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2004
25
Nov

Venezia 2004: quelli che i film...

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VENEZIA 2004: QUELLI CHE I FILM …

Una volta rientrati alla quotidianità, dopo la parentesi onirica del Festival di Venezia, rimettendo insieme gli appunti, i ricordi confusi dei film, mescolati alle briciole dei pasti frugali e fuggitivi che ci hanno nutrito in quei giorni, emergono nei nostri pensieri solo le sensazioni più forti, le pellicole più emozionanti, libere da quella struttura e quel calendario ristretto che ci hanno/siamo imposti per dieci giorni. Cosa ci rimane? Sicuramente la consapevolezza di aver visto molte pellicole, di aver visto qualcosa di bello, molto di medio, diverso di pessimo, ma che alla fine Marco Muller è risultato vincente nella sua scelta di rendere protagonisti i film anche a scapito della struttura organizzativa, accontentando sia le esigenze del pubblico sia le esigenze dei critici, e soprattutto aver dato un'ampia rassegna di tutte le tendenze della cinematografia mondiale.

Quelli che sono le note liete.

- Innanzi tutto i film premiati.
"Vera Drake" di Mike Leigh, ottima regia per una storia di aborti clandestini nell'Inghilterra degli anni '50, Coppa Volpi (meritatissima) come migliore attrice alla protagonista Imelda Staunton e Leone d'Oro per il miglior film (forse più riconoscimento alla carriera che a questa specifica pellicola); "Mar Adentro" di Alejandro Amenábar, tratto dalla storia vera di Ramòn Sampedro, fermo, dopo un incidente che lo ha reso tetraplegico, in un letto per trent'anni, e della sua lotta sul diritto di scegliere di morire con dignità, rifiutando una vita di sofferenza e di dipendenza. Straordinaria interpretazione di Javier Bardem e meritatissima Coppa Volpi come miglior interpretazione maschile nonché Leone d'Argento (Gran Premio della Giuria); "Binjip" di Kim Ki-duk, Leone d'Argento (Premio Speciale per la Regia), e miglior film, in assoluto, visto a Venezia. Da vedere e da non raccontare. Solo una frase del regista: "Siamo tutti case vuote e aspettiamo qualcuno che rompa la serratura e ci renda liberi.". Chi vedrà il film, capirà; "Le Grand Voyage" di Ismaël Ferroukhi, storia del pellegrinaggio alla Mecca, insieme al figlio, di un anziano marocchino emigrato in Francia, e del rapporto contrastato che li lega, vincitore del Leone del futuro - Premio Venezia Opera. E poi tutti gli altri, "Saimir" di Francesco Munzi, "Vento di terra" di Vincenzo Marra, "Hauru no ugoku shiro" il nuovo film di animazione di Hayao Miyazaki ecc…
- La cinematografia giapponese.
Sicuramente fra le più positive viste a questo Festival. C'è stata la capacità di proporre pellicole assai differenti, ma egualmente interessanti. "Kohi Jikou" di Hou Hsiao-Hsien, film intimista che rende omaggio a Ozu; "Vital" di Shinya Tsukamoto, storia di uno studente di medicina che dopo un incidente in cui ha perso la memoria si ritrova a recuperare i brandelli del passato durante un'autopsia sul corpo della fidanzata rimasta uccisa nella medesima tragedia; "Izo" del regista di culto Miike Takashi, incessante massacro di un demone assassino alla ricerca della vendetta perenne; "Koi No Mon" di Matsuo Suzuki, delirante e divertente tuffo nel mondo dei manga giapponesi; "Hauru no ugoku shiro" di Hayao Miyazaki (prec. "La Citta incantata") e "Steamboy" di Katsuhiro Otomo (prec. "Akira") sfida ravvicinata tra due mostri dell'animazione giapponese e mondiale.

Quelli che potreste non vedere al cinema ma che se capita …, fateci un pensierino.

- "Dead Man's Shoes" di Shane Meadows, ispirato alle atrocità quotidiane, spesso dimenticate, commesse nei piccoli centri. Due fratelli e una vendetta che li unisce.
- "Palindromes" di Todd Solondz. Film spiazzante, come lo è il regista, non si sa se ridere o rabbrividire. Sicuramente non banale, quasi fastidioso (nel senso migliore del termine).
- "Un Mundo Menos Peor" di Alejandro Agresti. La riconciliazione con il passato, attraverso il recupero del rapporto con la famiglia.

Quelli che …le delusioni.

- La cinematografia italiana.
Quasi facendo da contraltare a quello che si è detto sulla cinematografia giapponese, si può impostare il discorso sul cinema italiano, che vede il suo grande limite proprio nel proporsi spesso con temi e sensazioni già viste, abbastanza comuni alla maggior parte delle pellicole, ed affrontati sempre con un senso di disagio e di pesantezza. Non dà molte speranze, gli argomenti trattati generalmente non ci riempiono di allegria e a parte qualche rara eccezione, soprattutto dai giovani registi, "Saimir" e "Vento di Terra" si salvano, anche Guido Chiesa (senza infamia ma neanche senza lode), e dalla conferma di Amelio (anche in questi casi le tematiche affrontate sono sempre delicate), spesso le pellicole sono mal costruite, i temi poco interessanti, le sceneggiature da brivido che mettono in serio imbarazzo anche i nostri attori (Placido per tutti, ma anche Mazzacurati, Santella e Puglielli), e c'è sempre, al di là delle eccessive critiche ed aspettative che si ingaggiano sempre nei confronti dei nostri film, una pericolosa sensazione di fiction.
- La cinematografia francese
Se noi non possiamo gioire, sicuramente neanche i francesi lo possono fare. Anche nel loro caso un senso di dejà vu è perlomeno ricorrente, ed anche se ci troviamo di fronte a maestri come Chabrol, le cui capacità di regia non si discutono, c'è sempre un senso di delusione. Inspiegabile poi il caso Claire Denis, la cui presenza ricorrente al festival sta diventando imbarazzante: dopo la brutta pellicola di due anni fa, ce ne ha donata un'altra ancora, se è possibile, peggiore. "L'Intrus", titolo quanto mai significativo.

Quelli ingiudicabili

I film americani. Sono quelli che vediamo al cinema durante la stagione, qualcuno è fatto bene ("The Terminal", ad esempio, di Spielberg) qualcuno delude, ma sono sempre quelli che ritroviamo primi ai botteghini e che il pubblico vede. Portano le star, danno lustro e gossip al Festival, nel bene e nel male trascinano, avvicinano le persone al cinema. La linea di confine. Non si può valutarli né per i contenuti, né per l'estetica. Alla fine sono sempre quelli preferiti anche dalla critica più esigente. Sarà…


Andrea Leonardi
 
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:: Andrea Leonardi
Sono nato a Reggio Emilia (dove ho sempre vissuto) il 20/1/1968. Diplomato geometra, avviato e interrotto l'Università d'Architettura di Firenze. Lavoro come geometra e disegnatore Cad presso uno studio tecnico in provincia di Reggio. Single (mettiamola così). Computer e Karate fra i miei hobby, ma una sola grande passione: naturalmente il cinema. Il mio avvicinamento ad un certo tipo di film di qualità è avvenuto in ritardo, dopo aver visto-capito che Rocky 5 era una cagata (meglio tardi che mai). Folgorato (la foto lo testimonia) ai tempi dell'università dai film francesi e da Juliette Binoche, l'amicizia con Michele e la collaborazione con Kult mi hanno dato l'ulteriore possibilità di avvicinarmi ai festival (esperienza assolutamente positiva).
 
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