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2002
25
Dic

Giorgio

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Giorgio
Settimo Classificato

...L'uomo che infligge morte è colui che più la teme; è un paradosso, ma chi procura la morte, cerca disperatamente di comprenderla, di penetrare la mente di Dio.

Resta poco o niente in tasca ed è un mese che non bevo. Ho smesso di pensare a tutte le questioni aperte, alle cave di zolfo, ai giorni trascorsi con Marta; tutto si è adagiato in terra, increspandosi in queste pozze d'acqua, con la notte che si scioglie in polvere.
Ho la bocca impastata di zucchero e da quando so di essere malato il mondo continua a rovesciarsi sul pavimento per rotolarsi, ridere, stringersi alle mie gambe. Mi chiama Cattedrale e io un po' ci credo, poi assumo amiodarone e il mondo si ricompone. Cattedrale che apre le sue porte, Cattedrale che ci crede. E ne parlo poco con il mondo, della mia malattia. Non ho molto da dire e il discorso viene a noia e non c'è soluzione. E resta niente in tasca. Stringo l'aria tra i denti. Il fiato che si sflana fuori. Le strade nere di pioggia, deserte, chiazzate di luce.
Da un mese la malattia mi corrode. Niente è stato più netto. Il sangue...la carne e i pori grondi di sangue. Dapprima appare una crosta sotto l'occhio, così piccola quasi da non esserci, appena visibile. E che si allunga, affiora dalla carne, guadagna sempre più epidermide. La pelle si apre fino a sformarsi in labbra. Quello che tu senti è sale su labbra secche, rotte; ruggine che stria i muscoli. E suoni, suoni lentissimi e vuoti.
Io do un volto alla malattia, che chiamo familiarmente Giorgio; la mattina, sul presto, immagino il suo volto in tutte le possibili espressioni: Giorgio che sorride e Giorgio che si lega le scarpe; Giorgio giù dal salumiere secco teso a spiegare che è vegetaliano. Giorgio che parla alla stampa chiarendo, vera puttana, i propri meccanismi di contagio...Sorride, ma è guercio e ha la fronte intarsiata di piaghe, macchie purulente che gli solcano il cranio, raschiano via i capelli.
Il contagio. Cerco di fissarne l'istante. Studio l'atto dall'esterno; osservo me, Cattedrale. Il processo è evidente: è il virus che si fa carne; Giorgio che si fa Cattedrale. 'Ché Giorgio, Cattedrale lo fissa. Chiede a Cattedrale di ripetersi. Movimento labiale di labbra. Surrurra qualcosa a Marta, che di rimando ghigna. D'un tratto Giorgio gli è sopra, tiene Cattedrale per il collo, glielo stringe. Giorgio è lì che ride e ride e sputa fuori i denti. Urla, Cattedrale, urla, ho voglia di sentirti gridare. E Cattedrale cade, rotola in terra. Col corpo che gli si fora, gratta contro l'asfalto. Con Marta che si preme addosso e Giorgio lì sopra a scoparlo... Marta non l'ho più rivista e neanche l'ho cercata. Lei è affondata nella neve, un giorno, e non è più riemersa. Nessuno le ha chiesto nulla.
E una sera ho preso Giorgio per il braccio, gli ho detto di smettere e che non può continuare, gli ho urlato: "I vicini si lamentano". Gliel'ho urlato forte, quella sera, e quello neanche mi ha ascoltato. Mi ha trascinato nel cesso ed è stato come sempre. Lui mi preme il petto sul water con me che fisso lo sguardo su un oggetto qualsiasi: un rubinetto in ghisa cromato, un lavandino, mattonelle in maiolica ocra, il sego in terra. Umidità di urina. S'insapona il pene, mi penetra: Giorgio lì, sopra Cattedrale, a fotterla. Sento piegarsi lo stomaco e lo stomaco che si rovescia in gola. Gli occhi chiusi, coi ricordi che si addensano intorno alle cave di zolfo. Pozzi profondi, comunicanti tra loro per mezzo di gallerie gonfie di glebe di zolfo misto a varie terre con ossido rosso di ferro, e ancora solfuro d'antimonio; strette tra strati di pietra calcaria e argillosa investiti di acido solforico che li decompone in solfato di calce e allumina. Sento lo zolfo che invade le narici. Apro gli occhi. Giorgio se n'è andato. Sono solo. In terra. Mi appiglio al lavandino con la mano chiazzata di sego. In piedi. La mano gira il rubinetto. La cromatura mi si lega al palmo. Le tubature vibrano. Otturato, il lavandino trabocca; affondo la testa nell'acqua. Uno specchio in fondo al servizio: mi avvicino; osservo ciò che è il mio volto. Sorrido, guercio come Giorgio e con la fronte intarsiata di piaghe, macchie purulente che mi solcano il cranio, raschiano via i capelli.
Credo di comprendere Giorgio, le sue motivazioni profonde. Eppure non condivido questo suo bisogno di morte. Io voglio esserci. Ora che ti bacio, ti accarezzo. Voglio esserci.

Christian Del Monte
 
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:: Christian Del Monte
Christian Del Monte nasce a Matera il 08/04/1975. Dopo aver conseguito la maturità classica presso il liceo classico ginnasio ''Quinto Ennio'', a Taranto, e aver frequentato per due anni l'università di Salerno, è adesso laureando presso l'Università di Bologna in Semiotica del testo di Scienze della Comunicazione, con una tesi sul libro The Soft Machine, di William Burroughs. Nel corso degli anni, Christian del Monte si è accostato nei più svariati modi alla scrittura. Prima come giornalista: tra il 1990 e il 1994 collabora con diverse testate giornalistiche tarantine. Poi come poeta: tra il 1995 e il 1996 scrive due raccolte di poesie: Intermezzi e Princìpi. Infine, dall'estate del 1997 si interessa di scrittura in prosa e di saggistica semiotico-testuale. Inizia in quel periodo a scrivere Marta. In questo lavoro Del Monte si propone di liberare la scrittura dai vincoli imposti dai concetti di trama e di personaggio, attraverso una focalizzazione, non simbolista, posta sugli oggetti presenti nelle storie narrate, una totale semplificazione della trama e l'appiattimento del personaggio sulle sue azioni fisiche e percettive. Nel 1998 scrive Écru una raccolta di cinque racconti brevi: Martedì, Silvestro, DùNAMIS, Stretto e Fiore. che sviluppano ulteriormente le problematiche emerse in Marta. In particolare, Martedì approfondisce la tecnica del cut-up e del fold-in, utilizzando come base Marta. Silvestro oggettualizza i personaggi, trasponendo in prima persona le tecniche narrative elaborate in Marta. DùNAMIS continua a esplorare la problematica del dialogico in prima persona, con una particolare attenzione alla ritmicità del suo intrecciarsi. Stretto si costruisce intorno all'intento di realizzare una topografia dello spazio dialogico e di quello narrativo. Fiore, infine dichiara con la sua peculiare prosa i confini poetici entro cui écru si pone. Nel 1999 scrive Steady-cam, un racconto lungo in cui le tematiche espresse dai precedenti lavori si sposano con una struttura narrativa, pur entro certi limiti tradizionale. Tra gli altri lavori realizzati in questo periodo sono da annoverare un lavoro teatrale per l'infanzia: Diavolo e Angelo e due sceneggiature per cortometraggi: Frattaglie e John Wayne e la lumaca.
 
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