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2009
19
Dic

Moon

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Ci sono momenti di assoluta solitudine. Di consapevolezza di quanto la vita sia vana. Di quanto sia solo un'atroce illusione. Sam Bell che guarda la terra, sapendo di essere solo la copia di un'altra persona. Sapendo che non ci sarà nessuna moglie ad aspettarlo a casa. Nessuna esistenza diversa da quel lavoro per il quale è stato creato. Tre anni di durata biologica. Poi la morte. Poi un'altra copia che prenderà il tuo posto. Implicazioni esistenziali e filosofiche. E una lucida analisi del capitalismo moderno. Del lavoratore visto come un essere senza sentimenti ed emozioni, un corpo che deve portare a termine i propri compiti e che può e deve essere sostituito quando perde la sua efficienza.
Duncan Jones usa di nuovo la fantascienza come genere cinematografico capace di riflettere sul presente, costruisce una storia in cui ogni elemento narrativo è ben calibrato per lo sviluppo del plot, non cerca soluzioni impossibili o visioni estreme, la sua è una attenta ricognizione della fragilità umana e del suo bisogno di sentirsi amato, di quanto la società possa essere crudele nei suoi confronti, di quanto il capitale se ne freghi dei nostri sogni e dei nostri reali bisogni.
L'occhio dell'unico "amico" di Duncan sulla stazione lunare è quello di un computer di nome GERTY, che assomiglia ad HAL senza averne la stessa distruttiva coscienza, la macchina in questo caso sembra voler aiutare l'uomo e di grande interesse è l'idea di aggiungere uno schermo con degli emoticon che danno calore e senso alle parole del computer. In un tentativo di simulare quelle espressioni facciali che sono indispensabili per creare un qualsiasi contatto umano.
Intensa e a tratti commovente è l'interpretazione di Sam Rockwell che raccoglie nel suo volto e nel disfacimento del proprio corpo il dolore di una consapevolezza che poi è quella di ciascun uomo. La morte che ci attende. L'amore come inganno. La solitudine come condizione del nostro essere.
La luna e il suo silenzio. Un modo diverso di guardare la Terra. Una visione così meravigliosa che solo la lontananza siderale sembra poter rendere ancora possibile.

 
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:: Emiliano Bertocchi
Mi chiamo Emiliano Bertocchi. Sono nato a Roma il 22 giugno 1979. Perchè scrivo? Credo sia questa la domanda a cui debba rispondere. Scrivo perchè ne ho bisogno. Niente di più e niente di meno. Scrivere non è un hobby, o uno svago, o una cosa da fare tanto per fare. Almeno non per me. Io ne Sento il bisogno. Quando sto male, quando mi rode, quando sono incazzato, quando vorrei distruggere qualsiasi cosa ho davanti, quando amo, quando sto fuori, quando vivo. L' altra volta sono andato a un reading di poesie e mi sono accorto che leggere le mie poesie davanti ad altri è stato come andare in giro a raccontare a degli sconosciuti la propria vita. Preferisco stamparle e farle leggere le mie cose, piuttosto che leggerle io stesso. C'è meno intimità. E poi il lettore ritrova sempre se stesso nelle pagine che legge ed è preferibile che non si specchi troppo con chi le ha scritte. Scrivere è la mia libertà, il foglio bianco è la mia Anarchia, perchè lì sono veramente libero di poter dire, essere e fare tutto quello che voglio e come lo voglio. Gli scrittori che mi hanno fatto iniziare sono stati Charles Bukowski e Jack Kerouac. Grazie. E un grazie anche alle parole... le mie dolci amiche... vi prego non lasciatemi... non lasciatemi mai.
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