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2009
23
Nov

Up

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I primi dieci minuti di Up sono pura poesia. Le immagini riescono ad esprimere il senso profondo di un'intera esistenza. Un senso comprensibile da tutti e per questo condivisibile. In dieci minuti vengono racchiuse sensazioni ed esperienze che ogni uomo e ogni donna provano nella loro vita. L'infanzia, l'amicizia, il passare del tempo, la vecchiaia, la morte. E la cosa più importante di tutte: l'amore.
La Pixar continua a percorrere una strada che passando attraverso la riscoperta del cinema muto (Wall-e) arriva a livelli tecnologici e grafici sempre più alti, dove lo sviluppo della storia porta alla luce un nuovo umanesimo che mette al centro dell'estetica e della poetica della Pixar non tanto l'uomo in senso figurativo quanto il suo cuore, il suo sentire, ecco perché ogni film emoziona lo spettatore fino alle lacrime, perché capace di cogliere quegli aspetti della nostra natura che ci rendono in grado di sentire l'altro (o il diverso) come parte di noi stessi.
Anche in Up assistiamo ad una storia di amicizia e avventura, tra un anziano signore e un giovane boy-scout. Assistiamo alla riscoperta da parte di Carl della voglia di vivere e di affrontare il futuro, quando sembrava che il suo viaggio nella vita fosse destinato a concludersi nella solitudine e nel vivido ricordo della moglie scomparsa. Up è un film che parla anche dei sogni, della memoria, del peso dei ricordi. La casa che Carl si porta appresso è il simbolo della vita vissuta, di tutto quello che ci portiamo dietro e che un giorno, improvvisamente, impariamo a lasciarci alle spalle, guardando di nuovo verso il domani e le sue sorprese. Ma la casa rappresenta anche i sogni (forse) irrealizzati di Carl, sogni che invece hanno trovato negli anni un altro modo per diventare realtà come scopriamo nella commovente scena in cui guarda l'album delle foto della moglie.
La magia dei film della Pixar è nelle sensazioni che sanno trasmettere, trasformando il cinema in una cassa di risonanza emotiva, dove a vibrare, al di là delle immagini, sono i sentimenti dello spettatore. E' un cinema capace ancora di meravigliare e meravigliarsi, in una sintesi perfetta tra passato e futuro, nella continua ricerca di un messaggio che sappia ricordarci la profonda bellezza dell'essere umano.

 
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:: Emiliano Bertocchi
Mi chiamo Emiliano Bertocchi. Sono nato a Roma il 22 giugno 1979. Perchè scrivo? Credo sia questa la domanda a cui debba rispondere. Scrivo perchè ne ho bisogno. Niente di più e niente di meno. Scrivere non è un hobby, o uno svago, o una cosa da fare tanto per fare. Almeno non per me. Io ne Sento il bisogno. Quando sto male, quando mi rode, quando sono incazzato, quando vorrei distruggere qualsiasi cosa ho davanti, quando amo, quando sto fuori, quando vivo. L' altra volta sono andato a un reading di poesie e mi sono accorto che leggere le mie poesie davanti ad altri è stato come andare in giro a raccontare a degli sconosciuti la propria vita. Preferisco stamparle e farle leggere le mie cose, piuttosto che leggerle io stesso. C'è meno intimità. E poi il lettore ritrova sempre se stesso nelle pagine che legge ed è preferibile che non si specchi troppo con chi le ha scritte. Scrivere è la mia libertà, il foglio bianco è la mia Anarchia, perchè lì sono veramente libero di poter dire, essere e fare tutto quello che voglio e come lo voglio. Gli scrittori che mi hanno fatto iniziare sono stati Charles Bukowski e Jack Kerouac. Grazie. E un grazie anche alle parole... le mie dolci amiche... vi prego non lasciatemi... non lasciatemi mai.
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