fatto meglio, con l’idea per cui anche le vittime possono assumere i comportamenti dei loro oppressori, e non ha dimenticato di ricordare come l’intera vicenda abbia avuto un finale per niente lieto e ottimista come quello inventato dal duo Benigni-Cerami. Roberto Benigni è senza dubbio un personaggio simpatico ma ha annacquato il suo talento in decine di apparizioni televisive e nell’inseguire un facile consenso di pubblico: era difficile, ahimé, aspettarsi ormai qualcosa di diverso e il successo agli Oscar, secondo me, lo premia proprio per questo.

Paolo Baldi

1
Fai come l’impressione che ti venga addosso da più direzioni contemporaneamente! (Daniele Luttazzi)

2
Si dice che Train de vie abbia fornito lo spunto a Benigni per il suo film: Benigni aveva infatti rifiutato la parte dello scemo del villaggio offertagli dal film francese per questione di impegni.

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