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1997
25
Nov

Pillole

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Pillole


Pillole rosa, pillole blu. Ritmiche, lente, oserei dire melodiose.
Non è difficile, l'ho fatto anch'io una volta.
La cucina calda, le pentole lavate, tutto in ordine; e io lì.
In piedi, stavo al bancone di marmo. Una, due, dieci, via così, fino al vomito, alla nausea latente sotto il naso. Non è stato affatto difficile. Un esercizio per l'esofago. Non rividi tutta la vita davanti agli occhi: stronzate. Un volo e via, buttata a terra, la testa sulle piastrelle di cotto.
Mia madre ammalata, dormiva. Dormivo anch'io: non volevo, non leggevo e non mangiavo; come dire la negazione personificata.
La solita letteratura giovanilistica... Bukoski, Salinger, Brizzi e via dicendo... i soliti dischi, le solite sbronze. I vini no... i vini solo di qualità, veneti e trentini. La grappa del mio vicino, al limone, alla fragola. Deglutivo la mia saliva e quelle altre porcherie là, mentre dormivo.
Ma poi dormivo? Boh...
Un santo spettacolo del gesto teatrale più marcio e ritrito del mondo; come dire un fausto inizio.
Mio padre in viaggio, sulla sua macchina, fischiettava (strano, non l'aveva mai fatto prima).
Chissà che avrà pensato il mio barboncino egoista vedendomi, coi suoi occhi di spillo.
Non c'era ansia, nulla di quel che avevo provato dai tempi dei miei quattordici anni. Ma che cazzo ci fosse, non si sa bene. Rimasi lì e chiuso il capitolo.

E poi, l'assoluzione dal vuoto; come dire il risveglio.
Mi guarda il più bell'infermiere dell'ospedale. Primo pensiero: peccato che la situazione non permetta... lo lascio giocare con l'aggeggio del mio cuore, che mi frega, alla fine son io che vinco.
Porcherie: mi chiedono perchè faccio spender inutilmente soldi allo stato, per curarmi.
Vorrei alzarmi almeno a sedere, ma son costretta da tubicini vari su di un materassino ad acqua.
Poi il mio ex, colla cuffia verde e i soprascarpe verdi e il camice verde e i guanti verdi; mi stringe la mano, ma non ricordo che farfuglia.
Poi le tese lacrime del babbo; la mamma non si vede per due mesi.
Intanto le rivedo, le passeggiate con lui, l'amico dei mille dolori giovanili.
Eccoci lì: due snobbini spocchiosi che parlan di Proust fra i ritrovati farmaceutici per la miglior dipartita. In autobus, a letto, per strada, alle feste: solo lui, sempre il mio comune amico.

Alla fine via di lì: stavo benone!
Via in un posto con ettari di parco e le betulle a centinaia, a farmi scopare dal primo neurologo col turno di notte. Parole confuse, una sull'altra, ritrite ciance sul coraggio di ogni giorno.
I campi a giugno: io nel mezzo dei loro nidi, a digiunare per giorni.
Ecco arrivare lui, l'amico; non l'idea di lui, ma lui vivo: mi abbraccia teneramente e mi chiede se ho per caso detto qualcosa circa la provenienza delle pillole; come dire se ho fatto la delatrice.
Io mi alzo del tutto, e lo lascio sul campo, con la sua invidia per il mio gesto.

Ancora ora mi porto dietro quell'orgoglio, l'orgoglio di una specie estinta.
La mia morte si è già compiuta a metà. Non so quando giungerà l'altra: se sarà, presto o tardi, avrò già fatto metà fatica.
Le righe su cui poggian le parole dei libri mi strappano alla follia; a volte mi ci ricacciano.
Non ho ancora terminato La Nausea (... il caro Sartre è un ossaccio duro ).
Aspetto seduta.

Cinzia Benetazzo

 
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