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2004
25
Apr

L'esposizione

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L'esposizione

Questo mese vorrei esaminare alcuni concetti di base della fotografia, a beneficio di coloro che hanno sempre scattato con impostazioni completamente automatiche. Spero di non annoiare i lettori più esperti, anche se un ripasso fa sempre bene!
Il termine stesso "fotografia" deriva dal greco e significa letteralmente "scrivere con la luce". Tramite la luce l'immagine viene infatti registrata sulla pellicola o sul sensore digitale.
La base per una buona fotografia è una corretta esposizione. La fotocamera controlla la quantità di luce che entra dall'obiettivo; il sensore viene esposto a questa luce e viene impressionato, ovvero registra una immagine.
Per capire l'interdipendenza dei parametri controllabili nel processo di esposizione, possiamo ricorrere alla famosa analogia del secchio d'acqua.
Dovendo riempire un secchio d'acqua, possiamo adoperare un piccolo getto dal rubinetto e impiegare parecchio tempo, oppure un potente idrante e impiegare pochi secondi. Anche la dimensione del secchio ha la sua importanza: un secchio piccolo si riempirà più in fretta di uno più grande. A seconda del tipo di getto d'acqua e del tempo impiegato, potremo riempire il secchio parzialmente, per intero o addirittura farlo traboccare.
Cosa significa tutto questo in termini di fotografia? Molto semplicemente l'acqua rappresenta la luce, l'apertura del diaframma rappresenta la portata del getto d'acqua, il tempo di scatto rappresenta il tempo per cui il rubinetto resta aperto, la sensibilità della pellicola o del sensore (il numero ISO) rappresenta la dimensione del secchio (bassa sensibilità il secchio grande e alta sensibilità il secchio piccolo).
Lo scopo finale è generalmente quello di ottenere una fotografia correttamente esposta, ovvero creata dalla giusta quantità di luce (secchio perfettamente pieno), in modo da non risultare nè troppo chiara (sovraesposta; secchio che trabocca) nè troppo scura (sottoesposta; secchio pieno solo parzialmente).
Vediamo uno per uno i parametri coinvolti.

Apertura del diaframma

Il diaframma è una apertura tra obiettivo e sensore in grado di aprirsi e richiudersi per lasciar passare un certo quantitativo di luce. Se la vostra fotocamera è qualcosa di più di una semplice punta-e-scatta, dovreste poter impostare manualmente l'apertura del diaframma specificando se volete che si apra di più o di meno. Di solito qusta modalità di scatto viene marcata sulla ghiera selettrice dalla sigla Av.
I numeri che specificano l'apertura possono confondere in un primo momento, perchè ad una apertura grande corrisponde un numero piccolo e viceversa. Questo accade perchè il numero che specifica l'apertura del diaframma indica in realtà una frazione della lunghezza focale f dell'obiettivo considerato.
Ad esempio con un obiettivo di lunghezza focale pari a 50mm, impostare il diaframma a f/4 significa aver un foro del diametro di 50 / 4 = 12,5 mm. Un obiettivo di focale più corta, ad esempio un 28mm, avrà a f/4 una apertura pari a 28 / 4 = 7mm.
Con semplici calcoli si può verificare che il passaggio da un numero a quello successivo della scala della aperture (aumento di uno stop) comporta il dimezzamento dell'area del foro di apertura del diaframma e quindi anche della quantità di luce che da esso passerà in una certo intervallo di tempo. Passare da un numero a quello precedente comporta il passaggio di una quantità di luce doppia.
A titolo di esempio nella tabella seguente possiamo vedere come variano il diametro e l'area del foro per un obiettivo da 50mm e per i valori classici di apertura (nella prima colonna).

