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2004
25
Lug

Bellaria Film Festival 2004...

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Bellaria Film Festival 2004,
una bella sorpresa


Devo confessare di aver cercato e poi accettato l'invito al Bellaria Film Festival 2004 spinto più dalla voglia di mare e dalla voglia di portarci per la prima volta il mio piccolo, piuttosto che dalla voglia di cinema. L'anno scorso, lo scrissi per Kult senza risparmiarmi, il festival mi era parso dimesso, stanco, al capolinea. Il programma era stentato, non particolarmente interessante e così era anche la selezione dei corti e dei medi per il concorso principale.
Arrivo a Bellaria e già l'atmosfera è differente: c'è il passeggie dei festivalieri che mi sembrano più numerosi e attivi dello scorso anno, ed è già qualcosa. Non ho avuto occasione di vedere molto, ma devo elogiare l'organizzazione e l'ospitalità per aver supportato il festival con dell'ottimo materiale e con una buona dose di precisone, puntualità e cortesia.
Credo che la parte migliore di Anteprima sia il concorso stesso, ed è un bene. I lavori selezionati spaziano dalla fiction all'animazione, dal documentario all'inchiesta giornalistica. Rispetto al periodo adriatico di Enrico Ghezzi c'è un programma meno sperimentale e più reale, meno interiore e perciò più percettibile dal pubblico; io non posso che rallegrarmene.
Tra i lavori visti sono certamente da segnalare "Clochard si nasce" di Fabio Martina, proveniente dalla scuola del cinema di Milano. In 38 minuti si segue la vita da barbone di Sandro, ex broker assicurativo che ha scelto la strada non per necessità ma per perseguire alcuni valori che non trovavano posto nella vita di prima. La macchina da presa lascia spesso spazio alle chiacchiere di Sandro con gli altri clochard, e queste sono le sequenze migliori. Dell'eclettica Anna de Manincor è il cortometraggio "Die for me", ispirato alla canzone "Morireste per me?" di Manuel Agnelli, che firma anche le musiche. In "Die for me" si racconta di un gruppo di quattro ragazzi inseparabili un po' fuori dai soliti binari, loro amano le centrali e le raffinerie, le luci sfolgoranti che accecano la pianura anche di notte, il brusio dei macchinari e il mistero che c'è attorno. Una sera decidono di immergersi nel canale di scolo, ma uno di loro ha paura e cerca di convincere gli altri ad uscire: non sarà più lo stesso gruppo. "Die for me" è evidentemente il frutto del lavoro di persone talentuose, oltre al conosciutissimo Manuel Agnelli, Anna de Manincor mette in mostra una capacità di sintesi, una sensibilità di regia ed una visione della scena che la qualifica decisamente al di sopra della media dei lavori visti qui. Non bello come i precedenti, forse perché soffre l'esordio alla regia di una giornalista, è "Gli ergastoli bianchi", un'inchiesta sugli Ospedali Psichiatrici Giudiziari ancora esistenti in Italia, in bilico tra il carcere e il manicomio, o meglio vere e propri carceri-manicomi, col peggio di entrambe le strutture. Raccontato da Marina Piccone col taglio dell'inchiesta ma con un pizzico di libertà alla realtà e all'osservazione acritica, "Gli ergastoli bianchi" non colpisce come potrebbe, manca di profondità e si focalizza troppo su di un personaggio, Carlo, internato da 13 anni, interessante ma non sufficiente per narrare cosa succede là dentro. Su di "
Un'incerta grazia", girato al CPT "Regina Pacis" e in Moldavia, ci sarebbe da chiedersi quanto ha influito la committenza, e cioè l'associazione che ha avuto la gestione del CPT, guidata da Don Cesare Lodeserto. Le telecamere raccontano cosa succede a chi arriva nel CPT leccese, prima e durante, per poi finire il racconto in Moldavia dove l'omonima fondazione gestisce altre strutture di accoglienza. Il tutto è inframezzato dalle parole di Lodeserto e da tanti piccoli racconti di "ospiti" e collaboratori. Claudio Camarca, il regista che ha trascorso un anno intero dentro al CPT come volontario, sembra non riuscire a smarcarsi dall'ombra di video promozionale che grava sul lavoro, comunque godibile e mai banale dal punto di vista strettamente cinematografico. Il dubbio si insinua in un periodo di accese discussioni sulla legittimità e sull'opportunità dei CPT (Modena ne è un esempio vicinissimo a Kult), così come altri articoli sullo stesso lavoro sembrano dimostrarlo. Si leggano a tal proposito scritti di diversa opinione e orientamento ai seguenti link: http://www.meltingpot.org/articolo2839.html, oggetto=9516}http://www.chiesacattolica.it/pls/cci_new/edit_bancadati.apri_pagina?sezione=doc&tipo_ente=uff&id_oggetto=9516. In "Alla prima e alla seconda" raramente trovano posto commenti personali e politici, lasciamo ai lettori gli elementi per riflettere. Dopo l'inqualificabile "I pupi" di Giulio La Monica, incomprensibile almeno per me, chiudiamo con "Sabato sera", un eccellente lavoro del giovane Danilo Monte che trasferisce in video una storia accaduta a Casorezzo, Milano, ma che succede ogni sera da qualche parte d'Italia. Ragazzi in un paesino squallido e senza prospettive aspettano la sera per sballarsi un po', per aspettare il sabato successivo. La mia sinossi è piuttosto breve, ma non serve altro. Interpretato da giovani non professionisti, "Sabato sera" è un bell'esempio di come con un idea non originale ma precisa e dettagliata e con mezzi tecnici adeguati si possa realizzare qualcosa di interessante.
E allora ci vediamo l'anno prossimo a Bellaria.

Michele Benatti.
 
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:: Michele Benatti
Michele Benatti, Nasce nel 1970 tra le bonifiche ferraresi ma cresce in provincia di Reggio Emilia tra le ciminiere delle ceramiche castellaranesi. Un'insana passione per l'informatica lo porta addirittura alla laurea breve ma si dice che abbia sbagliato mestiere. Appassionato spettatore di cinema extrastatunitense e di letture slave, matura col tempo una capacità critica tale da poterne addirittura scrivere. Estroverso ma timido, miope ma acuto, pallido ma sanguigno sono le caratteristiche di Michele Benatti.
 
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