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2006
28
Mar

V per Vendetta

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Un'idea. Qualcosa di astratto e intangibile. Qualcosa che gli uomini non possono toccare o mangiare o baciare. Qualcosa per cui però vale la pena vivere o morire.
Le idee sono quelle che ci controllano. Ma sono anche la nostra unica via di salvezza.
In un'idea più uomini si possono riconoscere e con questo farla propria. In nome di un'idea le bombe esplodono, i simboli si distruggono (o si creano).
Ed è questo il compito di V. Ricordare agli uomini la libertà che hanno dimenticato, diventare quell'idea che potrebbe unirli per cambiare il mondo.
Partendo da questi presupposti più che interessanti i fratelli Wachowski scrivono la loro storia perdendosi però lungo la strada della loro presunta rivoluzione.
Il carattere fumettistico del personaggio ne sfalda a volte la credibilità. I suoi monologhi scivolano spesso in un logorroico labirinto verbale e le piccole manie che lo caratterizzano (la teatralità, il gusto cinefilo, la colazione preparata in grembiule) sconfinano nel ridicolo.
Alcuni (super)eroi dello schermo ce lo ricordano nel modo di agire e di presentarsi: Darkman e Batman su tutti.
Visivamente e stilisticamente il regista si limita ad un'operazione di ricalco di tutto quanto il cinema di tendenza di questi ultimi anni ha saputo offrirci, da Matrix a Fight Club.
Il momento più suggestivo (ed è in puro stile Chuck Palanhiuk) è quando veniamo a scoprire chi era il vero aguzzino di Evie mentre lei era in cella.
Limitati (purtroppo) i riferimenti alla società in cui V si muove e vive. Se ne mostra l'aspetto dittatoriale e di controllo, ma non la vita reale e le persone che ne fanno parte (se non nel loro ruolo di telespettatori). Risulta quindi impossibile una vera identificazione da parte del pubblico che si limita a ritrovare sullo schermo solo molti degli stereotipi della fantapolitica da Orwell in poi.
L'esplosione finale fa più ridere che altro, con tutti quei fuochi di artificio (ma che siamo a una festa?). Esattamente l'opposto del finale di Fight Club, dove il crollo dei simboli del potere aveva tutt'altro significato ed enfasi.
Non avendo letto il fumetto originale non posso dire quanto i Wachowski siano stati fedeli al testo di partenza e quanto abbiano messo di loro.
Però la puzza di operazione furba e commerciale è nell'aria, senza per questo togliere nulla alla giustezza di molte delle idee e delle opinioni di V e al suo più che legittimo desiderio di rivolta&vendetta.
A differenza di molti degli eroi mascherati che conosciamo, che hanno quasi tutti una doppia identità, V è tutt'uno con il suo personaggio. Proprio perché in questo caso è solo la sua maschera ad avere senso (l'idea che rappresenta) e non l'uomo che vi è sotto.
Ed è in questa ottica che va inteso il finale del film, dove indossando tutti una maschera uguale gli uomini si uniscono in ciò che essa rappresenta. In questo modo non sono più gli uomini a significare qualcosa ma solamente il simbolo che sono diventati. L'idea che sono.
Ad un livello politico quindi dovrebbero essere le masse a decidere e ad avere la forza di cambiare il mondo. Ma il problema che ci continua a perseguire è il seguente – chi controlla le masse è dalla loro parte o le sfrutta?
E' questo il pericolo delle idee, che per quanto ci possano sembrare giuste alle volte sono sbagliate. E' tutta una questione di come porre le cose. Per questo bisogna starci attenti con le idee perché non ci mettono niente a diventare fanatismo o ideologia o dogma.
Vorrei concludere con le parole di Giorgio Gaber:

Un'idea, un concetto, un'idea
finché resta un'idea è soltanto un'astrazione
se potessi mangiare un'idea
avrei fatto la mia rivoluzione.

 
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:: Emiliano Bertocchi
Mi chiamo Emiliano Bertocchi. Sono nato a Roma il 22 giugno 1979. Perchè scrivo? Credo sia questa la domanda a cui debba rispondere. Scrivo perchè ne ho bisogno. Niente di più e niente di meno. Scrivere non è un hobby, o uno svago, o una cosa da fare tanto per fare. Almeno non per me. Io ne Sento il bisogno. Quando sto male, quando mi rode, quando sono incazzato, quando vorrei distruggere qualsiasi cosa ho davanti, quando amo, quando sto fuori, quando vivo. L' altra volta sono andato a un reading di poesie e mi sono accorto che leggere le mie poesie davanti ad altri è stato come andare in giro a raccontare a degli sconosciuti la propria vita. Preferisco stamparle e farle leggere le mie cose, piuttosto che leggerle io stesso. C'è meno intimità. E poi il lettore ritrova sempre se stesso nelle pagine che legge ed è preferibile che non si specchi troppo con chi le ha scritte. Scrivere è la mia libertà, il foglio bianco è la mia Anarchia, perchè lì sono veramente libero di poter dire, essere e fare tutto quello che voglio e come lo voglio. Gli scrittori che mi hanno fatto iniziare sono stati Charles Bukowski e Jack Kerouac. Grazie. E un grazie anche alle parole... le mie dolci amiche... vi prego non lasciatemi... non lasciatemi mai.
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