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2001
25
Feb

Cinema d'impegno

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Cinema d'impegno

Se "Rosetta" ha dato una scossa al cinema sul lavoro in Francia, da noi pare di assistere ad una piccola rinascita del cosiddetto "cinema d'impegno", anche se i registi scansano questa definizione per non essere frettolosamente catalogati (si legga un articolo precedente su Guido Chiesa ed il suo "partigiano Johnny") o per non cadere nel luogo comune, come invece sottolinea Pasquale Scimeca dopo la proiezione di "Placido Rizzotto".
L'occasione è data, come spesso accade, dal cinema "Rosebud" di Reggio Emilia che ospita una mini-rassegna di film curata dalla Camera del Lavoro del capoluogo per festeggiare i propri 100 anni di vita. Dopo il discorso d'apertura del sindacalista (un po' lungo...) comincia il film e qualcuno nota subito che stiamo per vedere un film sulla mafia girato da un vero siciliano, e non è così scontato se ci pensate. La scena iniziale potrebbe far pensare all'inizio di un'eroica biografia come ne sono state fatte in passato, film che spesso non hanno lasciato il segno per l'eccessiva caratterizzazione e astrazione del personaggio. In questa prima scena si vede Placido Rizzotto, anche se ancora non lo conosciamo come tale, assistere all'arresto del padre per "associazione a delinquere" e poi, cresciuto, correre disperatamente tra i boschi per raggiungere il macabro pic-nic di alcuni soldati tedeschi che, ignari della fine della guerra, stanno pranzando sull'erba ammirando l'agonia di alcuni prigionieri impiccati. Rizzotto non riuscirà a salvarne nemmeno uno, forse indeciso tra l'istinto omicida nei confronti degli invasori e quello di salvare i compatrioti. Poi il film comincia sul serio. Rizzotto torna dopo la guerra a Corleone dove la mafia è viva, dove la mafia permea il tessuto sociale, dove la mafia è ancora una sorta di criminalità contadina, antica come le rughe dei vecchi capi oramai inascoltati, dove la mafia è un tutt'uno con gli abusi famigliari, l'omertà, l'ignoranza della gente. Non siamo ancora alla criminalità di "
Le mani sulla città1", ad esempio, la criminalità degli appalti, dei contatti internazionali, dei traffici di armi e droga. Qui la mafia è ancora legata, legatissima, alla terra, al dominio feudale. La storia di Placido Rizzotto è narrata da un cantastorie ad un pubblico odierno, come a voler sottolineare la contemporanea ancestralità e l'attualità dello stesso fenomeno. Placido Rizzotto è fin troppo spavaldo, lo si vede da subito. E' il solo che abbia visto Roma veramente ed è il solo in grado di organizzare i contadini per occupare le terre lasciate incolte dai clan della zona. E' il solo a dare il petto all'arroganza silenziosa dei mafiosi. E' il primo, infatti, ad essere ucciso tra l'apparente indifferenza del paese, oramai abituato a piangere in silenzio, a subire l'ennesima prova di forza dei veri padroni. Qui lo stato è lontano, ma non troppo. Con stile asciutto e quasi documentaristico, Scimeca ci mostra il teatrino delle deposizioni fatte al maresciallo Dalla Chiesa, uno che dice di avere fatto semplicemente il proprio dovere a chi lo ringrazia per avere fatto giustizia. "Placido Rizzotto" è un film di morti. Rizzotto stesso, naturalmente, e poi tutti i nome del lungo elenco che lui stesso prima ed il suo successore Pio La Torre (ucciso pochi anni dopo) snocciolano di fronte ai contadini. Cristo, poi, alla cui deposizione il paese assiste grazie ad uno spettacolo messo in scena in paese. Le donne, vive ma costrette al silenzio ed ai soprusi.
Il confronto con il recente "
I cento passi2" è d'obbligo, anche se i due film sono pensati e girati in modo molto diverso, il confronto con i film sulla mafia visti fino ad ora è altrettanto obbligato e "Placido Rizzotto" si impone per la precisa narrazione dei fatti, grazie anche alla mole di lavoro che Scimeca ha fatto sugli atti originali della vicenda. Pasquale Scimeca parla del suo film come di qualcosa che "doveva fare", una sorta di esorcismo personale, aggiungo io, per un siciliano che non dimentica e che vuole sapere. Un buon film, sicuramente, anche perché il regista ha voluto dare un ruolo di primo piano anche al paesaggio siciliano, ai volti, agli interni delle mura domestiche, come lui stesso ha voluto fortemente precisare al termine della proiezione. Il dibattito che ne è seguito è stato interessante per ricordare come in quegli anni le insurrezioni "comuniste" al sud fossero tante e forti, come poi è finita è sotto gli occhi di tutti.

Michele Benatti

1
Bellissimo film di Francesco Rosi su Napoli e gli abusi edilizi.

2
Il nostro candidato per l'Oscar 2001.

 
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:: Michele Benatti
Michele Benatti, Nasce nel 1970 tra le bonifiche ferraresi ma cresce in provincia di Reggio Emilia tra le ciminiere delle ceramiche castellaranesi. Un'insana passione per l'informatica lo porta addirittura alla laurea breve ma si dice che abbia sbagliato mestiere. Appassionato spettatore di cinema extrastatunitense e di letture slave, matura col tempo una capacità critica tale da poterne addirittura scrivere. Estroverso ma timido, miope ma acuto, pallido ma sanguigno sono le caratteristiche di Michele Benatti.
 
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