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2010
14
Mar

Shutter Island

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La trama si sviluppa come in un sogno. In un incubo. Traumi e ferite dell'anima che continuano a sanguinare. Piani temporali diversi che si susseguono e si fondono insieme. I ricordi della guerra, i campi di concentramento, il filo spinato e le mani degli ebrei che vi si aggrappano. Particolari. I ricordi della propria vita distrutta. La morte di una moglie, uccisa in un incendio, da un piromane.
Nella mente di Teddy Daniels, ispettore federale, l'arrivo a Shutter Island, un luogo di detenzione per malati psichici, mette in moto una serie di processi psicologici che lentamente portano alla luce avvenimenti rimossi e drammi ancora non superati. Teddy Daniels è sull'isola per compiere una missione, trovare una paziente scomparsa.
Durante le sue indagini, l'agente, verrà in contatto con una realtà agghiacciante, pregna della malattia mentale che striscia tra i corridoi del manicomio e scivolerà piano dentro se stesso fino alla scoperta di atroci verità.
Scorsese compie un'ennesima riflessione sulla violenza e l'uomo, solo che questa volta non la ricerca nell'ambiente in cui l'uomo cresce e vive quanto dentro gli abissi della propria psiche. Quest'opera è un potente viaggio nella mente umana e nelle sue distorsioni, il cinema diventa strumento per portare sullo schermo i processi primari del nostro cervello, quelli irrazionali e lo fa attraverso la forza delle immagini: reali, oniriche, allucinate, distorte. Il cinema come scrittura visiva della follia. Movimenti di macchina ascendenti e vertiginosi, montaggio e ritmo in preda ad attacchi di panico, inquadrature prodotte dal'assunzione di droghe psicotrope o da crisi da astinenza.
E poi la fisicità dell'isola, la sua inquietante presenza. Shutter Island è anche un film di elementi, di forze distruttrici. Il vento, la pioggia, la tempesta. E la roccia. Le scogliere fredde e nere. L'acqua che circonda e distacca questo luogo dal mondo. L'isola è la proiezione materiale dell'orrore che contiene.
Scorsese, come accade nelle sue opere meno personali (Cape Fear, The Departed) usa i meccanismi di genere (narrativo, cinematografico) per un lavoro attento e sperimentale sulle varie componenti filmiche (regia, sonoro, colori, fotografia, montaggio) rispettando sempre un'idea di cinema che si muove tra autorialità e mercato e che riesce a trasmettere, ogni volta, l'immenso amore che il regista americano prova per questa arte.

 
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:: Emiliano Bertocchi
Mi chiamo Emiliano Bertocchi. Sono nato a Roma il 22 giugno 1979. Perchè scrivo? Credo sia questa la domanda a cui debba rispondere. Scrivo perchè ne ho bisogno. Niente di più e niente di meno. Scrivere non è un hobby, o uno svago, o una cosa da fare tanto per fare. Almeno non per me. Io ne Sento il bisogno. Quando sto male, quando mi rode, quando sono incazzato, quando vorrei distruggere qualsiasi cosa ho davanti, quando amo, quando sto fuori, quando vivo. L' altra volta sono andato a un reading di poesie e mi sono accorto che leggere le mie poesie davanti ad altri è stato come andare in giro a raccontare a degli sconosciuti la propria vita. Preferisco stamparle e farle leggere le mie cose, piuttosto che leggerle io stesso. C'è meno intimità. E poi il lettore ritrova sempre se stesso nelle pagine che legge ed è preferibile che non si specchi troppo con chi le ha scritte. Scrivere è la mia libertà, il foglio bianco è la mia Anarchia, perchè lì sono veramente libero di poter dire, essere e fare tutto quello che voglio e come lo voglio. Gli scrittori che mi hanno fatto iniziare sono stati Charles Bukowski e Jack Kerouac. Grazie. E un grazie anche alle parole... le mie dolci amiche... vi prego non lasciatemi... non lasciatemi mai.
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