AperturaAFocale (mm)FdiametrodareaaA1,4150535,7131001,59112,0250525,002490,78422,8250517,851250,40224,0450512,501122,70145,655058,92862,60658,085056,25630,673811,015054,54416,221116,015053,1237,677122,025052,2724,0642
Per un obiettivo di diversa lunghezza focale i valori numerici naturalmente cambieranno, ma si avrà sempre che il passaggio da uno stop a quello adiacente nella scala comporta il raddoppiare o il dimezzare la quantità di luce (proporzionale all'area del foro, l'ultima colonna) che entra nella fotocamera.
Oltre al contributo importantissimo all'esposizione, l'apertura del diaframma gioca anche un altro ruolo assai prezioso in fotografia, il controllo della profondità di campo. In una fotografia non sempre tutto è perfettamente nitido (a fuoco); spesso la "zona di nitidezza" si estende a partire da una certa distanza dalla fotocamera fino ad un a seconda distanza. L'ampiezza di questa zona dove i soggetti appaiono nitidi è detta profondità di campo. Ad aperture grandi (numero f piccolo) corrisponde una profondità di campo molto ridotta, mentre ad aperture via via più piccole (numero f grande) corrisponde una profondità di campo sempre più ampia. Anche la lunghezza focale dell'obiettivo incide sulla profondità di campo: il teleobiettivo la riduce mentre il grandangolo l'aumenta. Con obiettivi zoom si ha un effetto graduale per tutta l'escursione dello stesso.
Per il ritratto si cerca normalmente una piccola profondità di campo, in modo da sfocare lo sfondo e mettere in risalto il viso del soggetto che risulterà a fuoco. Per il paesaggio solitamente si ricerca una grande profondità di campo, in modo da mettere a fuoco tutto quello che entra nell'inquadratura.

Tempo di scatto
Il tempo di scatto impostabile dal fotografo è il lasso di tempo (solitamente brevissimo) in cui il diaframma rimane aperto, lasciando entrare la luce nella fotocamera ed esponendo il sensore.
Oltre a giocare un ruolo essenziale nell'esposizione, il tempo di scatto ci permette di "congelare" il movimento del soggetto o viceversa di renderlo indistinto con un effetto "mosso". Tempi rapidi faranno sembrare immobile anche l'acqua che scorre, tempi lunghi introdurranno una sfocatura da movimento nei soggetti non immobili.

Sensibilità ISO
Questo valore indica la sensibilità della pellicola o del sensore. Un sensore maggiormente sensibile ha bisogno di una scarsa quantità di luce per essere esposto correttamente; è possibile pertanto esporre con tempi brevi anche in situazioni di scarsa luminosità.
Il prezzo da pagare per un valore ISO elevato è l'apparizione del rumore, una sorta di disturbo sotto forma di una "granella" di pixel dai colori alterati che cosparge tutta l'immagine. Anche nelle foto tradizionali si osserva questo problema, sotto forma di una generale granulosità dell'immagine, dovuta alle maggiori dimensioni dei cristalli fotosensibili nelle pellicole ad alta sensibilità.
Per la fotografia digitale il valore ISO tipico è di 50 o 100 e arriva solitamente fino a 800, mentre per la fotografia tradizionale solitamente si usano pellicole a ISO 100 e ne esistono di sensibilissime (anche ISO 1600).

Per questo mese chiudiamo qui ricordando che la teoria è buona cosa, ma che la pratica e l'esperienza sono indispensabili! Cosa aspettate? Prendete in mano la fotocamera e iniziate a sperimentare...
Buone fotografie a tutti!!

Massimo Borri
 
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:: Massimo Borri
Massimo Borri, nato il 6 marzo 1971, diplomato alla Scuola di Informatica dell’Università di Modena, attualmente lavora come referente informatico per la stessa università, presso il Dipartimento di Chirurgia della facoltà di Medicina. Si occupa principalmente di fotografia, video editing e grafica 2D e 3D (con Blender 3D), oltre che di consulenza informatica a tutto campo. Innamorato profondamente del Giappone e di tutti gli aspetti della sua cultura, ha come hobby lo studio della lingua giapponese. Adora il gioco del Go con cui cimenta regolarmente assieme agli amici del Go Club del Tortellino. Ama il blues e il rock anni ’70, leggere e disegnare fumetti, il cinema e la letteratura di fantascienza, i giochi di ruolo. Ha scoperto nei libri di Thich Nhat Hanh il volto umano del buddhismo. Si interessa di filosofie orientali, arti marziali (ha praticato karate, taijiquan, kali) e in generale di tutto ciò che porta equilibrio e serenità. Per KULT ha curato in passato le sezioni dedicate a fumetti e animazione giapponesi e alla lingua del sol levante; attualmente scrive recensioni di applicazioni per Ipad.
 
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